una poesia per questi giorni

GIOVANNI TESIO: Professore, critico letterario, studioso di letteratura italiana con una gran messe di saggi su poeti e scrittori italiani e piemontesi. Da alcuni anni si dedica con impegno alla poesia. Citiamo soltanto i due libri di Sonetti, pubblicati per le edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Stantesèt sonèt, Prefazione di Lorenzo Mondo, postfazione di Albina Malerba (Pagg. IX-108, 2015); e Vita dacant e da canté, Prefazione di Pietro Gibellini (Pagg. XIII-380 ,2017).

Pubblichiamo qui un suo sonetto inedito dedicato a questi nostri difficili giorni.

                      S’a-i é chi a canta da pogieuj e fneste

                      i veuj pa dì ch’a l’abio nen le teste

                      combin ch’i treuva che fé festa ai mòrt

                      a sia ‘n po’ da mat o spirit fòrt.

                      La nav dij fòj ch’ambarca ‘l pess ëd noi

                      con l’ilusion ëd fé na còsa bon-a

                      e noi tuj lì a remé, o che brajoma,

                      për nen pensé che soma ‘n t’un garboj.

                      Mi penso ai mòrt ch’i peuss nen compagné

                      ai mòrt ch’a van da soj drinta la neuit

                      e a cole file ‘d bare sensa deuit.

                      E treuvo che al doman va bin pensé

                      e penso ch’a sia bel fin-a canté

                      ma riesso nen a varì ‘n mi col veuid.

Traduzione

Se c’è chi canta da balconi e finestre/ non voglio dire che non abbiamo le teste/ benché io trovi che far festa ai morti/ sia un po’ da matti o da spiriti forti.// La nave dei folli che imbarca il peggio di noi/ con l’illusione di fare una cosa buona/ e noi tutti lì a remare, o che gridiamo,/ per non pensare che siamo in un groviglio.// Io penso ai morti che non posso accompagnare/ ai morti che vanno da soli nella notte/ e a quelle file di bare senza grazia.// E trovo che al domani va bene pensare/ e penso che sia bello anche cantare/ ma non riesco a guarire in me quel vuoto.

G.F. Fiochetto, archiatra di Casa Savoia e protomedico durante la peste del 1630 a Torino

Su “La Stampa” di oggi, l’articolo di Giorgio Ballario sulla peste del 1630 a Torino fa riferimento al protomedico Giovanni Francesco Fiochetto, autore dell’allora molto innovativo “Trattato della peste e del pestifero contagio”, stampato nel 1631.

Ci fa piacere segnalare che il Centro Studi Piemontesi, nel 2010, ha pubblicato una esauriente biografia del Fiochetto, autrice Maria Teresa Reineri: Dal secolo d’oro al flagello nero. L’archiatra di Casa Savoia Giovanni Francesco Fiochetto (Vigone 1564-Torino 1642)(pagg. 442), presente in tutte le più importanti biblioteche, non solo piemontesi.

La biografia di un personaggio dalla vita straordinaria è di per sé un “romanzo” e tale può definirsi questo libro che narra, con penna leggera ma storicamente documentata, la vita di Giovanni Francesco Fiochetto. Nato nel 1564 a Vigone da un notaio di provincia dimostra fin dalla gioventù che non avrà un’esistenza banale. Studia medicina alla Sorbona, si laurea a Torino dove esercita con sapienza così da essere, in breve, chiamato ad insegnare all’Università, nominato archiatra di Carlo Emanuele I e pedagogo dei suoi figli che poi segue alla corte di Filippo III di Spagna. Per più di quindici anni Fiochetto vive il “secolo d’oro”: alterna i soggiorni alla corte madrilena con i viaggi attraverso il Mediterraneo sulle navi spagnole comandate da Emanuele Filiberto, terzogenito del duca, e infine risiede in Sicilia con lui, creato viceré. Fino alla morte del Principe nel 1624.
Fedeltà e conoscenza gli sono riconosciute: nominato protomedico del ducato sabaudo si prodiga durante l’infuriare della peste (il “flagello nero”) del 1630 che descrive nel ben noto Trattato della peste.
Ammirevoli i rapporti familiari che mantiene, pur lontano. Elegge la natia Vigone sede del suo sepolcreto (portandovi ad operare Carlo di Castellamonte e le sue maestranze) e depositaria dei tanti lasciti caritatevoli.
Il libro segue con appassionata attenzione le vicende private e pubbliche lungo l’intera vita di Fiochetto fino alla morte, avvenuta nel 1642, raccontandone anche il sogno ambizioso ma vano, faro dell’intera sua esistenza: far vivere nella discendenza il nome a cui ha dato così grande lustro.
Le sue opere, in latino e in volgare, sono testimonianza della scienza, modernità, erudizione di un uomo, un grande piemontese, di altissima statura morale.

