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e’ USCITO IL 2° FASCICOLO 2021 DI “STUDI PIEMONTESI”

«Studi Piemontesi»

dicembre 2021, vol. L, fasc. 2

È uscito puntuale il secondo numero della cinquantesima annata di «Studi Piemontesi», la rivista di storia, arti, lettere e varia umanità pubblicata dal Centro Studi Piemontesi.

Gli studi sul Risorgimento hanno avuto gran parte e hanno fornito contributi di rilievo in questi cinquant’anni della rivista e Pierangelo Gentile ne traccia un interessante bilancio in apertura di fascicolo. Il volume offre poi tre saggi in materia risorgimentale: Giovanni Battista Boggione ripercorre gli anni giovanili di Carlo Felice Nicolis di Robilant (1826-1888), la sua partecipazione alla guerra 1859-60 e le sue prime esperienze diplomatiche; Luca Lavarino ricostruisce le vicende della prima spedizione ‘italiana’ in Oceania (1847) realizzata anche grazie alla collaborazione fra Carlo Alberto e Pio IX; l’edizione dell’epistolario di Massimo D’Azeglio è conclusa, ma una lettera è emersa mentre si stampava il dodicesimo volume; il curatore Georges Virlogeux la presenta ora. Di Tommaso Zerbi, “Immensa, misteriosa, leggera, fantastica, degna del Dio vivente”: Luigi Cibrario e la rinascita risorgimentale dell’architettura medievale.

  Si scende al Medioevo con Francesco Panero che attira l’attenzione sulla parte che ebbero signori ecclesiastici e laici nella nascita di alcuni comuni anche sul versante italiano delle Alpi, come è noto da tempo sia avvenuto sul versante francese. La documentazione delle liti iniziate nel Cinquecento e terminate solo nel 1732 permette a Mario Ogliaro di descrivere la trasformazione da gerbido a coltura dei terreni della cascina a corte chiusa nella tenuta Cerrone di Crescentino. Gilles Bertrand dà conto di come furono accolti nel 1792 gli emigranti francesi in Piemonte.

Porta alla storia del Novecento l’articolo di Renata Allìo sulla Biblioteca Civica e le biblioteche popolari nella Torino d’inizio secolo. Giada Aime e Livia Giacardi illustrano i risultati dell’inchiesta del 1952 sul ruolo della matematica nella società contemporanea e le riflessioni in merito di Guido Ascoli che la diresse. Marco Giani racconta gli inizi della carriera di Lydia Bongiovanni (1914-1998), campionessa di atletica leggera. Donato D’Urso ricorda persone comuni finora dimenticate vittime della seconda guerra mondiali nel Piemonte meridionale.

Tre le scrittrici del Novecento piemontese (Lalla Romano, Natalia Ginzburg, Marina Jarre) messe a confronto da Giovanni Tesio in una serrata lettura delle loro affinità e delle loro diversità in tre romanzi (La penombra che abbiamo attraversato, Lessico famigliare, I padri lontani) congiunti dal racconto di una comune età, l’infanzia.

Due i saggi sulla lingua del Piemonte: Dario Pasero estrae da testi letterari editi e inediti una trentina di parole assenti nei lessici. Livio Tonso illustra la formazione del sistema vocalico piemontese dall’indoeuropeo fino alla situazione contemporanea.

 Ampio spazio ha la storia dell’arte: il saggio di Arabella Cifani e Franco Monetti presenta per la prima volta in modo approfondito il pittore Giovanni Antonio Maria Panealbo (1742-1815), dal 1782 ufficialmente «pittore in ritratti» di Casa Savoia. In un dipinto del 1870 di Andrea Gastaldi, Giancarlo Melano ha riconosciuto una scure preistorica del Museo d’Artiglieria; ripercorre la storia del cimelio e avanza ipotesi sul perché il pittore lo ha riprodotto. Gianluca Kannès ricostruisce le tappe ideative e le varie repliche de Il Genio di Franklin, scultura attraverso la quale Giulio Monteverde cercò di esprimere il senso di esaltata ebbrezza che coglie la mente umana nell’attimo di concepire una nuova idea. Edoardo Villata rivendica a Tanzio da Varallo un dipinto seicentesco recentemente pubblicato. Luca Malvicino presenta documenti inediti che permettono di individuare gli interventi pensati ed eseguiti nel 1833 dal capo giardiniere Giovanni Battista De Lorenzi nel Castello Reale di Govone. Enrica Ballarè illustra come le residenze fatte costruire dagli emigrati di Fobello, che avevano fatto fortuna a Torino, si inseriscono nel paesaggio alpino. Liliana Bovo e Franco Quaccia danno notizie di alcune immagini della Sindone recentemente individuate su edifici sacri della diocesi di Ivrea.

