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Giovanni Tesio e la “Vita dacant e da canté” in 369 sonetti

Lunedì 30 ottobre ore 18

Albina Malerba e l’autore Giovanni Tesio

presentano la raccolta

Vita dacant e da canté

369 sonetti in piemontese

Pubblicati dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Se la poesia ha obiettivi, gli obiettivi del “canzoniere” di Giovanni Tesio, Vita dacant e da canté, appena edito dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis (pp.XIII-380, prefazione di Pietro Gibellini), sono tre o forse quattro: dare voce a una voce che viene di lontano; dare voce alla vita, che è varia e complessa, intricata ma – specie se vista “dacant”, ossia di lato – degna di canto; dare voce a una “lingua di poesia” – quella piemontese – che non cessa di “dittare” (ossia di urgere dentro e di dentro); e infine dare voce a una resistenza, che è quella di non arrendersi al negativo, che possiamo pur sempre riscontrare nella nostra esistenza.

Sul nostro canale Youtube il video della conferenza

Ricordando la poetessa Bianca Dorato

Forse Bianca Dorato non avrebbe voluto un ricordo ufficiale . . .         In ogni caso oggi ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di questa grande poetessa. Un ricordo semplice, un pensiero, una preghiera, magari guardando le sue montagne  . . .

Enzo Vacca

Bianca Dorato

(Torino, 26 maggio 1933 – 13 febbraio 2007)

Stërmaj

Ma ‘l leu ‘nté j’arbre ‘d galaverna as levo

bin àute a sërché ‘l cél, për mi cost leu

ciuto e leugn ant la nébia. Sì ‘nté a viro

le stra dij camp tan curte a l’orisont,

frema speté, e sola dzor dla tèra

ansupime ant ël geil. Tan dura e nèira

la mota, e sensa chit a la travajo

ansema scur e frèid, e a-i é pa vos,

bësbij o bram, che dal dolor a buta:

da la longa am bëstanta drinta al cheur

cost’ambrun-a d’invern. E belessì

ch’im armëtta, anreidìa, coma ‘l camp

chità d’ampess, che mai gnun vòli a sfrisa.

Ma che sempe im avisa che a l’anvìa

sfrandà dël sol mi i sarai cél e mira.

 

Nascondiglio

Ma il luogo dove pioppi di brina si levano
altissimi a cercare il cielo, per me questo luogo
muto e lontano nella nebbia. Qui dove volgono
le vie campestri così brevi all’orizzonte,
ferma attendere, e sola sopra la terra
assopirmi di gelo. Così dura e nera
la zolla, e senza tregua la tormentano
insieme buio e freddo, e non c’è voce,
bisbiglio o grido, che sgorghi dal dolore:
da tanto tempo mi indugia dentro il cuore
questo crepuscolo d’inverno. E qui
che io mi abbandoni irrigidita, come il campo
da tanto abbandonato, che mai un volo sfiora.
Ma che sempre io rammenti che al desiderio
invincibile del Sole io sarò cielo e meta.

 

da Tzantelèina, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1984.

La poesia di Remigio Bertolino

      Giovedì 26 maggio, ore 18

in sede

incontro con il poeta

Remigio Bertolino

autore della raccolta

Litre d’ënvern/Lettere d’inverno

Nino Aragno editore, 2015

Interviene Giovanni Tesio

 litre

In questa nuova raccolta poetica, Remigio Bertolino scava nel segreto della lettera. Non riproduzione di fedeltà antropologica, ma trasmutazione alchemica, un mondo capace di liberare tesori. Viene da qui la ‘grazia’ delle sue parole esatte, precise, concrete, in cui vibra la risonanza (mai la ridondanza) del ‘vento’ che le muove. Luoghi remoti, addirittura eremitici. Montagna povera, fatica, solitudine e silenzi. Figure defilate e però fantasiose, fantasticanti, fantasmatiche, persino favolose, fiabesche.

Remigio Bertolino, di Montaldo Mondovì, vive a Vicoforte. Poeta in lingua piemontese, nella variante monregalese. Tra le sue diverse raccolte,   Sbaluch, 1989, pubblicato nella Collana del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, lo consacra nel panorama delle letterature regionali.

Stantesèt sonèt di Giovanni Tesio

Venerdì 6 maggio,  ore 21

al Circolo dei Lettori, Sala grande (via Bogino 9 – Torino)

si presenterà la raccolta di poesie piemontesi di

Giovanni Tesio

Stantesèt Sonèt

prefazione di Lorenzo Mondo

Edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Introdurranno

Guido Davico Bonino e Albina Malerba

Suoneranno e canteranno

Enzo Vacca, arpa celtica e voce – Arianna Ferraudo, voceMaurizio Rinaldi, chitarra e voce

Sarà presente l’Autore

sonet

Il testo: un libro di sonetti, che recupera dalla tradizione piemontese (e non solo) la maschera metrica più consolidata, rinnovandola in sonorità più aspre e in temi nuovi, declinati sulla malinconia del vivere, sulla vita quotidiana che nasconde i suoi appigli, sulla gioia che – nonostante tutto e tutti – si fa improvvisamente presente e persino insistente. Poesia di paesaggi e di personaggi, tutti convocati dalla presenza lirica di un io che non presume di sé, ma che accoglie tutto il possibile sugo dell’esistere. In un piemontese di campagna (più che di città), fatto di risonanze locali (tratte da un’area di confine tra Torinese e Saluzzese) e di innesti letterari desunti dalle molte letture dei “classici” piemontesi che l’autore ha nel tempo fatto.

Memorial – Gianrenzo Clivio

Dieci anni fa, il 22 gennaio 2006, a Toronto, si spegneva la voce di uno dei fondatori del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, il filologo piemontese, grande piemontesista, Gianrenzo P. Clivio. La “sua” Ca dë Studi lo ricorda con affetto e rimpianto.

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Gianrenzo P. Clivio

Torino, 18 gennaio 1942 – Toronto, Canada, 22 gennaio 2006

Ph.D. ad Harvard, professore ordinario dell’University of Toronto, Dipartimento di Studi Italiani.

Tra i fondatori, a Torino, del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis e della prestigiosa rivista semestrale interdisciplinare “Studi Piemontesi”.

Membro del Centre for Medieval Studies (Toronto).