CALLISTO CARAVARIO PROTOMARTIRE SALESIANO

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

CALLISTO CARAVARIO PROTOMARTIRE SALESIANO

Gustavo Mola di Nomaglio

Nella storia delle missioni cattoliche la Cina ha un posto importante. All’inizio del XIX secolo la Chiesa di Roma vi era presente con due diocesi (Macao, e Pechino) e tre vicariati apostolici (Su-tchuen, Fo-kien e Chan-si) con circa 187.000 fedeli. Il numero non era insignificante ma, rispetto al ‘700 – quando i cataloghi dei Gesuiti contavano quasi 800.000 cristiani- era diminuito in modo impressionante. Le autorità avevano combattuto l’opera missionaria, minacciando i cinesi convertiti ed istigando il popolo a sterminare “i diavoli stranieri”. Durante l’800 i missionari ebbero vita meno difficile e riuscirono a portare in seno alla religione cristiana oltre 500.000 fedeli. Sembra un numero considerevole, tuttavia rispetto alla popolazione complessiva non vi era che un cristiano su ottocento, ancora troppo poco per potersi sentire al sicuro da nuove persecuzioni e repressioni. Queste giunsero, più terribili che mai, nel 1900 con la rivolta contro gli stranieri e i cristiani indigeni (protetta, per non dire istigata, da ambienti governativi) dei Boxers. Si registrarono impressionanti eccidi. Dal giugno al dicembre 1900 furono uccisi “fra inauditi tormenti” – si legge nel Lessico ecclesiastico pubblicato da Vallardi poco dopo i fatti – 25.000 cristiani cinesi, 6 vescovi, 28 missionari di varie nazionalità e 17 suore. Sfuggì per poco al massacro lo stesso vicario apostolico di Pechino, Monsignor Favier, liberato dalle truppe internazionali, insieme a 3000 cristiani, dopo un assedio durato 76 giorni che stava ormai divenendo insostenibile. Alcune testate giornalistiche della sinistra europea tentarono di giustificare le stragi compiute dai Boxers, accusando i missionari di avere provocato la reazione dei cinesi “disprezzandone le secolari costumanze”. Molte voci si alzarono però a favore dei religiosi, anche tra i cinesi non cristiani, e le accuse furono tacitate.

Nel corso dei secoli le regioni subalpine diedero alle missioni cinesi un degno contributo di uomini. La partecipazione piemontese divenne particolarmente significativa nei primi decenni del ‘900 con l’apporto dei Salesiani. San Giovanni Bosco nel proprio testamento spirituale aveva antiveduto, con frasi che si situavano a metà strada tra l’auspicio e la premonizione, la presenza dei propri discepoli in terra cinese, prevedendo che i Salesiani avrebbero potuto fare molto “a beneficio dei fanciulli poveri e abbandonati”. La cristianizzazione della Cina era nei programmi del Santo e anche nei suoi sogni. Qualche tempo prima di morire, egli narrò di avere sognato, in relazione alla presenza salesiana nel lontano impero, due calici che contenevano sangue dei suoi discepoli. Nonostante i presagi di Don Bosco e le terribili carneficine subite dai cristiani i Salesiani non si tirarono indietro e iniziarono una lenta opera di espansione nel territorio cinese.