A fine Ottocento la lirica andava in scena anche in provincia: Roberto Martelli segnala la presenza nel 1897, al Teatro Civico di Savigliano della cantante polacca Anna Lubraniecka nella parte di Gilda del Rigoletto.

Due le persone scomparse recentemente che vengono ricordate: Mario Chiesa traccia un breve profilo di Arnaldo Di Benedetto, professore emerito di Letteratura italiana nell’Università di Torino; Giuseppe Goria fa memoria di Censin Pich, cofondatore della Ca dë Studi Piemontèis e appassionato studioso della cultura piemontese.

Come sempre chiudono il fascicolo le dense pagine dedicate al «Notiziario bibliografico», allo spoglio delle riviste, all’informazione sull’attività del Centro Studi Piemontesi, alle notizie di mostre, convegni e altre iniziative riguardanti la cultura regionale.

Abstracts in inglese di tutti i contributi

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Comitato Scientifico: Renata Allìo, Alberto Basso, Gilles Bertrand, Mario Chiesa, Gabriele Clemens, Anna Cornagliotti, Guido Curto, Chiara Devoti, Enrico Genta Ternavasio, Pierangelo Gentile, Livia Giacardi, Andreina Griseri, Corine Maitte, Isabella Massabò Ricci,  Andrea Merlotti, Aldo A. Mola, Francesco Panero, Pier Massimo Prosio,  Rosanna Roccia,  Costanza Roggero Bardelli, Alda Rossebastiano,  Giovanni Tesio,  Georges Virlogeux.

Direttore, Rosanna Roccia; Responsabile, Albina Malerba.

Il Comitato Scientifico si avvale di referee nazionali e internazionali

Faustina Roero di Cortanze al castello di Racconigi

Sabato 20 Novembre 2021 – ore 15.30

al Castello di Racconigi

Presentazione del libro

A vent’anni ero bella

Diario di una dama di corte, 17 ottobre 1817-16 ottobre 1871

a cura di Maria Teresa Reineri e Cristina Corlando

Centro Studi Piemontesi, Torino 2021

Intervengono, insieme alle curatrici Maria Teresa Reineri e Cristina Corlando, Riccardo Vitale, già direttore del Castello di Racconigi, Alessandra Giovannini Luca, direttrice del Castello di Racconigi, Giuseppina Mussari, direttrice della Biblioteca Reale – Musei Reali di Torino, Albina Malerba, direttrice del Centro Studi Piemontesi, e lo storico Gustavo Mola di Nomaglio.

La partecipazione è libera, fino ad esaurimento posti, su prenotazione obbligatoria alla mail racconigi.prenotazioni@beniculturali.it (la prenotazione sarà valida al ricevimento di una mail di conferma da parte dell’Ufficio Prenotazioni) oppure al tel 0172/84005 attivo il sabato e la domenica dalle 9 alle 15,

VISITE GUIDATE A Racconigi con la marchesa Faustina – percorso di visita Vita privata di un re venerdì 19, sabato 20, domenica 21 novembre 2021 – ore 11.30, 14.30, 16.30

In occasione della presentazione del volume, da venerdì 19 a domenica 21 novembre, alle ore 11.30, 14.30 e 16.30, la figura di Faustina Roero di Cortanze è al centro delle visite guidate A Racconigi con la marchesa Faustina, nell’ambito del percorso Vita privata di un re, a cura dell’Associazione Le Terre dei Savoia, che si arricchisce così di curiosità, aneddoti e riflessioni su personaggi e luoghi. Quando la marchesa giunse per la prima volta al Castello di Racconigi aveva vent’anni: era bella, colta, corteggiata e accompagnava in villeggiatura Maria Teresa, giovanissima moglie del principe Carlo Alberto. La residenza era diversa da quella che si può ammirare oggi e il principe, in quanto erede al trono, rappresentava il futuro della dinastia sabauda. Per mezzo secolo, Faustina registrò fatti, pensieri e sentimenti su quattro piccoli quaderni che costituiscono oggi una fonte preziosa per conoscere la vita di Carlo Alberto anche attraverso un insolito punto di vista.

La partecipazione, su prenotazione obbligatoria, è subordinata al pagamento del costo della visita guidata e all’acquisto del biglietto per la visita al Castello.

