Tutti gli articoli di centrostudi

Giochiamo con la Colomba

GIOCHIAMO con la COLOMBA
Un gioco per Grandi e Piccoli

Progetto e realizzazione di Daniela Rissone

La “Colomba di carta” si è moltiplicata, cambiando anche i colori!
Dopo avere osservato, la volta scorsa, la sua precisa geometria, adesso, se volete, impariamo a costruirla e vedrete che può anche diventare un oggetto utile, in modi diversi …
La base di partenza è un foglio di carta sottile o spessa, anche di giornale, di qualsiasi colore e dimensione, purché di “forma quadrata”!
Come “Guardiana” della mia porta di casa, io ho una colomba di cartoncino alta 70 cm … ma, se qualcuno di voi è al primo esperimento di Origami, o quasi, consiglio un lato del quadrato di circa 15 cm.

Ecco i vari passaggi …

1 – Piegate le diagonali del quadrato, poi stendetelo nuovamente … Schiacciate sempre bene le pieghe

2 – Voltate il quadrato e ripiegate verso il centro i quattro angoli

3 – Senza aprire le pieghe, voltate nuovamente il foglio e ripiegate gli angoli verso il centro

4 – Aprite il foglio che adesso dovrebbe avere tutte queste pieghe …

5 – Alzate e piegate i lati, come vedete nell’immagine

6 – Abbassate e schiacciate due punte laterali

7 – Piegate al centro, in verticale, così costruite le zampe della Colomba

8 – Manca solo la testa della colomba che, secondo me, può essere fatta in due modi: o piegando semplicemente la parte in alto verso destra o verso sinistra, oppure piegando la punta lentamente in avanti, come indica la freccia del disegno, in modo da capovolgerla

Ed ecco altre mie idee e suggerimenti …

Se volete la Colomba accovacciata, piegate in fuori le due zampe … Se poi volete usare la Colomba come “contenitore”, vi consiglio di inserire una graffetta, come nell’immagine in basso.
La Colomba, realizzata in carta un po’ spessa e di giusta dimensione, può, infatti contenere, come nel disegno a colori, le punte da disegno, o le pastiglie di zucchero e di cioccolato, i petali secchi di rosa e profumati, i becchi d’oca per i capelli, i vetrini raccolti in spiaggia … bottoni, nocciole, perline, ecc …

La Colomba, accovacciata su un cartoncino rettangolare, avvolta nel cellophane e con un bel fiocco in cima, può anche diventare una confezione regalo molto “chic” o, come diceva mia nonna, … “parla pà che spatuss”!
Buon divertimento!

Copyright del Testo e delle Immagini: Centro Studi Piemontesi – Daniela Rissone

Cartoline dai nostri Saloni del Libro #SalToEXTRA

Il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis ha partecipato con un suo stand fin dalla prima edizione del Salone Internazionale del Libro Torino, e era prenotato per l’Edizione 2020!
Da 33 anni come oggi, da Torino Esposizioni al Lingotto, siamo sempre stati gioiosamente impegnati ad allestire il nostro Stand.
Un amarcord di immagini, persone, iniziative, impegno, lavoro….che affidiamo a qualche fotografia dalle migliaia che custodiamo nell’Archivio istituzionale…., nell’attesa di rivederci presto al Lingotto.

Maria Teresa Reineri con la sua biografia di Anna di Orléans
#SalTo19: si parla dell’Archivio del Centro Studi Piemontesi con Andrea Ludovici e Rosanna Roccia
#SalTo 18: Graziella Riviera e Bruno Gambarotta presentano La strada del Fiammingo
Enrico Eandi
Federico Bona, Roberto Sandri-Giachino, Roberto Placido , Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio
Con Elena Gianasso
Albina malerba, Tavo Burat, Giovanni Tesio
Il nostro stand con Lara Ferrando
Allo stand con Lara Ferrando e Valeria Moser
La sindaca Chiara Appendino, con Albina Malerba e Giulia Pennaroli
Massimo Bray al nostro stand, con Albina Malerba e Giulia Pennaroli
Stand in allestimento
Dietro le quinte
#SalTO18: Alberto Cavaglion, Giuseppe Pichetto, Simonetta Tombaccini, Sandra Rebershack, Albina Malerba presentano La nazione Ebrea di Nizza
Franca Varallo, Marco Carassi, Rita Marchiori
Un particolare dello stand
Il convegno “Comunicare le lingue meno diffuse in Piemonte” nello spazio del Consiglio regionale del Piemonte
Il REP- Repertorio Etimologico Piemontese
il nostro stand, con Giulia Pennaroli e Adriano Savio
#SalTo2010 Conferenza Salviamo la memoria e il futuro, con Emanuele Filiberto di Savoia.
Uno dei disegni realizzati da Daniela Rissone per il Centro Studi Piemontesi