Direttore Scientifico degli annuali “Rëscontr antërnassionaj dë studi an sla lenga e la literatura piemontèisa/Incontri internazionali di Studi sulla Lingua e la Letteratura in piemontese”.

Autore, per le edizioni del Centro Studi Piemontesi, dell’esauritissima e ancora insostituita Bibliografia ragionata della lingua regionale e dei dialetti del Piemonte e della Valle d’Aosta, e della letteratura in piemontese, Torino, 1971, pp. 255; della Concordanza linguistica dei “Sermoni Subalpini, id. 1974, pp XXXVIII-475; curatore dell’edizione del bicentenario dell’opera omnia del poeta civile del Piemonte Edoardo Ignazio Calvo, Poesie piemontesi e scritti italiani e francesi, id., 1973, pp. XXXII-350; e ancora nella stessa Collana di Testi e Studi Piemontesi (di cui è stato direttore del 1969 al 1978) un suo  volume di studi di Storia linguistica piemontese, 1976, pp. 225; e curatore con Giuliano Gasca Queirazza degli Atti del Convegno Internazionale di Studi, Lingue e dialetti nell’arco alpino occidentale, 1978, pp. X-334.

Tra le sue pubblicazioni piemontesi più preziose:

Profilo di storia della letteratura in piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi/Regione Piemonte, 2002, pp. 530; e coautore dei due volumi antologici: con Giuliano Gasca Queirazza e Dario Pasero, La letteratura in piemontese. Raccolta antologica di testi. Dalle Origini al Settecento, Torino, Centro Studi Piemontesi/Regione Piemonte, 2003, pp. 540; con Dario Pasero, La letteratura in Piemontese. Raccolta antologica di testi. Dalla stagione giacobina alla fine dell’Ottocento, Torino, Centro Studi Piemontesi/Regione Piemonte, 2004, pp. 650.

Coautore dell’opera: I dialetti italiani: storia struttura uso, Torino, UTET, 2002, pp. 1178.

Sempre alto il suo impegno, scientifico e civile, per la difesa e la valorizzazione della lingua e della letteratura in piemontese. In piemontese ha scritto anche poesie, sparse in varie riviste e antologie: la Ca dë Studi intende raccoglierle in volume. Per le edizioni della Ca dë Studi aveva pubblicato una raccolta di “poesiòte piemontèise” per i bambini, Trenin dësmore e buate (Torino, 2001), scritte con il preciso intendimento di facilitare l’acquisizione del piemontese da parte dei suoi tre figli, nati e cresciuti in Canada, e pubblicate con la speranza e l’auspicio che potessero “servire ad impostare un percorso didattico fruttuoso” anche nelle nostre scuole.

Nel 2008 la Ca dë Studi Piemontèis gli ha dedicato un Convegno internazionale, i cui testi sono raccolti nel volume degli Atti, “Quem tu probe meministi”. Studi e interventi in memoria di Gianrenzo P. Clivio, a cura di Albina Malerba, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2009, pp. 305. ISBN 978-88-8262-150-6.

“I giorni del mondo, i pensieri, gli atti, le parole di un uomo, vanno ben al di là della sua breve vita, rivivono attraverso il sangue, la memoria di chi discende da lui e lo continua, o di chi di lui si ricorda [..]. Egualmente ai suoi occhi appaiono i frutti ch’egli ha affidato alla terra e seguitano a rinascere. Quei giorni chi potrà contarli?” [1]

I “frutti”, progetti, libri, studi, parole rivestite di vita, che Gianrenzo Clivio ha affidato alla sua terra di Piemonte e in particolare al Centro Studi Piemontesi, la Ca dë Studi Piemontèis, che con Renzo Gandolfo e altri amici, ha fatto nascere nel 1969,  assieme alla prestigiosa rivista interdisciplinare “Studi Piemontesi”, con il preciso intento,  “ël but”, di “promuovere lo studio della vita e della cultura piemontese” per valorizzarla e farla conoscere nel mondo, con speciale attenzione, affetto, “bin”, per la lingua e la letteratura, sono nostro patrimonio indelebile, eredità sacrale, “militanza”, “angage”, per il futuro; valori di forte tensione morale che non saranno dispersi.

La storia culturale della lingua e della letteratura piemontese degli ultimi quarant’anni è cesellata dai lavori di Gianrenzo Clivio: ci ha insegnato a coniugare slancio, energia, passione e sapere scientifico per portare  “parole nostre” nel vasto mondo degli studi e degli interessi internazionali.

Il passo umano con il quale Gianrenzo ha attraversato i nostri giorni, oggi, seppur segnato dal dolore dell’assenza, è un cammino che il tempo non cancella, perché proprio nella memoria si rinnova. E i frutti continueranno a rinascere.

Quei giorni chi potrà contarli?

Quel che possiamo contare  – seppur con scarni titoli e date – sono gli studi (impossibile quantificare l’impegno dalla fondazione, all’avvio delle collane editoriali, all’impianto della rivista “Studi Piemontesi”) che  Gianrenzo ha dedicato dal Centro Studi Piemontesi, la Ca dë Studi Piemontèis, alla “patria cita”, la terra madre divenuta quel “luogo, fra tutti, a cui si dà un significato assoluto” [2], così impressa nel suo cuore poeta: “për ësta certëssa dura e dossa/ëd savej ch’a-i é un pòst an dova ch’im sento a ca” [3] (A.M.)

[1]  Guido Artom, I giorni del mondo, romanzo, Milano, Longanesi, 1981
[2] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 1952
[3] Gianrenzo P. Clivio, Pelegrinage (poesia, dalla raccolta in corso di pubblicazione)

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Per la  “Collana di Testi e Studi Piemontesi”, di cui Gianrenzo Clivo è stato Direttore dal 1969 al 1978, ha curato le edizioni:

–          Le ridicole illusioni, un’ignota commedia piemontese dell’età giacobina. Pagg. XXIV-91 (1969).