A vent’anni ero bella. Diario di una dama di corte 17 ottobre 1817-16 ottobre 1871 riunisce il contenuto dei quattro quaderni autografi della marchesa Faustina Roero di Cortanze, dama di corte di Maria Teresa d’Asburgo-Lorena di Toscana, consorte di Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Venuta alla luce a Torino il 17 febbraio 1798 e morta a Nizza il 30 luglio 1872, Faustina, nata Frichignono di Castellengo, sposò nel 1815 Vittorio Roero di Cortanze e fu particolarmente presente alla corte sabauda dal 1817, anno delle nozze tra Maria Teresa e Carlo Alberto, al 1855, il cosiddetto anno ‘infausto’ in cui nell’arco di poche settimane morirono la regina madre Maria Teresa, la regina consorte Maria Adelaide e Ferdinando duca di Genova, fratello del sovrano Vittorio Emanuele II. Per oltre cinquant’anni, dal 1817 al 1871, Faustina annotò i fatti e gli avvenimenti maggiormente significativi da lei vissuti o appresi. In modi molteplici, la vita della marchesa e l’intreccio narrativo che si dipana attraverso le pagine del suo diario restano legati al Castello di Racconigi, frequentato regolarmente da Faustina nel periodo trascorso al servizio di Maria Teresa. Proprio nella residenza racconigese, negli anni Trenta del Novecento, giunsero i quaderni delle sue memorie, oggi conservati nella Biblioteca di Carlo Alberto al Primo piano nobile, recentemente divenuta accessibile al pubblico nell’ambito del percorso di visita Vita privata di un re, aperto in collaborazione con l’Associazione Le Terre dei Savoia. I manoscritti del Castello di Racconigi completano la copia parziale del diario di Faustina presente alla Biblioteca Reale di Torino, a lungo l’unica versione di cui si avesse conoscenza. Si aggiungono così oltre vent’anni di ricordi, portati alla luce dalle curatrici del volume attraverso un lavoro di ricerca e collazione tra le fonti disponibili che, nel corso del 2019, ha permesso di identificare nei quaderni di Racconigi la versione integrale del diario.

festa del libro medievale a saluzzo

Il Centro Studi Piemontesi partecipa con un suo stand  presso Il Quartiere (ex Caserma Musso, Piazza Montebello, 1) alla prima edizione della

Festa del libro medievale e antico di Saluzzo

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”

Sabato 23 e domenica 24 ottobre 2021

E organizza allo Spazio Incontri – Il Quartiere (ex Caserma Musso) piazza Montebello, 1

Sabato 23 ottobre ore 15  

Carlo Alberto, il principe cavaliere. Reinvenzioni medievali in salsa saluzzese

Intervengono: Luisa Clotilde Gentile, Archivio di Stato di Torino e Pierangelo Gentile, Università degli Studi di Torino – Centro Studi Piemontesi

Domenica 24  ottobre  ore 15,30

Donne Piemontesi e Corti d’Amore. Liriche dell’antica Provenza

Letture di Agnese Garzone con accompagnamento di melodie provenzalid al volume di Marco Piccat, pubblicato per le edizioni del Centro Studi Piemontesi

La Festa del libro medievale e antico di Saluzzo “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori” è la nuova manifestazione libraria dedicata alla cultura e storia medioevale, lette e approfondite attraverso romanzi, saggi, fantasy, lezioni, musiche e performance

scarica QUI il programma completo

I promotori e i partner

La Festa del libro medievale e antico di Saluzzo è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e dalla Città di Saluzzo, in collaborazione con il Salone Internazionale del Libro di Torino e Fondazione Amleto Bertoni. La manifestazione si inserisce tra le iniziative per candidare Saluzzo e le Terre del Monviso a Capitale Italiana della Cultura 2024. Alla realizzazione dell’iniziativa partecipano: Fondazione Artea, Centro Studi Piemontesi e le tante realtà associative del territorio: Archivio storico e Istituto per i beni musicali in Piemonte, Aps Ur-Ca Casa Laboratorio, Fondazione Scuola di Alto Perfezionamento Musicale, Itur, Associazione Ratatoj APS, Gruppo Storico del Saluzzese, Compagnia teatrale Primoatto, Nuovi Mondi, Scuole Superiori di Saluzzo,  Salvi Harps. Patrocinio di Regione Piemonte e Provincia di Cuneo.

I luoghi

Centro pulsante delle iniziative e quartier generale degli espositori sarà Il Quartiere (ex Caserma Musso, Piazza Montebello, 1), affiancati da altri spazi della città: il centro storico di Saluzzo con la sua salita al Castello; La Castiglia, residenza privilegiata e fortificata dei marchesi di Saluzzo in cima all’antico borgo storico (Piazza Castello); il Monastero di Santa Maria della Stella, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, di recente oggetto di un mirabile intervento di restauro; il Cinema Teatro Magda Olivero (Via Palazzo di Città, 15), l’Archivio storico della città di Saluzzo presso La Castiglia; la Biblioteca civica Lidia Rolfi Beccaria (piazza Montebello, 1); il Palazzo dei Vescovi (via Maghellona, 7); Tasté Bistrot (Salita al Castello, 26); Fondi storici della Biblioteca (via Volta, 9); l’Archivio storico della città di Saluzzo e l’Istituto per i beni musicali del Piemonte.