Proponiamo dal nostro canale YouTube il video di alcuni incontri delle scorse edizioni del Salone del Libro:

#SalTo19 Cinquant’anni al servizio della cultura – in occasione dei 50 anni del Centro Studi Piemontesi, con Giuseppe Pichetto, Rosanna Roccia, Franco Cravarezza, Graziella Riviera, Albina Malerba, autori e collaboratori di “Studi Piemontesi”

#Salto18 Presentazione Per l’immagine dello stato di Elena Gianasso, con l’Autrice e Costanza Roggero

#Salto18 Presentazione Anna Maria d’Orléans di Maria Teresa Reineri, con l’Autrice e Gustavo Mola di Nomaglio

#Salto18 Presentazione La strada del fiammingo di Graziella Riviera. Con l’Autrice intervengono Bruno Gambarotta, Renata Lodari, Rosanna Roccia; letture di Laura Riviera

#Salto 18 Presentazione La Nazione Ebrea di Nizza di Simonetta Tombaccini. Con l’Autrice intervengono Giuseppe Pichetto, Albina Malerba, Sandra Rebershack, Alberto Cavaglion

matteo olivero pittore delle montagne

Viaggio tra i libri pubblicati dal Centro Studi Piemontesi

Matteo Olivero. La formazione, i temi, la fortuna

Personalità complessa, al cui fascino contribuirono le origini occitane e i viaggi, Matteo Olivero (Acceglio 1879-Saluzzo 1932) ritrova in questo volume aspetti della biografia e dell’opera rimasti in ombra. Anzitutto, si riscoprono la formazione dal 1896 in Accademia Albertina e, dal 1902, la vita di bohème a Torino che fecero maturare un precoce talento. Nel 1905, Olivero si trasferì a Saluzzo anche in polemica con la competizione tra artisti nella città sabauda, mal camuffata da istanze socialisteggianti. Dapprima in difficile equilibrio tra la provincia e l’orizzonte internazionale cui lo traeva anche l’amicizia con Giuseppe Pellizza da Volpedo e Alexis Mérodack-Jeaneau, il pittore visse poi tra entusiasmo e scoraggiamento. A sostenerlo provvidero, accanto alla madre Lucia, committenti spesso divenuti confidenti, tra cui Alice Galimberti Schanzer e quindi Luigi Burgo. A Saluzzo, le Collezioni Civiche, la Pinacoteca Matteo Olivero e il Fondo Olivero nell’Archivio Storico hanno suggerito contributi sulla costituzione di un tale patrimonio di testimonianze visive e scritte intorno all’artista che nella città d’elezione spirò anzitempo. A Cuneo, il Museo Casa Galimberti e il lascito di Ermete Revelli confluito nella Fondazione intitolata a suo figlio Nuto hanno riaperto l’esplorazione della rete di rapporti intrecciata da Olivero, incluso il dialogo con il pioniere della demoetnoantropologia Euclide Milano.

L’attenzione ai documenti si accosta in questa ricerca polifonica alla lettura della produzione di Olivero per temi, nell’intento sia di valorizzare zone riposte come il senso del sacro, sia di meglio individuare la cifra dei ritratti e degli autoritratti. Olivero amò e infinite volte raffigurò il paesaggio alpino: in Val Varaita e nella Val Maira che gli diede i natali sono stati condotti raffronti tra dipinti e vedute, ritrovando i punti di vista e precisando così soggetti e titoli fin qui confusi o inesatti. Anche grazie a questo tesoro di immagini e informazioni ricavate sul campo, l’omaggio a colui che – tra tante maschere – volle presentarsi come semplice figlio della montagna vale da auspicio per la continuazione degli studi al suo riguardo.
Il volume è stato presentato a Torino al Centro Studi Piemontesi l’11 novembre 2019, dal curatore, Antonio Musiari, da Edoardo Di Mauro e dal Presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino Paola Gribaudo
La conferenza può essere rivista sul Canale YouTube del Centro Studi Piemontesi

