Archivi tag: Carlo Alberto di Savoia

LA cultura in carcere

“Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Maria Teresa Pichetto racconta il percorso della cultura in carcere, dalle riforme carloalbertine al Polo Universitario per studenti detenuti del carcere di Torino.

Fu vera gloria? Il mito degli studenti patrioti nel 1821

Dimostrazione studentesca a Torino nel Teatro d’Angennes, 11 gennaio 1821. Illustrazione: Figurine Lavazza serie n° 115

Da “Frida“, il Forum della ricerca d’ateneo dell’Università di Torino, riportiamo un racconto di Pierangelo Gentile sui moti studenteschi del ’21, esattamente 200 anni fa:

Duecento anni fa, nel gennaio 1821, a teatro, alcuni studenti dell’Università di Torino indossarono per goliardia la berretta rossa con fiocco nero, “divisa” dei carbonari, e furono arrestati. Da quell’episodio si scatenò la durissima repressione militare contro gli universitari, asserragliatisi in ateneo per chiedere la liberazione dei compagni. Da un conflitto di giurisdizione l’episodio si trasformò presto nel preludio della sommossa politica, alla luce anche dei moti costituzionali scoppiati nel marzo. Una lapide in rettorato ci ricorda ancora oggi quegli eventi.

È gelido quel pomeriggio dell’11 gennaio 1821, ma gli studenti non sentono freddo. È tempo di carnevale, vogliono svagarsi in attesa degli esami. Sono lì, accalcati all’ingresso del Teatro d’Angennes: spettacoli decenti, prezzi popolari. Quel giorno però non è come tutti gli altri: in cartellone c’è la celebre attrice Carlotta Marchionni. Quando alle 16 in punto si aprono le porte della piccola sala, gli studenti sciamano in platea ad accaparrarsi i posti migliori. Chi spinge, chi sgambetta, chi ride, chi si arrabbia… Quattro studenti non fanno in tempo a sistemarsi nelle prime file; sono costretti ad accontentarsi di una panca, in fondo alla sala: sono Albino Rossi, 21 anni, di medicina; Carlo Maoletti, 18 anni, di legge; Luigi Chiocchetti, 22 anni, anche lui di legge; Angelo Biandrini, 23 anni, di chirurgia.
Quel giorno sembrano tutti su di giri; e difatti, una volta sistemati, i quattro cominciano ad attirare l’attenzione del pubblico. Estraggono dalla tasca un curioso berretto… et voilà! Ecco dei bei bonnets rouges con un fiocco nero! In sala il chiasso e le risate aumentano, ma niente lascia presagire il peggio. Poco lontano da lì, al caffè Fiorio, il commissario di polizia Ferrarotti si sta gustando in santa pace la sua tazza di cioccolata, quando, senza volerlo, le sue orecchie “allenate” intendono questo sussurro: «Andiamo al d’Angennes a vedere i carbonari!». Ferrarotti non può far finta di nulla; si mischia ai curiosi ed entra in sala restando di sasso: il berretto della rivoluzione francese con i colori della carboneria, la setta segreta che cospira contro i sovrani, vola da una parte all’altra del teatro! Informa subito il suo superiore, l’ispettore Torrazzo; il quale a sua volta relaziona al governatore di Torino, Ignazio Thaon di Revel. Il generale non esita un istante: manda i soldati; parapiglia: chi scappa di qua, chi di là… tutti riescono a mettersi in salvo, tranne uno: Albino Rossi, che viene messo agli arresti. I compagni non ci stanno; fuori dal teatro protestano perché lo lascino libero: c’è un antico privilegio che salvaguarda gli studenti dal fermo della polizia. Ma Revel non va per il sottile: Rossi viene interrogato e spiffera i nomi dei complici; gli altri vengono presi nella notte dai carabinieri. Sono spaventati: sostengono di aver comprato i berretti sulle bancarelle di via Po e di averli abbelliti con il fiocco nero al solo scopo di divertirsi. Il ministro della polizia non ci crede: quella è una divisa carbonara proibita dalla legge! Che i rei vengano messi in prigione!