Il Diario di Faustina Roero di Cortanze

Novità:

E’ appena uscito il volume

Faustina Roero di Cortanze  

A vent’anni ero bella

Diario di una Dama di corte

17 ottobre 1817 – 16 ottobre 1871

Traduzione e Introduzione di Maria Teresa Reineri; Ricerche e note di Maria Teresa Reineri e Cristina Corlando

Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2021.  ISBN 978-88-8262-305-0. Pagg. 308. € 18

Torino, 11 ottobre 1817. Il principe di Carignano ha fatto oggi la sua entrata con la principessa. Erano belli come la speranza …  Nel primo giorno di servizio a corte la marchesa Faustina Roero di Cortanze (1798-1872) trabocca di fiducia nel futuro: diciannovenne, sposa e già madre di due bambini, neri i capelli a boccoli, roseo l’incarnato in cui risplendono gli occhi vivaci e il lieve sorriso.  Il manto da cerimonia lascia intravedere l’abito di velluto rosso con cui incede nelle sale auliche di Palazzo Carignano e di Racconigi.  L’attende un compito difficile: accompagnare come dama d’onore la giovanissima e inesperta principessa Maria Teresa di Toscana nella nuova vita di sposa. Faustina è conscia della responsabilità e della delicatezza del ruolo: I principi vogliono qualche volta dimenticare il loro rango, ma esigono che gli altri se ne ricordino sempre

È bella intelligente colta spiritosa. Ne fanno fede personaggi di gran nome che, incontrandola a Palazzo Reale o nei salotti della nobiltà, ne ricercano la compagnia: Metternich e Champollion, Lamartine e Balzac, i viceré di Milano, Neipperg e la duchessa di Parma sono del numero. È felice? Le pagine brillanti del diario annotano le gelosie fra i cortigiani che si contendono le sue grazie e, soprattutto, le scaramucce verbali con Carlo Alberto. Nel 1831 accetterà una carica nuova, dama d’onore addetta alle beneficenze, pur di mantenere intatti i rapporti con la regina senza dover competere con la favorita del re.

Il diario (1817-1871) abbraccia cinquant’anni di vicende personali e politiche (dalla restaurazione post napoleonica alla nascita del regno d’Italia), ma è lungi dall’essere un succinto riassunto storico: la dedizione appassionata per Maria Teresa, regina succube e infelice, la delusione nei riguardi di Carlo Alberto re, gli intrighi di corte, i pochi amici sinceri e, soprattutto, gli amari insuccessi dei figli danno vita ad un affresco singolare ed emozionante,  forse unico, nel panorama letterario dell’epoca. Faustina ci conduce anche in giro per l’Europa, in Svizzera e in Francia particolarmente.              L’interpretazione perspicace degli avvenimenti piemontesi ed europei cui assiste, pur dall’esilio volontario di Nizza, ha l’amara riflessione che l’intelligenza delle donne è un potere in Francia, una disgrazia al di qua delle Alpi

scarica la scheda del libro

LA cultura in carcere

“Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Maria Teresa Pichetto racconta il percorso della cultura in carcere, dalle riforme carloalbertine al Polo Universitario per studenti detenuti del carcere di Torino.

Fu vera gloria? Il mito degli studenti patrioti nel 1821

Dimostrazione studentesca a Torino nel Teatro d’Angennes, 11 gennaio 1821. Illustrazione: Figurine Lavazza serie n° 115

Da “Frida“, il Forum della ricerca d’ateneo dell’Università di Torino, riportiamo un racconto di Pierangelo Gentile sui moti studenteschi del ’21, esattamente 200 anni fa:

Duecento anni fa, nel gennaio 1821, a teatro, alcuni studenti dell’Università di Torino indossarono per goliardia la berretta rossa con fiocco nero, “divisa” dei carbonari, e furono arrestati. Da quell’episodio si scatenò la durissima repressione militare contro gli universitari, asserragliatisi in ateneo per chiedere la liberazione dei compagni. Da un conflitto di giurisdizione l’episodio si trasformò presto nel preludio della sommossa politica, alla luce anche dei moti costituzionali scoppiati nel marzo. Una lapide in rettorato ci ricorda ancora oggi quegli eventi.