Matteo Olivero. La formazione, i temi, la fortuna, a cura di ANTONIO MUSIARI
Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Albertina Press, 2019 pagg. 351, ill. a colori, prezzo di copertina € 30,00 ISBN 978-88-8262-290-9
Nel 140° anniversario della nascita di Matteo Olivero si è costituita, nel desiderio di valorizzarne la personalità e l’opera, la rete degli enti che hanno ospitato le mostre e che hanno espresso il gruppo di ricerca all’origine del volume. Le sedi delle mostre, tenutesi dal 28 giugno al 29 settembre 2019 sono state: la Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Torino, il Museo Casa Galimberti della Città di Cuneo, la Pinacoteca Matteo Olivero e Castiglia della Città di Saluzzo, il Museo di Arte Sacra dell’Alta Val Maira del Comune di Acceglio e l’Associazione culturale Lu Cunvent di Rore di Sampeyre. Il libro, dopo i Saluti istituzionali, offre una panoramica sui Generi e temi nell’opera di Matteo Olivero, a cura di Antonio Musiari; raccoglie i saggi di Antonio Musiari, Floriana Cioccolo, Roberta Chitarrini, Giancarla Bertero, Barbara Stabielli, Sandra Viada, Lorella Bono, Maria Grazia Brondino, Federica Maffioli – Andrea Ruggieri – Francesco Dematteis, Francesco Revello; Raccolta di immagini nella sezione “Opere in Mostra”.

Cirio, le conserve più famose del mondo

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

È cominciata in via Borgo Dora nel 1856
l’avventura straordinaria del piemontese Francesco Cirio, di Nizza Monferrato
Le conserve e i pelati più famosi nel mondo

As nature creates, Cirio preserves*
dallo slogan di una celebre campagna pubblicitaria internazionale della Cirio

Il 9 gennaio del 1900 moriva a Roma Francesco Cirio. A Torino lo ricorda e ne tramanda il volto una targa murata in Piazza della Repubblica 24. Il suo nome fu ed è sinonimo di industria conserviera. I contemporanei lo definivano «l’italiano più famoso del mondo». Era, perciò, anche il più famoso piemontese e torinese. Nacque a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836. Il padre era un piccolo commerciante con alle spalle qualche sfortunata iniziativa nel commercio delle granaglie. Che Cirio fosse piemontese – e che sia stato a lungo cittadino di Torino – dovrebbe essere arcinoto: ne hanno parlato i giornali, lo riferiscono le enciclopedie e numerosi autori. Eppure basta un rapido sondaggio per notare che molti continuano ad associarlo a Napoli e al meridione d’Italia, dove egli sviluppò grandiose imprese industriali ed agrarie, tuttora universalmente note e, superate burrascose vicissitudini, prospere.

Lavorando duramente sin da bambino per aiutare la famiglia, in difficoltà economiche, Cirio non poté studiare e, per questo vari biografi lo definiscono un semi analfabeta. In realtà fu un autodidatta di eccezionali capacità. Sterratore nella Cittadella di Alessandria, manovale a Genova, garzone in un pastificio di Torino, fissò la propria dimora nella capitale sabauda nel 1850. Dal 1847 commerciava ortaggi tra Nizza Monferrato e Fenestrelle, avendo quale mezzo di trasporto solo le proprie gambe. A Torino comprava pomodori e ortaggi a Porta Palazzo e li rivendeva in altre zone. Nei ritagli di tempo confezionava per conto terzi ceste destinate a Nizza Mare. A sera scaricava vagoni di frutta e verdura. Proprio Nizza Mare, ancora “piemontese”, e poi Parigi, furono sede di suoi commerci di una certa consistenza. Messo da parte un piccolo capitale, nel 1856 aprì a Torino, in via Borgo Dora 24, una fabbrica di conserve.