È allora che cominciano i tumulti in università. I compagni degli arrestati occupano l’ateneo (l’attuale rettorato) e non vogliono smobilitare fino alla loro liberazione. Vane sono le parole del ministro dell’istruzione, già rettore, Prospero Balbo, che invita alla calma. Revel è stanco degli studenti riottosi. E così i granatieri in quattro e quattr’otto sgombrano le barricate, inseguono gli studenti sul loggiato, e con i fucili a baionetta inastata picchiano duro… «Prendi, questa è per te, balosso! Quest’altra è per te, canaglia!». Solo Cesare Balbo, figlio del ministro e ufficiale dell’esercito, riesce a calmare la furia militare. Per Revel la rivoluzione è sventata. Ma fu vera rivoluzione? Certo, due mesi dopo sarebbero scoppiati i moti politici che avrebbero portato un altro giovane, Carlo Alberto di Savoia, a concedere la costituzione di Spagna. Ma di quegli universitari non c’era più traccia. A fianco del ribelle capitano Vittorio Ferrero che insorgeva a San Salvario l’11 marzo, c’erano gli studenti universitari del Collegio delle Province, i borsisti fuori sede che dai loro maestri avevano imparato veramente cosa fosse la libertà. In un’epoca di monarchia assoluta, forte era il desiderio di una costituzione, di una carta che sancisse i diritti.

A ricordare gli eventi c’è oggi in rettorato una lapide, che ha costruito il mito della sollevazione di gennaio. Nel 1849, grazie alla penna di Angelo Brofferio, l’insurrezione studentesca del d’Angennes, scoppiata due mesi prima dei moti politici del Ventuno, era diventata il preambolo del Risorgimento. Anche Garibaldi, in visita a Torino nel 1867, aveva salutato quel giovanile afflato rivoluzionario. Cosicché nel 1883 gli studenti raccoglievano i fondi per ricordare l’evento. L’epigrafe era affidata a Giovanni Bovio, docente a Napoli e repubblicano, che dettò un testo troppo democratico per quei tempi monarchici. Gli organi di ateneo non la presero bene. E gli studenti, una sera, si fecero chiudere dentro al rettorato per affiggere la lapide per i loro eroi. Tutti puniti; la lapide finita in cantina. Dopo appelli e interrogazioni parlamentari, sarebbe stato necessario aspettare il quinto centenario di fondazione dell’università, nel 1904, perché la targa trovasse ufficialmente posto nella galleria delle glorie. Il mito diventava realtà: di berretti frigi, vibranti proteste e presunta cospirazione non c’era più nulla. Solo il desiderio di fare di tutti gli studenti torinesi del Ventuno i primi martiri della patria.

Fu dunque vera gloria? A duecento anni da quegli eventi, sopiti gli animi, cambiati i quadri istituzionali, lo storico è chiamato in causa, tornando in archivio a studiare sui documenti, per capire non solo come andarono i fatti, ma anche come quei fatti vennero interpretati: così, se all’Archivio di Stato di Torino le carte dei processi agli studenti ci permettono di ricostruire passioni e paure, nell’Archivio storico del nostro ateneo non mancano le fonti sulla controversa “memoria” degli universitari ventunisti.

Ed entrando in rettorato si potrà alzare lo sguardo alla lapide di Bovio. Un po’ più consapevoli.

Il COnte Verde a Palazzo REale

La campagna “Il Grande Assente”, promossa dal Rotary Club Torino Palazzo Reale, a conclusione di un’importante collaborazione tra i Musei Reali e i giovani Talenti per il Fundraising della Fondazione CRT è nata per recuperare il quarto e ultimo dipinto della serie di tele a soggetto storico esposte nella Galleria della Sindone che, come molti altri capolavori di Palazzo Reale, nel 1997 ha subito gravi danni a causa dell’incendio della Cappella della Sindone: l’acqua di spegnimento ha ridotto la tensione della tela, compromettendo parte della pellicola pittorica.

Obiettivo della campagna è ricollocare lungo il percorso di visita di Palazzo Reale, nella Galleria della Sindone, il grande dipinto Amedeo VI presenta a Urbano V il patriarca di Costantinopoli, realizzato dal livornese Tommaso Gazzarrini e commissionato dal re Carlo Alberto per celebrare le gesta del celebre antenato, il Conte Verde.

Pierangelo gentile presenta alcune pubblicazioni sul risorgimento

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Pierangelo Gentile racconta il Risorgimento visto dai tanti libri pubblicati dal Centro Studi Piemontesi su questo tema.