È gelido quel pomeriggio dell’11 gennaio 1821, ma gli studenti non sentono freddo. È tempo di carnevale, vogliono svagarsi in attesa degli esami. Sono lì, accalcati all’ingresso del Teatro d’Angennes: spettacoli decenti, prezzi popolari. Quel giorno però non è come tutti gli altri: in cartellone c’è la celebre attrice Carlotta Marchionni. Quando alle 16 in punto si aprono le porte della piccola sala, gli studenti sciamano in platea ad accaparrarsi i posti migliori. Chi spinge, chi sgambetta, chi ride, chi si arrabbia… Quattro studenti non fanno in tempo a sistemarsi nelle prime file; sono costretti ad accontentarsi di una panca, in fondo alla sala: sono Albino Rossi, 21 anni, di medicina; Carlo Maoletti, 18 anni, di legge; Luigi Chiocchetti, 22 anni, anche lui di legge; Angelo Biandrini, 23 anni, di chirurgia.
Quel giorno sembrano tutti su di giri; e difatti, una volta sistemati, i quattro cominciano ad attirare l’attenzione del pubblico. Estraggono dalla tasca un curioso berretto… et voilà! Ecco dei bei bonnets rouges con un fiocco nero! In sala il chiasso e le risate aumentano, ma niente lascia presagire il peggio. Poco lontano da lì, al caffè Fiorio, il commissario di polizia Ferrarotti si sta gustando in santa pace la sua tazza di cioccolata, quando, senza volerlo, le sue orecchie “allenate” intendono questo sussurro: «Andiamo al d’Angennes a vedere i carbonari!». Ferrarotti non può far finta di nulla; si mischia ai curiosi ed entra in sala restando di sasso: il berretto della rivoluzione francese con i colori della carboneria, la setta segreta che cospira contro i sovrani, vola da una parte all’altra del teatro! Informa subito il suo superiore, l’ispettore Torrazzo; il quale a sua volta relaziona al governatore di Torino, Ignazio Thaon di Revel. Il generale non esita un istante: manda i soldati; parapiglia: chi scappa di qua, chi di là… tutti riescono a mettersi in salvo, tranne uno: Albino Rossi, che viene messo agli arresti. I compagni non ci stanno; fuori dal teatro protestano perché lo lascino libero: c’è un antico privilegio che salvaguarda gli studenti dal fermo della polizia. Ma Revel non va per il sottile: Rossi viene interrogato e spiffera i nomi dei complici; gli altri vengono presi nella notte dai carabinieri. Sono spaventati: sostengono di aver comprato i berretti sulle bancarelle di via Po e di averli abbelliti con il fiocco nero al solo scopo di divertirsi. Il ministro della polizia non ci crede: quella è una divisa carbonara proibita dalla legge! Che i rei vengano messi in prigione!

È allora che cominciano i tumulti in università. I compagni degli arrestati occupano l’ateneo (l’attuale rettorato) e non vogliono smobilitare fino alla loro liberazione. Vane sono le parole del ministro dell’istruzione, già rettore, Prospero Balbo, che invita alla calma. Revel è stanco degli studenti riottosi. E così i granatieri in quattro e quattr’otto sgombrano le barricate, inseguono gli studenti sul loggiato, e con i fucili a baionetta inastata picchiano duro… «Prendi, questa è per te, balosso! Quest’altra è per te, canaglia!». Solo Cesare Balbo, figlio del ministro e ufficiale dell’esercito, riesce a calmare la furia militare. Per Revel la rivoluzione è sventata. Ma fu vera rivoluzione? Certo, due mesi dopo sarebbero scoppiati i moti politici che avrebbero portato un altro giovane, Carlo Alberto di Savoia, a concedere la costituzione di Spagna. Ma di quegli universitari non c’era più traccia. A fianco del ribelle capitano Vittorio Ferrero che insorgeva a San Salvario l’11 marzo, c’erano gli studenti universitari del Collegio delle Province, i borsisti fuori sede che dai loro maestri avevano imparato veramente cosa fosse la libertà. In un’epoca di monarchia assoluta, forte era il desiderio di una costituzione, di una carta che sancisse i diritti.