 Il primo gruppo di Missionari Salesiani partì da Torino nel gennaio 1906, guidato da Don Luigi Versiglia (che, nato nel 1873 ad Oliva Gessi, nel Pavese, era entrato dodicenne nell’Oratorio torinese di Valdocco, per pronunciarvi, al termine degli studi, voti solenni). La prima sua istituzione in Cina fu un orfanotrofio. Nel giro di pochi anni, tra mille avversità, riuscì a dare vita a numerose case, ospizi, lazzaretti. Nel 1912, divenuto uno dei punti di riferimento del mondo cristiano cinese, fu consacrato vescovo. Tra i tanti che da Torino si recarono a svolgere la propria opera nell’impero celeste, giunse, nel 1924,   anche Don Callisto Caravario, un giovane sacerdote nato a Cuorgnè ventun anni prima. Divenuto segretario di Mons. Versiglia, nel 1930 lo accompagnò, con alcuni catechisti e catechiste, in un viaggio a Linchow. Lungo la strada li attendeva la morte che li avrebbe fatti divenire i primi martiri Salesiani. La barca con cui viaggiavano sul fiume del Linchow fu fermata da un gruppo di persone armate. Non era più il tempo dei Boxers ma i cattolici avevano ora nei “bolscevichi”, guidati, sotto la regia russa, da Chong-Fat-Kwai, nemici non meno feroci. Difficile dire se Versiglia e Caravario potevano cavarsela pagando una taglia. Di certo facendo scudo col proprio corpo alle maestre cinesi che li seguivano (e che di lì a qualche giorno sarebbero state fortunosamente salvate da forze di polizia) suggellarono il loro destino. Dopo percosse e torture furono fucilati. I corpi dei martiri giunti dal Piemonte, ritrovati da alcuni confratelli, furono sepolti, dopo solenni funerali, nella città di Shiu-chow.

Nonostante tutto è primavera

Pinin Pacòt

Torino, 20 febbraio 1899 – Castello d’Annone (Asti), 16 dicembre 1964

Negli anni dopo la prima guerra mondiale, in un clima di decadenza e di progressivo abbandono del piemontese, raccoglie attorno alla rivista “Ij Brandé” (1927) le forze nuove per ripensare un programma di seri studi storico-filologici, come base di rinnovamento e rinascita della poesia e della lingua piemontese sentita e vissuta con coscienza critica e impegno artistico. Con Andrea Viglongo elabora anche i principi per la codificazione della grafia piemontese. Vicino al movimento dei Félibres di Mistral, a Crissolo, nell’agosto del 1961, fonda con alcuni poeti piemontesi e provenzali “L’Escolo dόu Po”, premessa per il risveglio della cultura provenzale nelle vallate del Piemonte.

Renzo Gandolfo con Pinin Pacòt, lo scultore Pietro Canonica, il Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, il Senatore Teodoro Bubbio, alla Famija Piemontèisa di Roma.

La sua opera poetica è raccolta nel volume, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, pubblicato in prima edizione nel 1967, a cura di Renzo Gandolfo,  per iniziativa della Companìa dij Brandé, con il concorso dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino e sotto gli auspici della Famija Turinèisa e della Famija Piemontèisa di Roma, con la Prefazione di Gustavo Buratti, poi in edizioni successive, dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, con l’aggiunta quasi a postfazione del saggio di Riccardo Massano, Pinin Pacòt artista e poeta.

Per iniziativa del Centro Studi Piemontesi Pinin Pacòt è ricordato con “tre pere e na cita targa”, un menhir, ai Giardini Cavour di Torino e con l’intitolazione di una via cittadina.

Primavera

Deurb la fnestra, poeta, che ‘l sol a së spatara an toa stansa:

a-i nassrà na speransa, minca uns eugn che at ancanta.

E le rόndole svice at diran le rijente paròle,

che a përfumo le viòle, che la lòdola a canta.