Già i Lancia, prima delle loro avventure nel mondo dell’automobile, di qui si erano affermati in campo conserviero in Europa. Cirio, partendo dalle loro intuizioni, inventò nuovi metodi di conservazione (sostenendo nel 1869 controversie contro Luigi Dompé, che accampava diritti di priorità di cui non fu riconosciuto il fondamento). In breve fondò uno stabilimento di contenitori capaci di conservare inalterati ortaggi freschi, carni, caffè ed altri alimenti che le sue aziende inscatolavano a ritmi sempre più vertiginosi, spedendoli in tutto il mondo.

Fu anticipatore ed iniziatore della bonifica dell’agro romano, mise a coltura intensiva nel sud Italia migliaia di ettari di terre in completo abbandono, promosse lo sviluppo della rete ferroviaria, procurò lavoro e benessere a tanti italiani, offrendo loro un’alternativa all’emigrazione. Il successo fu tale da procurargli l’accusa di essere un vero monopolista. Le sue aziende italiane producevano ed esportavano, in effetti, ogni anno migliaia di vagoni in più rispetto a tutte le altre concorrenti messe insieme, milioni e milioni di scatole partivano in ogni direzione. Anche con esse il nome di Torino, prima di quello di Napoli, ha attraversato, associato a quello di Cirio, il mondo.

Gustavo Mola di Nomaglio

Grazie al TGR Piemonte che nell’edizione di oggi, tra gli eventi culturali on line dell’Agenda di Simonetta Rho, ha citato la presenza social del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontesi sul sito , Facebook, Youtube, Instagram e Twitter, proponendo anche la colomba realizzata da Daniela Rissone

Qui la registrazione (al minuto 18,42)

Notizie da via Revel

Il periodo di lockdown, una brutta parola che abbiamo tristemente imparato e che noi abbiamo tradotto con bogianen sta ‘n-të-ca e travaja, si è molto prolungato e purtroppo anche la sede del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis di via Ottavio Revel è stata temporaneamente chiusa, ma ci siamo attrezzati per riaprire al più presto in sicurezza. Non crediamo purtroppo sia possibile prima dell’estate riprendere la normale programmazione delle manifestazioni e degli incontri in sede.  Per questo abbiamo intensificato la presenza del Centro Studi Piemontesi non solo sul sito www.studipiemontesi.it, dove pubblichiamo giornalmente articoli, poesie, notizie, curiosità, ma su Instagram, FB e Twitter. Inoltre ricordiamo che dal sito cliccando su YouTube, si possono rivedere, o vedere, le conferenze registrate negli ultimi anni; e su e-book scaricare libri e opuscoli. Non è la stessa cosa e non ci dà la gioia e l’energia che ci scambiavamo in sede tutti i lunedì, e in tante altre occasioni di incontro e di confronto, di chiacchiere tra amici, ma sono opportunità di contatto che la tecnologia rende oggi possibili.

La buona notizia è che siamo in bozze con il n. 1, 2020 vol. XLIX della rivista “Studi Piemontesi”. Il volume sarà puntualmente inviato ai Soci a giugno.

È anche in stampa il vol. XI dell’Epistolario di Massimo d’Azeglio; l’impresa dovrebbe concludersi entro il 2020, al più ai primi del 2021, con il vol. XII, che Georges Virlogeux sta approntando.

Il corposo volume che raccoglie gli studi presentati al Convegno internazionale Savoie Bonnes Nouvelles, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio, è in marcia e anche questo si spera possa essere stampato quanto prima.  

Siccome sono state prorogate tutte le scadenze, il Presidente e il Consiglio Direttivo stanno valutando la data più idonea per fissare in sicurezza l’Assemblea annuale ordinaria dei Soci, per l’approvazione del Bilancio e della Relazione sull’attività svolta nel 2019, anno del 50° di fondazione della Ca dë Studi Piemontèis.

Chi volesse acquistare i nostri libri può ordinarli con una mail, e saranno inviati ai Soci senza spese di spedizione.

Il lavoro va avanti… e la ruota continua a girare

Giochiamo con la colomba

Un gioco per Grandi e Piccoli

Progetto e realizzazione di Daniela Rissone

… Anche la Colomba, di questi tempi, ha voluto ri-acquistare un po’ di libertà … e appena ho aperto la finestra, anzi il finestrone, è “schizzata via”, lasciandoci solo la traiettoria del suo velocissimo volo…

Chissà se ritornerà?