A ricordare gli eventi c’è oggi in rettorato una lapide, che ha costruito il mito della sollevazione di gennaio. Nel 1849, grazie alla penna di Angelo Brofferio, l’insurrezione studentesca del d’Angennes, scoppiata due mesi prima dei moti politici del Ventuno, era diventata il preambolo del Risorgimento. Anche Garibaldi, in visita a Torino nel 1867, aveva salutato quel giovanile afflato rivoluzionario. Cosicché nel 1883 gli studenti raccoglievano i fondi per ricordare l’evento. L’epigrafe era affidata a Giovanni Bovio, docente a Napoli e repubblicano, che dettò un testo troppo democratico per quei tempi monarchici. Gli organi di ateneo non la presero bene. E gli studenti, una sera, si fecero chiudere dentro al rettorato per affiggere la lapide per i loro eroi. Tutti puniti; la lapide finita in cantina. Dopo appelli e interrogazioni parlamentari, sarebbe stato necessario aspettare il quinto centenario di fondazione dell’università, nel 1904, perché la targa trovasse ufficialmente posto nella galleria delle glorie. Il mito diventava realtà: di berretti frigi, vibranti proteste e presunta cospirazione non c’era più nulla. Solo il desiderio di fare di tutti gli studenti torinesi del Ventuno i primi martiri della patria.

Fu dunque vera gloria? A duecento anni da quegli eventi, sopiti gli animi, cambiati i quadri istituzionali, lo storico è chiamato in causa, tornando in archivio a studiare sui documenti, per capire non solo come andarono i fatti, ma anche come quei fatti vennero interpretati: così, se all’Archivio di Stato di Torino le carte dei processi agli studenti ci permettono di ricostruire passioni e paure, nell’Archivio storico del nostro ateneo non mancano le fonti sulla controversa “memoria” degli universitari ventunisti.

Ed entrando in rettorato si potrà alzare lo sguardo alla lapide di Bovio. Un po’ più consapevoli.

Il COnte Verde a Palazzo REale

La campagna “Il Grande Assente”, promossa dal Rotary Club Torino Palazzo Reale, a conclusione di un’importante collaborazione tra i Musei Reali e i giovani Talenti per il Fundraising della Fondazione CRT è nata per recuperare il quarto e ultimo dipinto della serie di tele a soggetto storico esposte nella Galleria della Sindone che, come molti altri capolavori di Palazzo Reale, nel 1997 ha subito gravi danni a causa dell’incendio della Cappella della Sindone: l’acqua di spegnimento ha ridotto la tensione della tela, compromettendo parte della pellicola pittorica.

Obiettivo della campagna è ricollocare lungo il percorso di visita di Palazzo Reale, nella Galleria della Sindone, il grande dipinto Amedeo VI presenta a Urbano V il patriarca di Costantinopoli, realizzato dal livornese Tommaso Gazzarrini e commissionato dal re Carlo Alberto per celebrare le gesta del celebre antenato, il Conte Verde.

Pierangelo gentile presenta alcune pubblicazioni sul risorgimento

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Pierangelo Gentile racconta il Risorgimento visto dai tanti libri pubblicati dal Centro Studi Piemontesi su questo tema.

I Bich: non solo la “leggenda della penna a sfera”

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Gustavo Mola di Nomaglio

Sul finire del maggio 1994 i quotidiani di tutto il mondo diedero, alcuni con molto risalto, la notizia della morte, a Parigi, di Marcel Bich, un «audace aristocratico -secondo un’espressione di Le Monde- smarritosi nell’industria». Bich era nato a Torino il 29 luglio 1914 da una famiglia valdostana. I titoli dei giornali lo definirono, riferendosi alle origini nobiliari e alla sua creatività, il “barone-inventore”, oppure, richiamandosi ai suoi straordinari successi imprenditoriali, la “leggenda della penna a sfera”, il “signore delle sfere”, il “profeta dell’usa e getta” e in tanti atri modi, suggeriti da una vita fuori dall’ordinario.

Quella dei Bich è forse la famiglia della nobiltà sabauda più famosa del pianeta, anche se non sono certo in molti a ricordarne le origini subalpine. Ogni giorno decine di milioni di persone ne pronunciano il nome per acquistare biro, accendini, rasoi. Il padre di Marcel, Amato Raoul, ingegnere minerario, nato nel 1882 dal secondo matrimonio di Claudio Nicola (magistrato e storico ben noto in Val d’Aosta, autore con Amé Gorret di una pregevolissima guida della Valle d’Aosta edita nel 1876 e di altri analoghi studi) con Maria Teresa Vialet de Montbel si era stabilito in Francia nel primo dopoguerra ed era stato naturalizzato francese nel 1930. Marcel esordì come imprenditore giovanissimo, occupandosi di penne stilografiche e di inchiostri. All’inizio degli anni Cinquanta del Novecento perfezionò l’invenzione di Lazlo Josif Biro -un’intuizione geniale, la cui realizzazione pratica aveva però, sino a quel momento, difetti e problemi funzionali- creando, con la società che portava il suo nome (seppur privato della <h> finale, eliminata per conservare anche in Francia il suono duro che caratterizzava il cognome o per altri motivi fonetici) una penna a sfera quasi perfetta che, fabbricata con sofisticati macchinari appositamente progettati, durava a lungo, non sbavava e riusciva ad utilizzare un inchiostro quasi inodore. Il successo clamoroso trasformò la Bic in una grande multinazionale e la portò ad occuparsi di tempo in tempo di numerosi altri prodotti, non solo legati al concetto dell’usa e getta, come nel caso dei windsurf Bic.