–         PEGEMADE, Ël nodar onorà, commedia piemontese-italiana del secondo Settecento. Pagg. LXXX-150 (1971)

–          EDOARDO IGNAZIO CALVO, Poesie piemontesi e scritti italiani e francesi, edizione del bicentenario. Pagg. XXXII-350 (1973)

–          Lingue e dialetti nell’Arco Alpino occidentale, Atti del Convegno internazionale di Torino, 12-14 aprile 1976, curati insieme a Giuliano Gasca Queirazza. Pagg. X-334 (1978)

Nella stessa collana ha pubblicato la sua raccolta di saggi:

–          Storia linguistica e dialettale piemontese. Pagg. XII-225 (1976)

Per la “Collana di Letteratura Piemontese Moderna”, di cui è stato Direttore dal 1969 al 1974, ha curato e firmato le introduzioni ai volumi di:

–          ARRIGO FRUSTA, Fassin-e ‘d sabia, pròse piemontèise. Pagg. XI-110 (1969)

–          CAMILLO BRERO, Breviari dl’ ànima, poesìe piemontèise. Pagg. XIII-68 (1969)

–          ALFREDO NICOLA, Stòria dle Valade ‘d  Lans, poesìe piemontèise. Pagg. IX-40 (1970)

–          TÒNI BODRÌE, Val d’Inghildon, poesìe piemontèise. Pagg.XIX-90 (1974)

–          TÒNI BODRÌE, Dal prim uch a l’aluch, poesie piemontesi. Pagg. XVI-190 (2000)

Fuori Collana ha pubblicato i volumi:

–          Bibliografia ragionata della lingua regionale e dei dialetti del Piemonte e della Valle d’Aosta, e della letteratura in piemontese,  con il padre Amedeo Clivio. Pagg. XXII-255 (1971)

–          Concordanza linguistica dei “Sermoni Subalpini”, in collaborazione con Marcello Danesi. Pagg. XXXVII-475 (1974)

–          Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno,  2 volumi curati in collaborazione con Riccardo Massano. Pagg. XV-886 (1975). Nel volume pubblica il saggio:  Su alcune vicende lessicali del gallo-italico occidentale, pp. 29-46

–          Trenin, dësmore e buate, poesiòte pr’ij cit. Pagg. 97 (2001)

–          Profilo di storia della letteratura in piemontese. Pagg. 507 (2002)

–          La letteratura in piemontese. Raccolta antologica di testi. Dalle Origini al Settecento, curato con  Giuliano Gasca Queirazza e Dario Pasero. Pagg. 540 (2003)

–          La letteratura in piemontese. Raccolta antologica di testi. Dalla stagione giacobina alla fine dell’Ottocento, curato in collaborazione con Dario Pasero. Pagg. 650 (2004)

Per la rivista “Studi Piemontesi”, di cui è stato tra i fondatori e ha fatto parte del Comitato Scientifico e Redazionale dal 1972 al 1979, ha pubblicato:

I, 2 (1972) Recensioni a:

Barbo Tóni Baudrier, Solestrelh òucitan, pp. 192-193;

Gaetano Berruto, Dialetto e società industriale nella Valle d’Andorno, note per una sociologia dei sistemi linguistici, pp. 199-201;

Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d’Italia, pp. 202;

Giuliano Gasca Queirazza (a cura di), Il Promptuarium di Michele Vopisco, vocabolario volgare-latino, Mondovì 1564, p. 202

II, 1 (1973)

La stagione giacobina e il problema della religione nella poesia di Edoardo Ignazio Calvo, pp. 3-26

II, 2 (1973) Recensioni a:

Teofilo G. Pons, Dizionario del dialetto valdese della Val Germanasca (Torino), pp. 191-192;

Vittorio Caligaris, Raccolta di vecchie parole gattinaresi, pp. 192

III, 1 (1974)

Per i settant’anni di Ernst Hirsh, p. 211

Recensione a:

Vittorio Alfieri, The Prince and Letters, p. 190

V, 1 (1976) Recensione a:

Hugo Plomteux, I dialetti della Liguria orientale odierna, la Val Graveglia, p.179

XVI, 2 (1987)

Lupus rapax: la denominazione della lince (Felis lynx L.) in piemontese e in gallo-italico, pp. 341-347

XVIII, 1(1989)

Due noterelle lessicali piemontesi (ancora sul diav e sul luv ravass), pp.119-122

XXIII, 2 (1994)

Osservazioni sui testi delle poesie di Vittorio Amedeo Borrelli e sul piemontese del Settecento, pp. 279-288

XXXIII, 1 (2004)

Pulizia linguistica o ecologia linguistica?,  pp. 3-9

XXXV, 1 (2006)

Giuliano Gasca Queirazza S.J., Ricordo di Gianrenzo P.Clivio, pp. 3-5

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Un di marcc-rai da sol

Gianrenzo Clivio

 

A gem sota tò pugn ël tavo ëd nosera

e a smija ch’at mossa an drinta ‘l vin brulé:

a ti ch’it fure ‘l mè pi car amis

l’é tuta dverta com ëdnans a Dé

mia ànima d’ancheuj!

Goblòt ëd branda costa sèira:

minca na stissa a l’é na gran-a

passà al gariòt ëd në spovrin dle masche,

ùltima gòj, contradansa e contraltar,

dongion d’una speransa!, për voi,

òmini moch, ch’i marce an trantoland,

parej dij cioch…

It làudo, ò Mossant, ò S-cèt, ch’it ëm ancioche!

                   Ti ‘t ses la sàiva, l’ùltima sàiva, ëd costa tèra…

Pòche béstie an sle colin-e, òmini

pòchi – tuti gris – apres la slòira a la matin d’otugn;

e pra d’erbass, ronze e gratacuj, e nen na man da deje feu.

Drocheri ‘d veje tor, ciabòt ëd pere, rive d’arbron,

sle piasse dij pais vej sensa giovo,

e ant ij pais ij pra dla fera, ancoronà d’urtije:

tèra che tò abandon, ross, it piores ant ël sangh

ëd j’arovej a mass s’ij vataron baross.

Sensa can ch’a baulo, cassin-e langareule:

èire canavsan-e, sensa masnà ch’a gieugo.

Ël tòr noviss monta pì nen la vaca

a la stagion dl’amor!

Ahidé! A l’é ben l’ora dj’ànime bastarde

ch’an anciarmo parej dle serp oslere:

slussi d’assel, për la tèra monfrin-a,

e ant ël vent pa dle nòstre, le paròle.

It làudo, ò Fort, ò Dru, ch’it ëm ësbòrgne!

                   Ti ‘t ses la gòj, l’ùltima gòj, ëd costa tèra…

I l’hai ciamà për nen dëdnans la bërgerìa.