Nella stanza, ancora sguarnita dei vostri capolavori, il finestrone con il grande vetro adesso è ben chiuso e, se volete giocare, sarà la base, anzi il supporto per le nuove sperimentazioni artistiche, insieme all’attuale colomba di carta che, “appollaiata” sul tavolino, aspetta di giocare anche lei …
Questa colomba è un origami che ho scoperto decenni fa in un’Enciclopedia per Ragazzi della Garzanti e usato molte volte, per la sua Geometria molto semplice …

A tutti, grandi o piccoli, almeno una volta, sarà successo di “tracopiare” su un foglio un disegno o una fotografia, appoggiandosi al vetro di una finestra in controluce.
Se poi avete anche un balcone, potrete anche tracopiare i contorni e i dettagli di un “oggetto tridimensionale”, ad esempio un vaso di fiori appeso alla ringhiera, oppure un insieme di bottiglie vuote di forme diverse, o una statuina posata su una sedia, con dietro un panno di colore uniforme che fa da sfondo, o il volto della mamma e del papà … ecc.

Magari senza saperlo, avete disegnato in Prospettiva!

Leggete questa frase, scritta da un personaggio molto famoso, che non è un nostro contemporaneo:
“ … “Abbi un vetro grande … e quello ferma bene innanzi agli occhi tuoi, cioè tra l’occhio e la cosa che tu vuoi ritrarre; poi poniti lontano con l’occhio al detto vetro due terzi di braccio; e ferma la testa … in modo che tu non possa muoverla … e col pennello o con lapis … segna sul vetro ciò che di là appare …”
Così ha scritto Leonardo da Vinci nei suoi appunti che, dopo la sua morte, sono raccolti nel “Trattato della Pittura” dal suo erede e fedele collaboratore Francesco Melzi.

Sempre con il supporto del vetro, potete “interpretare” un tramonto, con delle bellissime nubi rossastre …
I disegni possono anche nascere dai vostri ricordi e pensate a immagini viste da finestre da cui vi affacciavate in anni passati, perché poi avete cambiato casa, o semplicemente eravate in vacanza.
Le “inquadrature” possono essere tante ma probabilmente alcune sono “fissate” nella vostra mente …

L’Arte è anche “creatività” e allora pensate a “cosa vorreste vedere” dalla vostra finestra. Le idee non avranno più limiti e potranno apparire luoghi lontanissimi o personaggi inventati o visti in film, ecc. ecc.

Ricordatevi che il Gioco è sempre un pretesto per fermare le angosce e i pensieri della vita quotidiana … e soprattutto, cosa più importante, per “strapparvi” un sorriso!

Copyright del Testo e delle Immagini: Centro Studi Piemontesi – Daniela Rissone

scarica lo schema

Repertorio Etimologico Piemontese

In questo lungo periodo di “lockdown” (che potremo tradurre “Bogianen, sta ‘n- të-ca e travaja”, sui media sono girate molte cose in piemontese, canzoni, poesie… alcune anche molto belle, segnale di un interesse vivo per la lingua e la letteratura in piemontese.
A chi fosse interessato ad approfondire segnaliamo che sono ancora disponibili alcune copie del monumentale

Repertorio Etimologico Piemontese – REP


Direzione scientifica di ANNA CORNAGLIOTTI, Università di Torino
Redattori: LUCA BELLONE, ANNA CERUTTI GARLANDA, ANNA CORNAGLIOTTI, MARISA FALCONI, LAURA PARNIGONI, GIOVANNI RONCO, CONSOLINA VIGLIERO
Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015. Pagg. CLXXXII-814 (2015)

Dopo quindici anni di lavoro di una équipe di studiosi sotto la direzione scientifica di Anna Cornagliotti, è uscito il monumentale Repertorio Etimologico Piemontese – REP: un “vocabolario” di grande formato di oltre 1.000 pagine che documenta la storia delle parole piemontesi dalla loro prima attestazione, con la ricerca dell’etimo, la registrazione delle varianti fonetiche e morfologiche e l’indicazione dei significati registrati fino a oggi. Due gli obiettivi dell’opera: “fornire uno strumento di facile consultazione per un pubblico non specialistico e, allo stesso tempo, permettere allo studioso di trovare tutte quelle indicazioni che qualificano l’opera come un serio contributo scientifico”.

Il linguista Gianluigi Beccaria parla del Repertorio Etimologico Piemontese in un ampio articolo pubblicato su “La Stampa” del 6 gennaio 2016.