E deurb l’ànima a st’ària pien-a ‘d vòli ant ël cel e ‘d rijade,

e ‘d përfum e ‘d cantade, e dë smens frissonante,

përchè ti it peusse vive le vite pi àute e profonde,

për che it perde e it confonde con j’osei e le piante;

për che it sente e che it cante le vive creature sorele,

le còse sempie e bele, con toa vos fàita pura,

ansema a la rόndola che a vòla për l’ària seren-a,

con la pianta che a pen-a, con la pera che a dura.

Primavera. Apri la finestra, poeta, che il sole si sparga nella tua stanza:/ nascerà una speranza, per ogni sogno che ti incanta. //E le rondini svelte ti diranno le ridenti parole, / che profumano le viole, che l’allodola canta. // E apri l’anima a quest’aria colma di voli nel cielo e di risate, / e di profumi e canzoni, e di semi frizzanti, //  perché tu possa vivere vite più alte e profonde,/ per perderti e confonderti con gli uccelli e le piante; // per sentire e cantare le vive creature sorelle,/ le cose semplici e belle, con la tua voce fatta pura,//  insieme alla rondine che vola per l’aria serena, / con l’albero che soffre, con la pietra  che dura.

Il papa e la consolata

Riproponiamo la poesia di Nino Costa, “La Consolà“, citata dal Papa nell’intervista a Papa Francesco di Domenica Agasso, su “La Stampa” del 20 marzo 2020.

A randa dij rastei dla Tor roman-a

-ultim avans d’un’epoca dëstissa –

con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a

la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare

ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija

e a ten da cont le soe memòrie care,

ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,

d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;

pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,

e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa

dle glòrie dle passion d’un’autra età –

ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,

fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda

dsora dël mond ël son dle soe campan-e

come na vos ch’a prega e as racomanda

për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,

la Madonin-a bianca sla colòna,

goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass

a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.

Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta

come sesì da ‘n sens ëd confussion:

n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,

n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –

për tant si pòch che la superbia an chita –

ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa

ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan

quand ch’a në mnavo sì a benedission,

che nòsta mama a në tnisìa për man

e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra

lagiù, lagiù, trames a doi ciairin

në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,

le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse

dj’impression e dij seugn dla prima età!

J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,

ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa

tacà la mama – pià da sburdiment –

e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa

la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,

a goarda con l’antica meravìa

le richësse e ij tesòr dla gran sità

posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,

dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton

ch’a diso da stërmà la soa coron-a

e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,

a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor

sota le vòlte freide e patanuve,

l’é sle muraje sensa gnun color

trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!

stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent

ch’ i seve brut e pien ëd poesìa

ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,

j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss

j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive

fin ch’i restoma su cost mond balòss.

…….

Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama

e ij sangiut a fan grop drinta la gola,

ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama

it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,

ignorant e sapient, giovnòt e vej –

quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor

an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,

it contoma ij maleur dle nòstre ca

për chi t’an giute con tò cheur pietos,

ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,

confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor

t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin

na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco

-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –

tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,

come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,

e t’i-j goarde con l’istess sorìs

la “monigheta” con la scufia bianca,

e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta

-quand che la ciòca dël maleur a son-a –

la verdurera con la siarpa ‘n testa

e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje

ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,

dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,

da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,

da la Crosëtta al parch dël Valentin

j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra

j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,

cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:

come l’acqua d’un fium la vita a passa

ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo  il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti… Ave Maria.

LUNA DI MARZO

La Luna

Il 24 marzo arriverà la luna nuova: luna di marzo.

Molte sono le credenze legate alla luna.

In campagna tenevano in conto la luna per seminare: con la luna nuova, durante il primo quarto, non si deve seminare altrimenti le piantine cresceranno solo in altezza, ma non saranno fruttuose. Si semina di luna calante. La luna diventerà “buona” dopo otto giorni, cioè dopo il primo quarto. C’è chi dice che trascorso il venerdì (“passatole il venerdì sopra”) allora la luna diventa buona anche se fosse venuta al giovedì (cioè il giorno prima). Con la luna nuova non si deve tagliare la legna, altrimenti tarla. Per lo stesso motivo anche la tela non si deve tagliare di luna nuova. Il bucato delle lenzuola (che una volta si faceva con acqua bollente e cenere) non si doveva fare di luna nuova, altrimenti non risultavano candide.