L’uss ëd malëzzo con un càuss d’amor e ‘d ràbia

a l’é drocà. Parèj ëd na carëssa.

Fin-a l’eva dël baciass smiava bastarda.

J’òmini strach an fons dla val,

piturà le fomne, fumeria nèira paress ch’a dagna,

an sla toa trun-a, ò fier Piemont,

ch’l’é daspërtut, e sensa fior, e sensa lus.

A bacaja ‘l fumlam, le masnà a uco.

Lassù, gnanca pi n’òm ch’a-i passa.

It làudo, sent mila vire it làudo, o vin monfrin,

                   it làudo, ò vin monfrin ch’it ëm andeurme!

                   Ti’t sèi ra mimoria, l’ultima, drà mè tèra…

Mi sai che un di marcc-rai da sol

sla tèra piemontèisa, an mes

a gent strangera e a fieuj dësradisà:

venturand i passrai torna, com un neuv Gianpetadé,

për le colin-e dël Monfrà, ant un’ària nissa,

e an sla piassa dël mërcà ‘d minca pais

ëd fije bërnufie, masche dël temp neuv,

con la facia amblëttà am faran dë svergne.

I seu pa nen, se spìrit i sareu, o i sareu còrp:

ma i seu franch ben che un di marcc-reu da sol

sla tèra piemontèisa.

 

Pubblicata in R. Gandolfo, La Letteratura in Piemontese dal Risorgimento ai giorni nostri, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1972, pp. 393-394 (volume da tempo esaurito).

 

Vijà di Natale 2015


slorenzo

e Natal l’é Natal

Vijà piemontèisa 2015

Torino, Chiesa di San Lorenzo

domenica 20 dicembre 2015

ore 16 precise

                                                

Enzo Vacca    arpa celtica e voce
Simona Colonna     violoncello e voce
Mario Brusa         attore

Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

Scarica QUI i testi della Vijà

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La Casa Editrice Viglongo e Nino Costa

torello

La Casa Editrice Viglongo festeggia i 70 anni di attività con una mostra allestita nel loggiato antistante alla Sala Marmi di Palazzo Civico (Piazza Palazzo di Città 1, Torino), dal 21 ottobre al 5 novembre 2015 (orario: da lune dì a venerdì 9-17; sabato 9-12).

La manifestazione si concluderà Giovedì 5 novembre alle 17, in Sala Rossa, con la lectio magistralis di Giovanni Tesio su Nino Costa, con le testimonianze di Cesare Alvazzi Del Frate e Giovanna Spagarino Viglongo.
Per partecipare alla lectio magistralis è INDISPENSABILE dare la propria adesione alla mail iniziative.istituzionali@comune.torino.it  o ai telefoni 011/23384 – 011/24012 – 011/22547
nino

A Torino, nel 1945, a due mesi dalla fine della guerra, nel fervore del clima esaltante e pieno di slanci, di voglia di costruire e ricostruire, Andrea Viglongo, con la moglie Giovanna Spagarino, inizia l’attività della Casa Editrice Andrea Viglongo & C. Editori con la pubblicazione del volume Bastian Contrario di Luigi Gramegna.
Tra edizioni e ristampe la Casa Editrice giunge a pubblicare circa 800 titoli, che spaziano dalla letteratura avventurosa (Salgari, Motta, Verne, i classici Defoe, Kipling, Swift) a quella alpinistica
(Rey, Whymper, Mummery), dall’arte, archeologia, architettura, alla manualistica tecnico-divulgativa, veri strumenti di lavoro.
Sempre all’insegna dei due filoni intrecciati, l’interesse regionale e la vocazione popolare, ha ridato vita a pagine dimenticate di Vittorio
Alfieri, Edmondo De Amicis, Guido Gozzano, Carolina Invernizio, Augusto Monti, Alberto Viriglio, ha pubblicato tutti i romanzi storici – tanto apprezzati da Luigi Einaudi e Umberto Eco – di Luigi Gramegna, la serie degli “inviti” alle regioni del Piemonte, l’intera produzione poetica in piemontese di Nino Costa, Brofferio, Calvo, Isler, i romanzi di Luigi Pietracqua e, per 40 anni, l’Almanacco Piemontese lodato da Norberto Bobbio.
Il suo fondatore Andrea Viglongo, amico d’infanzia di Piero Gobetti e collaboratore della “Rivoluzione Liberale”, redattore all’Ordine Nuovo di Gramsci, con un passato da giornalista militante e come studioso della lingua e cultura subalpina, ha legato il suo nome a quello di Nino Costa, che si può considerare per eccellenza il
cantore di Torino e del Piemonte: il più conosciuto e il più amato dei poeti in piemontese che a Torino, dove morì il 5 novembre 1945, dedicò bellissime liriche.

viglongo

Rassa nostran-a di Nino Costa nell’omelia del Papa a Torino

Nella sua omelia in piazza Vittorio a Torino Papa Francesco ha citato in italiano, con commozione, i versi di una poesia in lingua piemontese di Nino Costa, che sappiamo essergli particolarmente cara.

Ecco il testo integrale in piemontese e la traduzione italiana.

NINO COSTA  (1886-1945)

RASSA NOSTRAN-A

Ai Piemontèis ch’a travajo fòra d’Italia

 

Dritt e sincer, còsa ch’a son, a smìo:

teste quadre, polss ferm e fidigh san:

a parlo pòch, ma a san còsa ch’a dìo:

bele ch’a marcio adasi, a van lontan.

 

Saraié, murador e sternighin,

mineur e campagnin, saron e fré:

s’ai pias gargarisé quaich bota ‘d vin,

j’é gnun ch’ai bagna ‘l nas për travaié.

 

Gent ch’a mërcanda nen temp e sudor:

– rassa nostran-a libera e testarda –

tut ël mond a conòss chi ch’a son lor

e, quand ch’a passo… tut ël mond ai goarda:

 

“Biond canavsan con j’euj color dël cel,

robust e fier parei dij sò castei.

Montagnard valdostan dai nerv d’assel,

mascc ëd val Susa dur come ‘d martei.

 

Facie dle Langhe, robie d’alegrìa,

fërlingòtt dës-ciolà dij pian verslèis,

e bielèis trafigon pien d’energìa

che për conòssje ai va set ani e ‘n meis.