QUI si può leggere l’articolo, completato da una breve video-intervista.

Il Repertorio Etimologico Piemontese è in vendita al Centro Studi Piemontesi. Prezzo di copertina e 110. Per informazioni: info@studipiemontesi.it

Chocolat Cicolata Cioccolato e … Nocciole

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Nel secondo volume del Dictionnaire historique e biographique de la Suisse (Neuchatel, 1924) si legge, alla voce “Chocolat”, che il padre dell’industria cioccolatiera svizzera, François-Louis Cailler, trasse l’ispirazione per fondare la sua impresa da due italiani. In effetti Cailler, ebbe l’idea di fabbricare cioccolato in grande durante un soggiorno in Piemonte, attorno al 1818. Qui ebbe modo di vedere all’opera non soltanto i piccoli artigiani che lavoravano manualmente cacao e zucchero, ma anche già uno stabilimento industriale con qualche inizio di meccanizzazione. Non per caso Torino è sempre stata considerata la capitale europea del cioccolato e anche oggi, pur essendo gli svizzeri a farla da padroni in questo campo, la città ne rimane l’indiscussa capitale storica, mentre permangono in esercizio alcuni insediamenti produttivi di assoluta eccellenza. Pare che il primo a portare con sé una certa quantità di cacao in Piemonte sia stato, a metà ‘500, Emanuele Filiberto, al rientro nei suoi Stati dopo l’esilio. In breve l’uso della cioccolata si diffuse a Torino, dapprima sotto forma di bevanda. La “bavareisa”, antenata del “bicerin”, era già largamente consumata (quanto meno nei caffè e nelle famiglie abbienti) nel primo ‘700.

Una grande novità, destinata a rafforzare la supremazia di Torino e a gettare le basi di straordinari successi commerciali, risale agli anni napoleonici, quando i cioccolatieri torinesi, di fronte alla penuria di cacao (Napoleone e i suoi seguaci non si accontentavano di trafugare le opere d’arte) iniziarono a mescolare con esso piccole quantità di polvere di nocciole. Il pubblico apprezzò la miscela, economica e squisita, premiando i produttori con consumi sostenuti. Il primo a produrre il nuovo cioccolato a livello industriale fu, negli anni venti dell’800, Michele Prochet: in società con Caffarel (entrambi appartenevano a famiglie del Pinerolese dal quale più tardi sarebbe giunto a Torino per fabbricare cioccolato anche Talmone) diede vita al “Gianduja”, mille volte imitato, ma mai eguagliato fuori dal Piemonte.

Il nocciolo aveva precedentemente avuto in terra subalpina un’importanza marginale rispetto ad altri alberi da frutto, come il castagno, in primis, e il noce. In breve tempo esso si trasformò per il Piemonte (habitat di cultivar capaci di dare, ancor prima che l’intervento degli agronomi ne migliorasse ulteriormente le caratteristiche, un prodotto di sapore e resa eccezionali) in una sorta di gallina dalle uova d’oro. A qualcuno sembrò naturale, poiché, da sempre, al legno del nocciolo ed ai suoi semi e frutti, si accompagnavano leggende e credenze che gli conferivano un’aura di beneaugurante magia e mistero. Non per caso col legno di questa pianta erano preferibilmente fatte anche le bacchette divinatorie utilizzate per cercare acqua, miniere, oro o tesori nascosti. Originario probabilmente dell’Asia Minore, il nocciolo (o còrilo, o avellano, traendo nome dalla città campana di Avella, dove si coltivava in tempi remoti) era già noto agli antichi romani, che usavano donare i suoi rami fruttiferi quale augurio di felicità. Per i popoli germanici la nocciola era simbolo di fecondità, tanto che sappiamo di matrimoni nel corso dei quali i partecipanti gridavano “nocciole, nocciole” agli sposi; tre giorni dopo la moglie avrebbe distribuito a tutti alcuni di questi frutti, segno che il matrimonio era stato consumato. Ma l’uso della nocciola quale simbolo di fertilità ricorre in molti altri luoghi. In Normandia, durante il medioevo si usava, ad esempio, dare alle vacche tre colpi con una bacchetta di nocciolo per propiziare un’abbondante produzione di latte.
La nocciola (avellana) è anche una figura dell’araldica, chiamata a rappresentare amore segreto o virtù nascoste, ad eccezione della croce avellana (fatta di quattro nocciole) che campeggia sopra il globo imperiale: in cui principalmente si deve leggere l’usuale auspicio di fertilità e benessere.