Se si taglia il fieno di luna nuova ammuffirà.

La luna nuova è soltanto adatta per i raccolti.

Se la luna viene con la pioggia, vuol dire che avremo brutto tempo.

E così via….

Degli effetti della Luna sulle attività umane ne ha scritto Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere:

1 luglio 1942

E sempre Pavese ne La luna e i falò, capitolo nono: “…Allora credi anche nella luna? – La luna, – disse Nuto, – bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano. Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le più grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come il Valino non saprà nient’altro ma la terra la conosceva”

Concorso letterario dedicato a gipo

Segnaliamo a chi fosse interessato la possibilità di partecipare al concorso letterario in lingua piemontese dedicato a “GIPO FARASSINO” sul tema

“MÈ PIEMONT: MONTAGNE, SEUGN, ANCIARM E AMICISSIA”

Per la SEZIONE A – RACCONTI IN LINGUA PIEMONTESE sono ammessi racconti in lingua piemontese, inediti e mai premiati in altri concorsi, della lunghezza massima di 10.000 battute

Per la SEZIONE B – POESIE IN LINGUA PIEMONTESE sono ammesse poesie in lingua piemontese della lunghezza massima di 30 versi,

In entrambi i casi LA GRAFÌA UTILISÀ A DOVRÀ ESSE COLA “STÒRICA”, CIAMÀ ‘DCÒ “PIEMONTÈISA MODERNA” O “DIJ BRANDÉ”.

Il bando completo può essere scaricato dal sito
http://amilcaresolferini.com/bandi

LA Consolà di Nino costa

Nino Costa (Torino, 28 giugno 1886 – 5 novembre 1945)

Punto di transizione tra due età, raccoglie l’eredità poetica del passato, ma la vivifica con moderna sensibilità dando voce alle memorie, alle tradizioni, alla civiltà del Piemonte, e inaugura una nuova stagione della poesia piemontese, sulla quale si innesta l’opera di Pinin Pacòt.

La Consolà

A randa dij rastei dla Tor roman-a

-ultim avans d’un’epoca dëstissa –

con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a

la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare

ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija

e a ten da cont le soe memòrie care,

ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,

d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;

pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,

e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa

dle glòrie dle passion d’un’autra età –

ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,

fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda

dsora dël mond ël son dle soe campan-e

come na vos ch’a prega e as racomanda

për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,

la Madonin-a bianca sla colòna,

goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass

a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.

Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta

come sesì da ‘n sens ëd confussion:

n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,

n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –

për tant si pòch che la superbia an chita –

ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa

ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan

quand ch’a në mnavo sì a benedission,

che nòsta mama a në tnisìa për man

e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra

lagiù, lagiù, trames a doi ciairin

në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,

le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse

dj’impression e dij seugn dla prima età!

J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,

ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa

tacà la mama – pià da sburdiment –

e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa

la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,

a goarda con l’antica meravìa

le richësse e ij tesòr dla gran sità

posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,

dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton

ch’a diso da stërmà la soa coron-a

e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,

a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor

sota le vòlte freide e patanuve,

l’é sle muraje sensa gnun color

trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!

stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent

ch’ i seve brut e pien ëd poesìa

ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,

j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss

j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive

fin ch’i restoma su cost mond balòss.

Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama

e ij sangiut a fan grop drinta la gola,

ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama

it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,

ignorant e sapient, giovnòt e vej –

quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor

an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,

it contoma ij maleur dle nòstre ca

për chi t’an giute con tò cheur pietos,

ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,

confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor

t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin

na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco

-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –

tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,

come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,

e t’i-j goarde con l’istess sorìs

la “monigheta” con la scufia bianca,

e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta

-quand che la ciòca dël maleur a son-a –

la verdurera con la siarpa ‘n testa

e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje

ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,

dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,

da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,

da la Crosëtta al parch dël Valentin

j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra

j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,

cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:

come l’acqua d’un fium la vita a passa

ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo  il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti…Ave Maria.