 

Gent ëd Coni: passienta e ‘n pò dasianta

ch’a l’ha le scarpe gròsse e ‘l servel fin,

e gent monfrin-a che, parland, a canta,

ch’a mossa, a fris, a beuj… come ij sò vin.

 

Tut ël Piemont ch’a va cerchesse ‘l pan,

tut ël Piemont con soa parlada fiera

che ‘nt le bataje dël travaj uman

a ten auta la front… e la bandiera”.

 

O bionde ‘d gran, pianure dl’Argentin-a

“fazende” dël Brasil perse ‘n campagna,

i sente mai passé n’ ”aria” monfrin-a

o ‘l ritornel d’una canson ‘d montagna?

 

Mine dla Fransa, mine dl’Alemagna

ch’ël fum a sercia ‘n gir parei ‘d na frangia,

vojautre i peule dì s’as lo guadagna,

nòstr ovrié, col tòch ëd pan ch’a mangia.

 

Quaich vòta a torno e ij sòld vansà ‘d bon giust

ai rendo ‘n ciabotin o ‘n tòch ëd tèra

e ‘nlora a ‘nlevo le soe fiëtte ‘d sust

e ij fiolastron ch’a l’han vinciù la guèra.

 

Ma ‘l pì dle vòlte na stagion përdùa

o na frev o ‘n maleur dël sò mësté

a j’anciòda ‘nt na tomba patanua

spersa ‘nt un camposanto foresté.*

 

*L’Autore allude al padre, come lui “biond canavsan con j’euj color dël cel”, morto oltre oceano in emigrazione.

Dalla raccolta Sal e peiver, Torino, ©Viglongo, 1998 (10° edizione). L’intera opera poetica di NINO COSTA è pubblicata da Viglongo in edizioni ricondotte agli originali, con presentazioni di A. Viglongo

Traduzione

Razza nostrana

Ai piemontesi che lavorano fuori dall’Italia

 

Dritti e sinceri, cosa sono, appaiono:

teste quadre, polso fermo e fegato sano:

parlano poco, ma sanno quel che dicono:

anche se camminano adagio, vanno lontano.

 

Magnani, muratori e selciatori,

minatori e contadini,  carradori e fabbri:

se gli piace “gargarizzare” qualche bottiglia di vino

non c’è però nessuno che sia più bravo nel  lavorare.

 

Gente che non risparmia tempo e sudore:

– razza nostrana libera e testarda –

tutto il mondo conosce  chi essi sono

e, quando passano… tutto il mondo li guarda:

 

“Biondi canavesani con occhi colore del cielo,

robusti e fieri come i loro castelli.

Montanari valdostani dai nervi d’acciaio,

maschi della val Susa duri come dei martelli.

Facce delle Langhe, rubiconde di allegria,

furbacchiuoli disinvolti delle pianure vercellesi,

e biellesi trafficoni pieni d’energia

che per conoscerli ci vuol sette anni e un mese.

 

Gente di Cuneo: paziente e un po’ lenta

che ha le scarpe grosse e il cervello fino,

e gente monferrina che, parlando, canta,

che spumeggia, frizza, bolle… come i suoi vini”.

 

Tutto il Piemonte che va a cercarsi il pane

tutto il Piemonte con il suo linguaggio fiero

che nelle battaglie del lavoro umano

tiene alto la fronte… e la bandiera.

 

O bionde di grano pianure dell’Argentina,

“fazende” del Brasile perse nella campagna,

non sentite mai passare un’ ”aria” monferrina

o il ritornello  di una canzone di montagna?

 

Miniere di Francia, miniere di Germania

che il fumo cinge in giro come una cortina,

voi lo potete dire se se lo guadagna,

il nostro operaio, quel tozzo di pane che mangia.

 

Qualche volta tornano e i soldi risparmiati onestamente

gli rendono una casettina e un po’  di terra

e allora allevano le loro figliolette assennate

e i ragazzoni che hanno vinto la guerra.

 

Ma il più delle volte una stagione perduta

o una febbre o una disgrazia del loro mestiere

li inchioda in una tomba ignuda

sperduta in un camposanto forestiero…

 

Rassa nostran-a è una delle Cento poesie di Nino Costa, pubblicate, su concessione dell’Editore Viglongo, in un volume della collana “La biblioteca di Papa Francesco, Corriere della Sera-La civiltà cattolica, 2014, con la Prefazione di Albina Malerba e Giovanni Tesio, che qui di seguito trascriviamo:

Nino Costa: come rileggere un classico alla luce di Papa Francesco    venuto dalla “fine del mondo”

Nino Costa (Torino 28 giugno 1886-6 novembre 1945) si può considerare per eccellenza il poeta di Torino e del Piemonte: il più conosciuto, il più amato. Capace di affascinare tanto Luigi Einaudi (che nel 1955 scrisse un’intensa presentazione alla raccolta completa delle sue poesie per le edizioni del Cenacolo) quanto i cuori più semplici che recitano a memoria i suoi versi, entrati a far parte di un vero e proprio genius loci, quando non di un culto naturalmente profano, di cui è stato l’editore Andrea Viglongo a cogliere in primis – e non a caso – la dimensione regional-popolare.

A patto che si tenga però conto di un dato essenziale: che Costa – pur partecipando dell’attività legata alla sua passione di poeta “in piemontese” – non si è mai rinchiuso in un regionalismo semplicemente emotivo e meno che mai grettamente provinciale, ma ha mirato ad aprire con la poesia le più ampie finestre al sentimento della vita (ossia poesia come vita che resta impigliata in una trama di parole). Oltretutto preferendo sempre far parte per se stesso, anche quando – come si dice – fu “tirato per la giacchetta” da questo o da quel gruppo: sia da chi mirasse alla perpetuazione dei modi più passatisti, sia da chi tentasse la sua riforma espressiva più modernamente concepita; cosa che accadde quando Pinin Pacòt, insieme ad altri, nel 1927 fondò la compagnia dei “Brandé” (in piemontese, gli alari, custodi del fuoco, della “fiamma che non si spegne”).