I Bich: non solo la “leggenda della penna a sfera”

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Gustavo Mola di Nomaglio

Sul finire del maggio 1994 i quotidiani di tutto il mondo diedero, alcuni con molto risalto, la notizia della morte, a Parigi, di Marcel Bich, un «audace aristocratico -secondo un’espressione di Le Monde- smarritosi nell’industria». Bich era nato a Torino il 29 luglio 1914 da una famiglia valdostana. I titoli dei giornali lo definirono, riferendosi alle origini nobiliari e alla sua creatività, il “barone-inventore”, oppure, richiamandosi ai suoi straordinari successi imprenditoriali, la “leggenda della penna a sfera”, il “signore delle sfere”, il “profeta dell’usa e getta” e in tanti atri modi, suggeriti da una vita fuori dall’ordinario.

Quella dei Bich è forse la famiglia della nobiltà sabauda più famosa del pianeta, anche se non sono certo in molti a ricordarne le origini subalpine. Ogni giorno decine di milioni di persone ne pronunciano il nome per acquistare biro, accendini, rasoi. Il padre di Marcel, Amato Raoul, ingegnere minerario, nato nel 1882 dal secondo matrimonio di Claudio Nicola (magistrato e storico ben noto in Val d’Aosta, autore con Amé Gorret di una pregevolissima guida della Valle d’Aosta edita nel 1876 e di altri analoghi studi) con Maria Teresa Vialet de Montbel si era stabilito in Francia nel primo dopoguerra ed era stato naturalizzato francese nel 1930. Marcel esordì come imprenditore giovanissimo, occupandosi di penne stilografiche e di inchiostri. All’inizio degli anni Cinquanta del Novecento perfezionò l’invenzione di Lazlo Josif Biro -un’intuizione geniale, la cui realizzazione pratica aveva però, sino a quel momento, difetti e problemi funzionali- creando, con la società che portava il suo nome (seppur privato della <h> finale, eliminata per conservare anche in Francia il suono duro che caratterizzava il cognome o per altri motivi fonetici) una penna a sfera quasi perfetta che, fabbricata con sofisticati macchinari appositamente progettati, durava a lungo, non sbavava e riusciva ad utilizzare un inchiostro quasi inodore. Il successo clamoroso trasformò la Bic in una grande multinazionale e la portò ad occuparsi di tempo in tempo di numerosi altri prodotti, non solo legati al concetto dell’usa e getta, come nel caso dei windsurf Bic.

Gabriella Bich, nata Mola di Nomaglio (Torino, 26 agosto 1838-10 aprile 1877)

Marcel ereditò il titolo di Barone solo nel 1956, quando morì, celibe e senza discendenza, il fratellastro del padre, Emanuele (Lino) che era nato il 5 aprile 1877 dal primo matrimonio del già nominato Claudio Nicola con Gabriella Mola di Nomaglio. Lino Bich (nato nel 1876) fu un personaggio noto e molto amato nella società torinese. Conseguito il diploma di musica in Germania divenne musicista e musicologo, dedicando alla musica, si può dire interamente, la propria vita. L’illustre storico e studioso valdostano Lin Colliard, recentemente scomparso, scrive di lui che fu uno «spirito avventuroso e originale». Uno scarso senso pratico – che peraltro ben si conciliava con una personalità da gran signore e da artista – e la completa distruzione del suo appartamento torinese, in piazza San Martino 3 (oggi piazza XVIII dicembre) distrutto completamente da un incendio provocato dai bombardamenti anglo-americani dell’ultima guerra, lo portarono a trovarsi in precarie condizioni economiche. Poté salvare alcuni ricordi e, quasi miracolosamente, il suo prezioso pianoforte. Col quale andò ad abitare in via Verdi 16 presso la Caserma Arimondi, dove nel 1968 sarebbe stato costruito il Centro di Produzione della RAI su progetto di Umberto Cuzzi. Nonostante le difficoltà non fu facile per nessuno convincerlo ad accettare un aiuto qualsivoglia, sicché Colliard può concludere una sua nota biografica, nel volume Familles nobles et notables du Val d’Aoste (Aosta, 1984; 2a ed. 1985) con alcune toccanti espressioni: «Ce grand seigneur doublé d’artiste, qui conservait encore de touchant souvenirs de sa jeunesse aostoise, mourut en 1956 à Turin, dans un état proche de la gêne, après avoir passé sa vie entière dans le célibat. Le 31 mars 1955, il avait été nommé membre de l’Académie St-Anselme».