Un benessere di cui per tanti corilicoltori piemontesi i noccioli non sono stati avari. Oggi in Piemonte si contano circa ventimila ettari di terreno coltivati a nocciolo (con un fortissimo incremento negli ultimi dieci anni). Le aziende impegnate sono ben oltre 3000, con forte concentrazione nelle Langhe che producono, complessivamente, oltre 240.000 quintali di frutti caratterizzati da profumo, sapore e, in generale, qualità senza concorrenti. Un’altissima percentuale dell’intera produzione è certificata Igp, costituendo una delle ricchezze tipiche della regione.
gmn

Per la storia recente di produzione cioccolato con le nocciole cfr. Renata Allìo, Cioccolatieri senza cacao. Note sui problemi dell’industria dolciaria torinese nel 1946, in “Studi Piemontesi”, giugno 2002, vol. XXXI, fasc. 1.

Canté magg / cantar Maggio

GRAZIELLA RIVIERA

Qualcuno ricorda di averlo vissuto di persona o sentito raccontare? Questa antichissima usanza si conservava ancora in alcune aree del Piemonte fino a metà Novecento.
Il primo giorno, o la prima domenica del mese, gruppi di giovani percorrevano le campagne cantando e inalberando una fronda verde ornata di fiori, nastri colorati, talvolta anche di una bambolina di pezza. Una delle ragazze della compagnia, spesso una bambina festosamente agghindata e inghirlandata, impersonava la Sposa o la Regina del Maggio. I cantori sostavano ad ogni cascina, piantavano la fronda sull’aia e presentavano la Sposa intonando strofe benauguranti e invitando gli abitanti ad onorarla con uova e doni.
Simile per molti aspetti alla Questua delle Uova del periodo pasquale, ma ancora più ricco di valenze simboliche, il Cantar Maggio affonda le radici negli arcaici riti stagionali di passaggio dell’Europa preistorica; al valore cosmico dell’uovo come origine di vita associa il culto della vegetazione, l’evocazione (ormai inconsapevole) del pagano “spirito arboreo” propiziatore del risveglio della natura e dell’abbondanza dei raccolti.


Ecco, tra le tante varianti, alcune strofette riemerse dalla memoria o da raccolte etnomusicologiche.

Ben ven-a Magg, ben ven-a Magg
Quand ch’a torna ‘l Dì dël Magg!

Guardé la nòstra Sposa
coma l’é bin dobà
l’a smija la fior dël persi
quand ch’a l’é botonà

Vnì fòra voi madama
madama dël castel
vnì fòra a regalene
na reusa dël bindel

Si voi veuili nen chërde
che ‘l Magg a l’é rivà
feve ‘n pòch da la fnestra
lo vidré bin piantà

Vnì fòra voi padron-a
Padron-a dël polé
dene dj’euv che ‘l galeine
tucc o dì j’han canté

Benvenga Maggio, ben venga Maggio
Quando torna il Giorno del Maggio

Guardate la nostra Sposa
com’è ben abbigliata
sembra il fiore del pesco
quando è ancora in boccio

Venite fuori voi signora
signora del castello
venite fuori a regalarci
una rosa del nastro

Se non volete credere
che il Maggio è arrivato
affacciatevi alla finestra
lo vedrete ben piantato.

Venite fuori voi padrona
padrona del pollaio
dateci uova che le galline
tutto il giorno hanno cantato

E così via, alternando al ritornello la richiesta di offerte e gli elogi della Sposa: vestita di brillanti colori, belle scarpette, begli anellini, sarà celebrata fino a cinquanta miglia di distanza…
In conclusione i ringraziamenti:

Ringrassioma la padron-a
ch’a l’ha bin pagà
pregoma la Madòna
ch’a-j dia sanità.

Ringraziamo la padrona
che ha ben pagato
preghiamo la Madonna
che le dia salute.

E per chi non offre niente? Invettive, diavoli, vespe, calabroni, e preghiere alla Madonna perché “a-j fassa crué ij dent” !