Volendo far tesoro di questi giorni che passiamo nel silenzio delle nostre case, abbiamo pensato di condividere una piccola antologia di poesie in piemontese.

Una scorribanda nelle diverse epoche e voci, cogliendo fior da fiore i versi che più ci pare possano trasmetterci serenità.

Armando Mottura (Torino, 22 agosto 1905 – 29 ottobre 1976). Tra i fondatori con Pinin Pacòt, Renato Bertolotto, Alfredo Nicola, Camillo Brero, Attilio Spaldo e altri scrittori e poeti piemontesi, della Companìa dij Brandé. [vedi notizie in Poeti in piemontese del Novecento, a cura di Giovanni Tesio e Albina Malerba, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1990]

Nen ëd richëssa…

Nen ëd richëssa o ‘d glòria,

ma un cantonin ëd pas,

sensa passà né stòria;

un cantonin ëd pas,

lontan da la baraca,

fàit për podèj sugné,

dove la testa straca

i peussa riposé.

Una casòta bianca

ch’a guarda un tochèt d’èira;

na tòpia, un fi, na banca,

un pugn ëd tèra nèira

ch’i peussa coltivé;

e tante reuse rosse,

tomàtiche, pensé,

na fila giàuna ‘d cosse,

povron, e magioran-a

vzin a la trasparenta

eva d’una fontan-a

petégola e rijenta.

Avèj un bel cagnass

Ch’a bàula e a mostra ij dent,

al pì leger dij pass,

a l’avziné dl agent.

E peui una fomnin-a

ch’am ciama da la fnestra,

quand ch’a l’é ora ‘d sin-a;

e che mangiand la mnestra,

am parla dla sartòira,

dij pòis ch’i cujeroma,

dij crussi dl’arvendiòira,

dij cit ch’i compreroma….

e che setà dvzin,

godendse nòst bel nì,

am parla ‘d nòstra bin

ch’a finirà mai pì!

Vive la poesìa,

tenla stërmà ‘jnt ël cheur

guardé che ‘l bel a sia

nel mës-cià al maleur.

La mia casòta bianca,

col tòch ëd tèra nèira,

la tòpia, ‘l fi, na banca,

la fontanin-a, l’èira,

la vos ëd mia fomnin-a,

la fila giàuna ‘d cosse,

ij përro, la galin-a…

e tante resue rosse!

(1928)

Non ricchezza…. Non ricchezza, o gloria,/ ma un angolo di pace,/senza passato né storia;/ un angolo di pace,//lontano dalla baracca,/ fatto per poter sognare,/dove la testa stanca/ possa riposare.// Una casetta bianca/ affacciata su un pezzo d’aia;/ un pergolato, un fico, una panca,/ un pugno di terra nera// che possa coltivare;/ e tante rose rosse,/ pomodori, viole del pensiero, / una fila gialla di zucche,/ peperoni e maggiorana/ vicino all’acqua trasparente/di una fontana/ pettegola e ridente.// Avere un bel cagnaccio/ che abbia e mostra i denti,/ al più leggero dei passi,/ all’avvicinarsi della gente,// E poi una donnina/ che mi chiama dalla finestra,/ quando è ora di cena;/ e che mangiando la minestra,/ mi parla della sarta,/ dei piselli che raccoglieremo,/ dei crucci della commessa,/ dei bimbi che nasceranno…// e che seduti vicino,/ godendoci il nostro bel nido, /mi parli del nostro amore/ che non finirà mai!// Vivere la poesia,/ tenerla nel cuore/ stare attenti che il bello non sia/mescolato alla sfortuna.// La mia casetta bianca,/ quel pezzo di terra nera, il pergolato, il fico, una panca, la fontanella, l’aia// la voce della mia donnina,/ la fila gialla di zucche,/ i conigli, la gallina../ e tante rose rosse!.