Nino Costa accompagnò l’esordio poetico dello stesso Pacòt, di cui – pur distinguendosene visibilmente, anche in ragione dell’età collocabile entre-deux-siècles – mostrò tuttavia di comprendere tutta la forza di novità (e Pier Paolo Pasolini proprio di qui prese le mosse per introdurre Le regioni del Nord nell’antologia allestita nel ‘52 con Mario Dell’Arco). Nemmeno esitò a secondarne le mosse, quando – facciamo un esempio soltanto – Pacòt nel 1930 concepì, per la Selp di Viglongo,  il disegno di un omaggio al provenzale Mistral non da tutti compreso (nell’occasione Costa scrisse La copà, che è un po’ l’inno poetico e corale di una Coupo Santo piemontese e piemontesista, forte di accenti rudi e gagliardi). Ma continuò a non parteggiare, com’era nella sua natura di uomo ad un tempo gentile e consapevole, almeno quanto era nella sua convinzione di depositario di una tradizione più popolare, da cui il più squisito versante dei “Brandé” prese tutte le sue distanze anche polemiche.

Né staremo su questo ad insistere, se non il tanto che basta a definire un carattere, a circoscrivere le dimensioni di un poeta molto più frastagliato e complesso di quanto non paia a prima vista. Ridurre, infatti, o restringere Nino Costa in un’identità forzosa di motivi e di toni sarebbe sbagliato. Se ci fu unità (e unità ci fu) si tratta di unità morale, di poesia che corrisponde a un’ineludibile ragione di impegno (anche civile), a contatto stretto con la vita che la motiva e a cui s’intreccia. Ma non fu unità di timbri e di registri. Non a caso il giudizio più completo su di lui lo dettò proprio Pacòt, il poeta “altro” ma complementare nella storia della poesia in piemontese.

Pacòt parla infatti di Costa come della “colonna sulla quale viene a posarsi l’arco del passato e dalla quale si slancia verso l’alto, l’arco dell’avvenire”. Specificando: “In lui confluisce nella sua pienezza la tradizione poetica nostrana nei suoi diversi momenti: il piemontese settecentesco, il nazionale brofferiano, il torinese del primo Novecento si fondono in armonia nella sua ispirazione. Donde la ricchezza di motivi e toni della sua poesia, dal popolareggiante di certe canzonette, dal moraleggiante delle favole al sentimentale di molti sonetti, al lirico di certi stati d’animo personalissimi, al canto eroico in lode del Piemonte e d’Italia. Opera abbondante, varia, dispersa e diseguale; ma poeta grande è quando, abbandonando gli ultimi preconcetti lasciatigli in eredità dai più immediati predecessori, versa l’anima sua nel melodioso abbandono di una confidenza mormorata in sordina, o quando (e qui si manifesta la più alta originalità) facendosi interprete dell’anima piemontese, eleva un inno alla sua terra”.

All’essenziale che qui è detto, solo aggiungeremmo di nostro – mirando soprattutto al libro ultimo e postumo, Tempesta – lo strazio di un cantore che dopo la morte sul Génévry del figlio partigiano, avvenuta nell’agosto del ’44, s’inarca nei singulti di un cuore paterno ma anche di un non arreso – e anzi più intensivo – orgoglio patrio.

Il giudizio forse più completo su Costa lo ha dato, in perfetta sintesi di motivi e di valore, Pinin Pacòt (Giuseppe Pacotto), il poeta “altro” che segna, rispetto a Costa, un percorso diverso e nello stesso tempo complementare nel panorama della poesia in piemontese del Novecento. Pacòt parla di Costa come della “colonna sulla quale viene a posarsi l’arco del passato e dalla quale si slancia verso l’alto, l’arco dell’avvenire”. “In lui – specifica – confluisce nella sua pienezza la tradizione poetica nostrana nei suoi diversi momenti: il piemontese settecentesco, il nazionale brofferiano, il torinese del primo Novecento si fondono in armonia nella sua ispirazione. Donde la ricchezza di motivi e di toni della sua poesia, dal popolareggiante di certe canzonette, dal moraleggiante delle favole al sentimentale di molti sonetti, al lirico di certi stati d’animo personalissimi, al canto eroico in lode del Piemonte e d’Italia. Opera abbondante, varia, dispersa e diseguale; ma poeta grande è quando, abbandonando gli ultimi preconcetti lasciatigli in eredità dai più immediati predecessori, versa l’anima sua nel melodioso abbandono di una confidenza mormorata in sordina, o quando (e qui si manifesta la più alta originalità) facendosi interprete dell’anima piemontese, eleva un inno alla sua terra”.

Tutti i critici leggono nell’opera di Costa la naturalezza della lingua, di una lingua “che ancora si sa” (se volessimo parafrasare al contrario ciò che ne sosteneva il congeniale Pascoli). Lingua poetica impregnata di forza “orale”, di domestica accentazione, di demotica derivazione, che lo stesso Pasolini – con onesto giudizio – definì “tersa” e “risparmiata”, non senza la giunta diminutiva: “qualche volta fino a riuscire insapore”. In verità in Costa (e, ripetiamo, nella sua mai smentita radice pascoliana) la sapidità resta sottilmente costante ancorché dissimulata,  essendo ben vero che le sue cose migliori sono sempre il frutto di un’attenzione al tempo, ai luoghi, ai paesaggi, agli umili protagonisti di un’epopea paziente estratti dalla storia di una terra che Costa ha ancora potuto cogliere ben viva, prima che le ombre di un’intera organizzazione sociale – dopo la seconda guerra mondiale e soprattutto negli anni a partire dalla metà dei Cinquanta – calassero a oscurarla. Una voce che può ancora ambire a essere intima e insieme corale, modulando un sentire tanto proprio quanto comunitario.

Poesia lirico-narrativa di valore universale, un “fil d’òr” (filo d’oro) intessuto nel tempo, nel solco di una tradizione antica e perfino gloriosa, capace di resistere al presente più desolato (o come è stato detto alla sua dittatura), e che invece si affaccia continuamente alla finestra di un mai esausto futuro. La sua poesia ci appare oggi – e potremmo provvisoriamente concludere con Riccardo Massano che meglio di tutti ne ha studiato lo svolgimento – in tutta la sua limpidezza, in tutta la sua rinnovata capacità “di darci la gioia della bellezza e dell’arte” e insieme – al netto di ogni retorica, che era del resto modalità profondamente lontana da un poeta galantuomo quale Nino Costa fu – il conforto di “un’alta lezione morale e civile”.