Gabriella Bich, nata Mola di Nomaglio (Torino, 26 agosto 1838-10 aprile 1877)

Marcel ereditò il titolo di Barone solo nel 1956, quando morì, celibe e senza discendenza, il fratellastro del padre, Emanuele (Lino) che era nato il 5 aprile 1877 dal primo matrimonio del già nominato Claudio Nicola con Gabriella Mola di Nomaglio. Lino Bich (nato nel 1876) fu un personaggio noto e molto amato nella società torinese. Conseguito il diploma di musica in Germania divenne musicista e musicologo, dedicando alla musica, si può dire interamente, la propria vita. L’illustre storico e studioso valdostano Lin Colliard, recentemente scomparso, scrive di lui che fu uno «spirito avventuroso e originale». Uno scarso senso pratico – che peraltro ben si conciliava con una personalità da gran signore e da artista – e la completa distruzione del suo appartamento torinese, in piazza San Martino 3 (oggi piazza XVIII dicembre) distrutto completamente da un incendio provocato dai bombardamenti anglo-americani dell’ultima guerra, lo portarono a trovarsi in precarie condizioni economiche. Poté salvare alcuni ricordi e, quasi miracolosamente, il suo prezioso pianoforte. Col quale andò ad abitare in via Verdi 16 presso la Caserma Arimondi, dove nel 1968 sarebbe stato costruito il Centro di Produzione della RAI su progetto di Umberto Cuzzi. Nonostante le difficoltà non fu facile per nessuno convincerlo ad accettare un aiuto qualsivoglia, sicché Colliard può concludere una sua nota biografica, nel volume Familles nobles et notables du Val d’Aoste (Aosta, 1984; 2a ed. 1985) con alcune toccanti espressioni: «Ce grand seigneur doublé d’artiste, qui conservait encore de touchant souvenirs de sa jeunesse aostoise, mourut en 1956 à Turin, dans un état proche de la gêne, après avoir passé sa vie entière dans le célibat. Le 31 mars 1955, il avait été nommé membre de l’Académie St-Anselme».

I Bich hanno alle spalle una storia suggestiva. Una leggenda li vorrebbe originari dell’Inghilterra, ma le tradizioni familiari ripetono piuttosto l’ipotesi di un’origine toscana, a somiglianza di un’altra celebre famiglia valdostana, quella dei Passerin d’Entrèves: i Bich sarebbero diramazione dei Bichi senesi e i Passerin dei Passerini di Firenze, rifugiatisi ai piedi del Cervino al tempo delle sanguinose lotte civili trecentesche tra guelfi e ghibellini. Qualunque siano le origini, le più antiche notizie di entrambe le famiglie s’incontrano, quasi a sottolineare l’esistenza di un remoto legame, nel XV secolo, a Valtournanche. Più recentemente il cognome è documentato in varie località valligiane. Ai rami minori del ceppo insediato a Valtournanche (occorre dire che gli esatti agganci genealogici tra il ramo principale della famiglia e quelli di minore momento non sono noti) appartennero in tempi recenti numerosi personaggi interessanti, tra i quali possono essere ricordate alcune guide alpine, e in particolare Jean Baptiste (1837-1909) che fu, tra l’altro, protagonista, con Jean Antoine Carrel, della “conquista” del versante italiano del Cervino.
Il ceppo principale dei Bich s’insediò nel XV secolo a Châtillon, dove se ne hanno notizie certe a partire dal 1497. Di qui in avanti i personaggi notevoli furono parecchi. A livello locale possono essere citati, a puro titolo d’esempio, un Pantaleone, sindaco di Châtillon nel 1578 o Giovanni Giuseppe, parroco nel 1716 (è probabile che sia di questa linea anche Giambattista, parroco di Challant nel 1679-80), merita però in particolare di essere ricordato per il suo ruolo nel gettare le basi della futura importanza della famiglia, Pantaleone (1720-1801). Questi, seguendo l’esempio dato dai Challant e da altre grandi famiglie feudali che traevano parte della loro ricchezza dallo sfruttamento minerario, fondò o acquistò fabbriche di ferro con o senza altoforno a Châtillon, Verrès, Challand e per alimentarle comprò o affittò alcune miniere, iniziando ad esportare i suoi prodotti in tutto lo Stato sabaudo. L’impulso all’industria valdostana, sotto la spinta del suo attivismo, fu enorme, con importanti benefici per le popolazioni. A fine Settecento i Bich erano una tra le più ricche famiglie non solo della Valle ma dell’intero Stato sabaudo. Nel loro palazzo di Châtillon, trovarono ospitalità personaggi famosi: San Benedetto Labre, in viaggio verso Roma, vi si fermò attorno al 1770; al tempo della Rivoluzione Francese furono ospitati il duca e la duchessa del Chiablese e vari emigrati transalpini. Poi fu la volta di ospiti che per una famiglia fermamente legittimista erano probabilmente assai meno graditi, come Murat e Bonaparte, ricevuti tra le mura di palazzo Bich rispettivamente il 24 e il 25 maggio del 1800.