I Bich hanno alle spalle una storia suggestiva. Una leggenda li vorrebbe originari dell’Inghilterra, ma le tradizioni familiari ripetono piuttosto l’ipotesi di un’origine toscana, a somiglianza di un’altra celebre famiglia valdostana, quella dei Passerin d’Entrèves: i Bich sarebbero diramazione dei Bichi senesi e i Passerin dei Passerini di Firenze, rifugiatisi ai piedi del Cervino al tempo delle sanguinose lotte civili trecentesche tra guelfi e ghibellini. Qualunque siano le origini, le più antiche notizie di entrambe le famiglie s’incontrano, quasi a sottolineare l’esistenza di un remoto legame, nel XV secolo, a Valtournanche. Più recentemente il cognome è documentato in varie località valligiane. Ai rami minori del ceppo insediato a Valtournanche (occorre dire che gli esatti agganci genealogici tra il ramo principale della famiglia e quelli di minore momento non sono noti) appartennero in tempi recenti numerosi personaggi interessanti, tra i quali possono essere ricordate alcune guide alpine, e in particolare Jean Baptiste (1837-1909) che fu, tra l’altro, protagonista, con Jean Antoine Carrel, della “conquista” del versante italiano del Cervino.
Il ceppo principale dei Bich s’insediò nel XV secolo a Châtillon, dove se ne hanno notizie certe a partire dal 1497. Di qui in avanti i personaggi notevoli furono parecchi. A livello locale possono essere citati, a puro titolo d’esempio, un Pantaleone, sindaco di Châtillon nel 1578 o Giovanni Giuseppe, parroco nel 1716 (è probabile che sia di questa linea anche Giambattista, parroco di Challant nel 1679-80), merita però in particolare di essere ricordato per il suo ruolo nel gettare le basi della futura importanza della famiglia, Pantaleone (1720-1801). Questi, seguendo l’esempio dato dai Challant e da altre grandi famiglie feudali che traevano parte della loro ricchezza dallo sfruttamento minerario, fondò o acquistò fabbriche di ferro con o senza altoforno a Châtillon, Verrès, Challand e per alimentarle comprò o affittò alcune miniere, iniziando ad esportare i suoi prodotti in tutto lo Stato sabaudo. L’impulso all’industria valdostana, sotto la spinta del suo attivismo, fu enorme, con importanti benefici per le popolazioni. A fine Settecento i Bich erano una tra le più ricche famiglie non solo della Valle ma dell’intero Stato sabaudo. Nel loro palazzo di Châtillon, trovarono ospitalità personaggi famosi: San Benedetto Labre, in viaggio verso Roma, vi si fermò attorno al 1770; al tempo della Rivoluzione Francese furono ospitati il duca e la duchessa del Chiablese e vari emigrati transalpini. Poi fu la volta di ospiti che per una famiglia fermamente legittimista erano probabilmente assai meno graditi, come Murat e Bonaparte, ricevuti tra le mura di palazzo Bich rispettivamente il 24 e il 25 maggio del 1800.

Marcel Bich

Pantaleone diede origine dal suo secondo e terzo matrimonio a due distinte linee, la prima soprattutto fu importante nella storia valdostana. Ad essa appartenne tra gli altri Emanuele, figlio di Gian Giacomo Pantaleone e di Filippina Passerin d’Entrèves, nato a Châtillon il 25 dicembre 1800 (nonno dell’ideatore della celebre penna). Laureatosi in medicina nel 1823 nell’Università di Torino, Emanuele si perfezionò a Parigi. Dopo essere stato per qualche tempo medico nell’Ospedale Mauriziano di Aosta fu nominato protomedico del Ducato. Lasciò notevoli studi scientifici quale l’Aperçu sur la fièvre tiphoïde qui règne épidémiquement à Aoste et aux environs, en automne 1843 et en hiver 1844, oppure il Rapporto e osservazioni intorno alla cura dei fanciulli cretini, ricoverati nell’ospizio Vittorio Emanuele II nella città di Aosta… (Torino, 1854). Fu membro dell’Accademia di Medicina e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Il 13 luglio 1841 fu creato barone da Re Carlo Alberto «anche in considerazione della civilissima famiglia». Già da secoli i Bich facevano parte dei ceti dirigenti della Valle d’Aosta e contraevano alleanze matrimoniali con famiglie nobili locali e il titolo, seppur preceduto dalla nobilitazione, sembrò semplicemente sancire uno stato di fatto. Emanuele ebbe anche incarichi politici ed amministrativi: fu sindaco di Aosta dal 1838 al 1841 (si deve a lui la costruzione del bellissimo palazzo civico) e deputato liberale al parlamento subalpino nella VII legislatura.