Come stupirsi, allora, che il piemontese-argentino Papa Bergoglio abbia imparato e ami i versi del poeta più nostro? In Argentina ci fu un tempo in cui nelle zone più profonde e remote – le zone strappate alla sterpaglia e coltivate da mani di emigranti piemontesi – il piemontese era la lingua “ufficiale”. Tanto che – come racconta De Amicis nel suo libro In America – “nel consiglio comunale si parla piemontese; i tedeschi, gli inglesi, i francesi che hanno affari con la colonia, bisogna che imparino il dialetto, e lo imparano” e perfino “una vecchia indiana, ravvolta in un mantello di cento colori, una strana faccia color di terra, gli occhi obliqui e fissi, e un  sorriso di fattucchiera” poteva rispondere in piemontese (“mai pì!, mai pì!”, ossia “ma no, ma no”) a una domanda di predizione metereologica.

Nino Costa non ha mai visitato i piemontesi d’Argentina, ma  nei versi di Rassa nostran-a, dedicata “Ai Piemontèis ch’a travajo fòra d’Italia” (e non solo lì) ha dipinto forse l’affresco più lucido e sicuramente appassionato del fenomeno migratorio legato al Piemonte.Una storia fino a poco tempo fa quasi priva di una narrazione, a differenza delle migrazioni dalle altre parti d’Italia: “Ò bionde ‘d gran, pianure dl’Argentin-a/ “fazende” dël Brasil perse ‘n campagna/ i sente mai passé n’ “aria” monfrin-a/ o ‘l ritornel d’una canson ‘d montagna?”  (O pianure d’Argentina bionde di grano,/”fazende” del Brasile perse nella campagna,/non sentite mai passare un canto monferrino/ o il ritornello di d’una canzone di montagna?)

Retorica? Non diremmo proprio. E diremmo piuttosto passione, passione ardente. Versi che recano una loro memoriosa luce di verità. E che anche oggi riescono come tali a motivare l’esplosione di gioia che ha “unito” in un attimo le due parti di mondo – la piemontese e l’argentina – alla notizia dell’elezione di Papa Bergoglio. Non ci sarebbe stato tanto contento senza la persistenza di una memoria non ancora oscurata e vinta dalla “dësmentia”, dalla dimenticanza.

Chi di noi ha incontrato l’Argentina di oggi e i piemontesi che vi si sono stanziati, plasmandone la terra e modificandone la rotta storica (se ha senso, come crediamo, non diremo di fare la storia con i se, ma di servirsene per ipotizzare i più diversi futuri) ha potuto constatare le tracce di una ben nota affermazione ancora di De Amicis: “L’opera gigantesca dei nostri, a cui un giorno o l’altro la storia dell’Argentina dovrà  solennemente pagare il debito di gratitudine”. Conosciamo troppo poco la bibliografia specifica per poter dire se questo sia avvenuto, ma basta un soggiorno non semplicemente turistico a far propendere per il sì. Senza i “piemontesi” d’Argentina, quella storia sarebbe stata un’altra storia, mentre è diventata una storia nostra, anche nostra.

Attraversato l’Oceano, è un po’ come trovarsi a casa: la cattedrale barocca di Córdoba, ad esempio, con i campanili illustrati dalle stesse “teste di indio” di Palazzo Carignano (non per nulla Córdoba è gemellata con Torino, e sarà anche perché, quali che siano le torsioni d’oggidì, in quella curva antica di Argentina c’è la Fiat). Ma la vera sintonia è nei volti, negli occhi, nei pensieri nei sogni di tante persone che portano i cognomi della loro origine. Incontri con gente d’aria nostrana, gesti, profili, andature delle terre di Piemonte, con un sorriso, una dolcezza in più. Storie scritte nella semantica dei nostri nomi: Casalis, Tribaudino, Antoniotti, Maccagno, Culasso, Tonda, Borda Bossana,  Quaglia, Barotto, Sandrone, Rossetto, Olivero, Martino, Filippa, Mina, Cambursano, Bussone, Bergoglio…

Ognuno è un luogo, un paese mai visto, un crocicchio di strade, di vite – la commozione dei nomi, come annotava Canetti – che raccontano luoghi. Tutto appare così lontano e ad un tempo così presente, così vicino. Basta citare pochi versi  di una poesia in piemontese e la voce riemerge dall’oblio con i suoi relitti di memoria a ricomporre quell’antica lingua sedimentata, non perduta: lingua che procede da amors de terra lonhdana, lingua sommersa, lingua recuperata dagli strati più segreti di esistenze che si sono fatte destino.

Ed è ancora Nino Costa a intessere il suo commento poetico: “Quaich vòlta a torno e ij sòld vansà ‘d bon giust/a-j rendo ‘n ciabotin ò ‘n tòch ‘d tèra/ e ‘nlora a ‘nlevo le soe fiëtte ‘d sust/ e ij fiolastron ch’a l’han vinciù la guera.// Ma ‘l pì dle vòlte na stagion përduva/ ò na frev ò ‘n maleur dël sò mësté/ a j’anciòda ‘nt na tomba patanuva/ Spersa ‘nt un camposanto foresté” (Qualche volta tornano e i soldi risparmiati onestamente /rendono una casettina e un po’ di terra/ e allora allevano ragazzine giudiziose / e ragazzoni che hanno vinto la guerra. // Ma il più delle volte una stagione perduta/ o una febbre o una disgrazia sul lavoro /li inchioda in una tomba ignuda / sperduta in un camposanto forestiero). Come deve essere accaduto al  padre del poeta, emigrato in Argentina, scomparso senza alcuna notizia.

Ecco allora, a fare da emblema – in una sorta di sineddoche del più ampio e inarrivabile universo – il piccolo Camposanto di Plaza San Francisco (una specie di abbandonato e palazzeschiano Rio Bo) isolato nella campagna, cerchiato da un muretto e da un silenzio ultimo. Appare improvviso come un’isola. Qui sono sepolti i primi piemontesi. Antiche pietre ormai scolorite, altre rinfrescate di recente, piccole tombe nella nuda terra, cappelle con  incisi i nomi di quanti, lì, nella più vasta solitudine, hanno visto il sorgere e il tramontare della loro seconda vita.

All’ingresso una lapide a ricordare Don Alejandro Sema, che con la moglie Doña Leonor Chianalino furono i primi immigrati piemontesi arrivati a Plaza San Francisco: “El Pueblo y Colonia de Plaza San Francisco rinde su homenaje a la memoria de Don Alejandro Sema y desde él a todos quines le acompañaron y sucedieron en esta gesta colonizadora”, e la lapide accanto: “Sus Amigos al noble iniciador del cultivo agrícolo en estas tierras generosas”.