Marcel Bich

Pantaleone diede origine dal suo secondo e terzo matrimonio a due distinte linee, la prima soprattutto fu importante nella storia valdostana. Ad essa appartenne tra gli altri Emanuele, figlio di Gian Giacomo Pantaleone e di Filippina Passerin d’Entrèves, nato a Châtillon il 25 dicembre 1800 (nonno dell’ideatore della celebre penna). Laureatosi in medicina nel 1823 nell’Università di Torino, Emanuele si perfezionò a Parigi. Dopo essere stato per qualche tempo medico nell’Ospedale Mauriziano di Aosta fu nominato protomedico del Ducato. Lasciò notevoli studi scientifici quale l’Aperçu sur la fièvre tiphoïde qui règne épidémiquement à Aoste et aux environs, en automne 1843 et en hiver 1844, oppure il Rapporto e osservazioni intorno alla cura dei fanciulli cretini, ricoverati nell’ospizio Vittorio Emanuele II nella città di Aosta… (Torino, 1854). Fu membro dell’Accademia di Medicina e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Il 13 luglio 1841 fu creato barone da Re Carlo Alberto «anche in considerazione della civilissima famiglia». Già da secoli i Bich facevano parte dei ceti dirigenti della Valle d’Aosta e contraevano alleanze matrimoniali con famiglie nobili locali e il titolo, seppur preceduto dalla nobilitazione, sembrò semplicemente sancire uno stato di fatto. Emanuele ebbe anche incarichi politici ed amministrativi: fu sindaco di Aosta dal 1838 al 1841 (si deve a lui la costruzione del bellissimo palazzo civico) e deputato liberale al parlamento subalpino nella VII legislatura.

Plan de la Vallée d’Aoste, 1795

In conclusione meritano di essere ricordati ancora alcuni rappresentanti della linea cadetta dei Bich, discendenti dal terzo matrimonio di Pantaleone con Giuseppina Cacchiardi de Montfleury (discendente da una delle principali famiglie del Nizzardo e, come si legge nella storia della nobiltà nizzarda del De Orestis, la prima di Breglio «soit par son ancienneté, soit par sa notoire distinction»). Vittorio Giuseppe (nato il 20 febbraio 1782), che sposò Carlotta Christillin, figlia dell’avvocato Giovanni e di Teresa Mazé de la Roche, si laureò in legge ed esercitò per qualche tempo la professione di avvocato. In seguito fu costretto, sia da una malattia che lo rese sordo, sia dal cattivo andamento delle fabbriche e miniere ereditate dal padre, ad occuparsi dell’azienda di famiglia, ma dedicandosi in realtà soprattutto ad interessi che lo attraevano maggiormente, quali la letteratura tedesca, la poesia e la musica, lasciando varie opere a stampa e manoscritte. L’imperizia mercantile e avverse vicissitudini di Vittorio Bich portarono questo ramo, cui si attribuiva all’inizio del XIX secolo un patrimonio superiore a un milione di Lire (una cifra davvero ingente) ad impoverirsi completamente. E quasi in completa povertà furono ridotti alla sua morte la moglie Carlotta (che dovette trovare rifugio presso l’asilo delle vedove nobili di St-Benoît de Chambéry) e i figli maschi Felice Pantaleone (1815-1882) e Claudio Francesco (1817-1888), autore di una notevole storia dei Bich e delle Mémoires historiques sur Châtillon et le Mandement ai quali Lin Colliard dedica queste suggestive espressioni che, ai nostri occhi, li rendono personaggi fascinosi, dei quali la memoria merita di restare viva: «Hommes de grande probité morale, traditionalistes convaincus, partisans aveugles du Trône et de l’Autel, ils n’ont rien de banal, de théâtral dans leur gêne extrême; au contraire ils surent conserver, même dans la détresse, des sentiments delicats, un jugement impartial et une piété qui les honore».