Plan de la Vallée d’Aoste, 1795

In conclusione meritano di essere ricordati ancora alcuni rappresentanti della linea cadetta dei Bich, discendenti dal terzo matrimonio di Pantaleone con Giuseppina Cacchiardi de Montfleury (discendente da una delle principali famiglie del Nizzardo e, come si legge nella storia della nobiltà nizzarda del De Orestis, la prima di Breglio «soit par son ancienneté, soit par sa notoire distinction»). Vittorio Giuseppe (nato il 20 febbraio 1782), che sposò Carlotta Christillin, figlia dell’avvocato Giovanni e di Teresa Mazé de la Roche, si laureò in legge ed esercitò per qualche tempo la professione di avvocato. In seguito fu costretto, sia da una malattia che lo rese sordo, sia dal cattivo andamento delle fabbriche e miniere ereditate dal padre, ad occuparsi dell’azienda di famiglia, ma dedicandosi in realtà soprattutto ad interessi che lo attraevano maggiormente, quali la letteratura tedesca, la poesia e la musica, lasciando varie opere a stampa e manoscritte. L’imperizia mercantile e avverse vicissitudini di Vittorio Bich portarono questo ramo, cui si attribuiva all’inizio del XIX secolo un patrimonio superiore a un milione di Lire (una cifra davvero ingente) ad impoverirsi completamente. E quasi in completa povertà furono ridotti alla sua morte la moglie Carlotta (che dovette trovare rifugio presso l’asilo delle vedove nobili di St-Benoît de Chambéry) e i figli maschi Felice Pantaleone (1815-1882) e Claudio Francesco (1817-1888), autore di una notevole storia dei Bich e delle Mémoires historiques sur Châtillon et le Mandement ai quali Lin Colliard dedica queste suggestive espressioni che, ai nostri occhi, li rendono personaggi fascinosi, dei quali la memoria merita di restare viva: «Hommes de grande probité morale, traditionalistes convaincus, partisans aveugles du Trône et de l’Autel, ils n’ont rien de banal, de théâtral dans leur gêne extrême; au contraire ils surent conserver, même dans la détresse, des sentiments delicats, un jugement impartial et une piété qui les honore».

Pierangelo Gentile sullo Statuto Albertino

Per il ciclo di conferenze

Dalla salita al trono alla concessione dello Statuto. Carlo Alberto riformatore, collezionista e committente 

organizzato dai Musei Reali Torino con gli Amici del Museo di Antichità, gli Amici della Galleria Sabauda, gli Amici di Palazzo Reale e il Centro Studi Piemontesi,

 alla sala conferenze del Museo di Antichità (corso Regina Margherita 105, Torino),

 

giovedì 11 aprile 2019  alle  17,30

interviene Pierangelo Gentile

 “Il faut la donner, non se laisser imposer”. Carlo Alberto e la tormentata concessione dello Statuto

Salito al trono nel 1831, Carlo Alberto ebbe tra i primi obiettivi di un’intensa politica culturale la trasformazione della capitale sabauda in un centro artistico di richiamo europeo, in grado di rivaleggiare con le altre grandi città d’arte della penisola italiana. Con l’organizzazione della Regia Pinacoteca e l’istituzione della Deputazione di Storia Patria, dell’Armeria Reale e della Società Promotrice di Belle Arti, egli intese autocelebrare il mecenatismo dei Savoia in una prospettiva prevalentemente nazionale, diffondendo il mito della coincidenza tra storia sabauda e storia d’Italia. Il nuovo sovrano mirava infatti a costruire una politica del consenso attraverso la glorificazione e la “nazionalizzazione” della dinastia, che investì anche le opere pubbliche. Ma il regno di Carlo Alberto (1831-1849) lasciò in eredità anche un’altra opera fondamentale: lo Statuto che porta il suo nome.