E poi un rosario di Ferrero, Barberis, Quaglia, Garbarini, Blanda, Morra, Musso, Portaluppi, Filippa, Cornaglia, Borello in quel silenzio trascendente che contiene echi lontane di parole interrotte e pare solidificarsi – emblematizzarsi – nei nidi che l’indisturbato Ornero (Furnarius rufus) costuisce sulle tombe:  “En casa con nido de Hornero no cae el rayo” (sulla casa dove l’Ornero ha fatto il nido, non cade mai il fulmine) dice un proverbio della Pampa. Come deve essere stato morire così lontani dalla terra lasciata per altra terra, per un mare di terra, per un cielo stellato di altre stelle? Deve essere stato come morire la prima volta e consacrare con quella sepoltura la terra straniera, terra che per quel gesto diventa suolo di patria. In questo piccolo Camposanto si capisce la sacralità del morire. Qui è il posto che ha dato radici ai piemontesi d’Argentina, la terra  diventata la loro terra. E’ come toccare un inizio. Stare lì ha un valore apotropaico, è come toccare una fine che morde il suo principio in un salvifico cerchio di morte-vita.

Qui tutto è immenso: distese di terra, campi fin dove l’occhio si perde, piccole costruzioni accovacciate nella terra con il loro mulino a vento. È così che è cominciato. È qui che i “piemontesi” hanno plasmato la nuova terra, facendo memoria del posto lasciato, citando quel che si poteva citare, ripetendo ciò che si poteva ripetere. Terra per lavorare, terra per vivere, terra per sperare. A distanze infinite, comunità che si sono ricomposte scongiurando lo smarrimento di quell’orizzonte senza confini, di quello spazio che non patisce interruzioni di sguardo, soluzioni di continuità. Spazi e “soledades”. Tant’è che qualcuno s’è pur perso…

Ma quasi tutti sapevano i silenzi e la fatica, hanno ostinatamente resistito all’aggressione del nuovo silenzio sconosciuto, hanno vissuto, hanno procreato figli e accudito nipoti, e nella catena delle generazioni – il Piemonte ancorato nei cuori – hanno costruito l’Argentina e dato senso al loro domani.

Non a caso Papa Francesco ha fatto più volte riferimento a sua nonna Rosa, per la quale è irresistibile pensare alla poesia Mare Granda di Costa: “Mare Granda a l’ha sla schin-a/ pi dë stanta carlevé,/ ma le rëdne dla cassin-a/l’ha pa ancor lassaje andé:/ l’é ‘ncor chila ch’a comanda/ Mare granda/…/Ma a la seira ant la soa stansa,/ quand ch’a prega an ginojon,/tuta quanta la fiolansa/ l’ha sò pòst ant j’orassion:/un dòp l’àutr a j’arcomanda/Mare granda” (La nonna ha sulle spalle /più di settant’anni [carnevali]/ ma le redini della cascina/ non le ha ancora abbandonate:/ è ancora lei che comanda/ la nonna/…/ Ma  alla sera nella sua stanza,/ quando prega ginocchioni, / per tutti i suoi figlioli / c’è posto nella sua preghiera:/ uno dopo l’altro li raccomanda/ la nonna).

Mare granda non ci racconta “il mondo dei vinti”,  ma la forza del lavoro, della famiglia, dell’esempio che è scuola e direzione (dirittura) di vita. Mare granda è la sintesi semplice ed elevata della civiltà contadina, di cui oggi possiamo cogliere non più che qualche frammento. La catena delle generazioni si sposa alla catena delle virtù costruttive, di cui la religiosità concreta e sagace dei “santi sociali” e dei luoghi che ne testimoniano il passaggio (La Consolà, Don Bòsch, il Cotolengo) costituisce un lascito fondamentale. Le poesie religiose di Costa non fanno che prendere atto (e dare voce poetica) a una devozione che è stata a lungo popolare, come del resto altre pagine di altri scrittori contribuiscono a variamente testimoniare.

Eccola dunque l’epica dei piemontesi che sono partiti coi piroscafi forti delle loro sole braccia. Tra di loro anche qualcuno che qualche verso di Costa poté pure conoscere e portare con sé nella terra del riscatto. O che anche senza versi portò negli occhi e nel cuore ciò che i versi di Costa sono stati capaci di immaginare e di dire.

Gli avi contadini sono oggi diventati ingegneri, medici, professori, architetti, avvocati, che – appresa la lingua del “Fundador” – tornano a rendere omaggio alle loro radici, recuperando quanto resta dell’antico linguaggio custodito in una sorta di scrigno che lo ha protetto da contatti e intrusioni.  E il “cerea” di Papa Bergoglio, quando incontra qualche piemontese, diventa così molto più che un saluto; diventa una parola-chiave, di riconoscimento festevole e allusivo, di appartenenza e d’intesa, di complicità e di cordialità.

In quel saluto tutto nostro c’è una storia da scrivere. Una storia che con la poesia ha molto da spartire se oggi il “Vescovo” di Roma può indurci a rileggere con animo nuovo i nostri “classici”. Nino Costa prima di ogni altro.

Albina Malerba

Giovanni Tesio

scarica QUI  il testo della poesia

Filippo Tartùfari e i Partigiani della Montagna

 Giovedì 7 maggio  alle ore 18.00
alla sala conferenze del Museo Diffuso della Resistenza

si parlerà sul tema

La Liberazione di Torino e i Partigiani della Montagna nei versi romaneschi di Filippo Tartùfari (Roma, 1884 – Torino 1956)

Intervengono:

Albina MalerbaFilippo Tartùfari, la rivista “Ël Tòr” e l’amicizia con i poeti piemontesi Nino Costa e Luigi Olivero

 Simonetta Satragni PetruzziFilippo Tartùfari: un romano a Torino. Lettura del poemetto “Li partiggiani de la montagna” e di altri sonetti in romanesco di Filippo Tartùfari

Ingresso libero

museo diffuso

Museo Diffuso della Resistenza                                                                    Corso Valdocco 4/A, Torino                                                                                   tel 011 4420780                                                              www.museodiffusotorino.it