Il diario segreto di Carlo Alberto

Lunedì 21 marzo, ore 18.00

Umberto Levra

in dialogo con l’autore

Pierangelo Gentile

presenta il libro

Carlo Alberto in un diario segreto

Le memorie di Cesare Trabucco di Castagnetto

Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Carocci, Torino-Roma 2015

gent

“[…] L’ultimo studioso a vedere il diario del conte Cesare Trabucco di Castagnetto – peraltro non nell’originale, ma in una copia dattiloscritta –  fu Rosario Romeo… Si era negli anni Settanta e quello già era da decenni un documento che suscitava la più viva curiosità degli storici per la vicinanza del suo autore ad uno dei personaggi più complessi dell’avvio della nostra vicenda risorgimentale […].

Pierangelo Gentile presenta il suo lavoro in tre parti. Nella prima ricostruisce, sulla base di documentazione inedita, la vicenda della “donazione” a Vittorio Emanuele II, nel 1866, di quel “voluminoso giornale che potrebbe ben formare da 15 a 20 volumi corredato di molti documenti e di 142  lettere autografe di Re Carlo Alberto”, come scriveva lo stesso Castagnetto nel febbraio 1872 (p. 11). Si trattò in realtà di una acquisizione onerosa, con un evidente alone di ricatto da parte del suo autore, in serie difficoltà finanziarie. Nella seconda – e più corposa – sezione si traccia un ampio profilo di Carlo Alberto, alla luce dei frammenti delle trascrizioni Cibrario, Manno e Romeo. Nella terza, infine, le due trascrizioni ottocentesche sono edite nella loro interezza: quella del Manno come fonte principale e quella del Cibrario come integrazione in nota. Poter disporre di tutti i frammenti ordinatamente e parallelamente editi è certamente un primo e importante strumento per la ricerca che il lavoro dell’autore mette a disposizione. Non va però trascurato anche il profilo del sovrano. In esso confluisce, accanto ad un abile utilizzo delle trascrizioni, anche una lunga attività di studio e ricerca sugli anni carloalbertini  dell’autore, che aveva già prodotto un importante risultato, nel 2013, col volume Alla corte di re Carlo Alberto. Personaggi, cariche e vita a palazzo nel Piemonte risorgimentale (Torino, Centro Studi Piemontesi). Ora non è più l’entourage ma il re stesso ad essere presentato nella sua azione, così come viene visto nelle note del suo fedele funzionario. E qui, indubbiamente, ne troviamo confermata la personalità tra il mistico e l’autoritario, tra il fatalista (l’attesa del proprio “astro”) e l’opportunista, nonché – fortemente ribadita nella testimonianza del Castagnetto – la grande difficoltà nel decidere….” [dalla recensione di Adriano Viarengo pubblicata in “Studi Piemontesi”, n. 2, 2015]

 

Le Memorie storiche di Alessandria di Pietro Civalieri

Lunedì 30 novembre alle  ore 18

Pierangelo Gentile e  Roberto Livraghi

presentano l’opera

Le Memorie Storiche di Alessandria (1759-1869) di Pietro Civalieri

Archivio di Stato di Alessandria- Associazione Città Nuova

 civa

Dopo quasi dieci anni di intenso, scrupoloso e appassionato lavoro da parte dei curatori Roberto Livraghi, Gian Maria Panizza e Gianluca Ivaldi, con la pubblicazione del sesto volume (quinto della serie), si chiude definitivamente l’edizione di quella straordinaria fonte risorgimentale conservata presso l’Archivio di Stato di Alessandria, costituita dalle memorie del conte Pietro Civalieri di Masio. […] .Gli eventi che sono al centro del volume raccontano una fase centrale nella storia del Regno di Sardegna, anni segnati dapprima dalla rotta nella prima guerra di indipendenza, poi dallo sviluppo economico e tecnologico del Piemonte cavouriano, infine dalla proiezione dello stato sabaudo sullo scacchiere internazionale a seguito dell’intervento in Crimea.  In questi grandi accadimenti della storia patria, Alessandria e il conte Civalieri non sono sullo sfondo, anzi. La democratica città sul Tanaro e l’aristocratico acuto osservatore della realtà del suo tempo, emergono al centro di alcune delle pagine più significative del Risorgimento. Invitato alla tavola del sovrano in procinto di recarsi al tragico destino riservatogli sui campi di Novara, Civalieri è una delle ultime persone a vedere re Carlo Alberto in vita e uno dei primi a comprendere come l’epopea del “re magnanimo” si sarebbe presto trasformata nella contraddittoria trama mitologica del “re martire” intessuta da Luigi Cibrario. Passioni «troppo ardenti», che vedevano, da un lato, coloro che all’esule monarca mai avrebbero perdonato «d’aver tutto sacrificato de’ suoi sudditi per un’ardua e difficilissima impresa», dall’altra chi, senza remore, proclamava Carlo Alberto con «entusiasmo delirante il Martire dell’Italiana indipendenza, il primo cittadino d’Italia, l’Uomo perseverante, forte, l’Uomo unico nella Storia». […] Civalieri restava il disincantato “cantore” delle sue glorie e delle sue miserie, anche se con sentimento: lo stupore e il piacere per la nascente strada ferrata; l’incredulità per gli onori municipali resi al novello presidente della Camera, il redivivo e mai amato avvocato Urbano; l’ammirazione per Cavour che, «dotto ed esperiente nell’economia politica, dall’eminente suo scanno», predicava lo sviluppo dell’industria e dei commerci; la speranza per quella spedizione di Crimea, che «utile e gloriosa pel Piemonte quantunque onerosissima», avrebbe fatto acquistare al regno «forza morale ed importanza politica nel consorzio de’ Cabinetti europei ed indirettamente e col tempo essere utile al rigeneramento d’Italia». Guardava lontano il conte Civalieri.  (dalla recensione di Pierangelo Gentile, pubblicata  in “Studi Piemontesi”, XLIV, 1, 2015)

 

Piemonte e Portogallo

Lunedì 13 aprile, alle ore 18, per i Colloqui del Lunedì, Alice Blythe Raviola e Pierangelo Gentile dialogano sul tema 

Dalle Alpi all’Atlantico. Piemonte e Portogallo. Nove secoli di relazioni dinastiche

 

in margine al volume Portogallo e Piemonte. Nove secoli (XII-XX) di relazioni dinastiche e politiche, a cura di Maria Antònia Lopes e Blythe Alice Raviola

copertina portogallo

Il libro racconta di un legame di lunghissima durata: quello fra il Portogallo – una delle principali monarchie nazionali della prima età moderna – e il ducato di Savoia, piccolo Stato transalpino in cerca di riconoscimento internazionale. Grazie ai contributi di autori di diversa provenienza e di ambiti disciplinari differenti emerge un quadro istituzionale e dinastico variegato, condizionato dagli eventi della politica europea. Sono per lo più le donne, principesse portoghesi o piemontesi, a fungere da pedine diplomatiche e parentali nel tessuto delle relazioni secolari luso-sabaude: Mafalda di Moriana e Savoia, prima regina del Portogallo; Beatrice de Aviz duchessa di Savoia; Margherita di Savoia, viceregina di Portogallo per conto della dominazione spagnola; Maria Francesca Isabella di Savoia Nemours, regina del trono portoghese restaurato; infine Maria Pia di Savoia, penultima regina della monarchia portoghese. Ma sono anche i disegni delle due casate, come nel caso del ventilato matrimonio fra l’infanta Isabel Luisa e il futuro Vittorio Amedeo II di Savoia, a consolidare un’alleanza lontana nello spazio, ma fruttuosa nel tempo. Non a caso il Portogallo fu meta d’esilio per due sovrani sabaudi, Carlo Alberto, re di Sardegna, e Umberto II re d’Italia, il quale, dopo la proclamazione della Repubblica italiana nel 1946, soggiornò a lungo a Cascais. Dalle Alpi all’Atlantico, e dall’Atlantico alle Alpi, si potrebbe riassumere il secolare legame tra Portogallo e Piemonte, in una densa, ciclica contaminazione fra cerimoniali, usi di corte e modelli culturali fra due Paesi solo in apparenza distanti ed estranei l’uno all’altro. Per saperne di più vedi recensione in “Studi Piemontesi”, XLIII, 2 (2014)