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Addio a Domenico Bo

Salutiamo commossi e grati il professor Domenico Bo, decano dei Soci della nostra Ca dë Studi Piemontèis, mancato il 30 agosto. Da oggi riposa nella sua amata Garessio.

Per il Centro Studi Piemontesi ha pubblicato nel 2014 il volume Storia dalle origini ad oggi di Piazza Savoia e le sue quattro Isole nel terzo ingrandimento di Torino verso occidente, pagg. VIII-271, ill.

Così scriveva Elena Gianasso recensendo il volume in “Studi Piemontesi”, sul n. 1, 2014, vol. XLIII, pp. 196-197:
“Omaggio del Centro Studi Piemontesi alla carriera accademica del prof. Domenico Bo, già professore ordinario nelle Università di Roma “La Sapienza” e di Torino, il volume ripercorre le vicende storiche che hanno portato alla realizzazione di piazza Savoia, già piazza Susina, polo centrale di saldatura tra la «città vecchia» seicentesca e il terzo ampliamento della città. Spazio progettato in stretta relazione con lo stradone di Rivoli, tracciato nel 1711 da Michelangelo Garove, è delimitato da quattro isolati occupati da architetture prestigiose attentamente descritte nel libro. Le pagine di Bo si aprono con un capitolo che, sintetizzando la storia di Torino, introduce la figura di Vittorio Amedeo II e il suo importante impegno per la realizzazione dell’ingrandimento occidentale il cui «grande artefice», scrive l’autore, «fu Filippo Juvarra. […] Tutte le realizzazioni da corso Valdocco a Piazza Savoia, da via del Senato a via Milano, a Porta Palazzo riportano ancora oggi l’impronta urbanistica, che egli diede alla zona, anche se non riuscì a vederne l’intero compimento» (p. 24). Ideata di forma quadrata, luogo di raduno e di mercato, ha assunto prima la denominazione di piazza Susina, quindi piazza Paesana (dal nome di uno dei palazzi che vi si affaccia), poi piazza degli Stracci, in periodo napoleonico è place de France, quindi piazza Siccardi (1853-1860) e poi piazza Savoia. Intorno alla metà del XIX secolo, al centro della piazza è innalzato un monumento, l’obelisco, a ricordo dell’approvazione della legge sull’abolizione del foro ecclesiastico promulgata nel 1850 su proposta del ministro di Grazia Giustizia e Affari di Culto, senatore Giuseppe Siccardi. Nel Novecento, evidenzia puntualmente lo scrittore, la piazza è progressivamente riqualificata con nuovi negozi e piccole aree verdi.
Il libro, corredato di tavole che riproducono disegni, incisioni e fotografie del luogo, esamina quindi l’Isola di San Chiaffredo, “la più importante delle quattro” (p. 54) isole prospicienti la piazza, occupata da Palazzo Saluzzo Paesana. Costruito su disegno di Giacomo Plantery nel corso del Settecento, è descritto con rimando ai documenti d’archivio, esito di una ricerca attenta e meticolosa condotta dall’autore. Sono altresì riportati i dati del censimento napoleonico del 1802, fotografia dello stato della popolazione in periodo francese, completati da brevi profili biografici degli abitanti del palazzo.
L’Isola di San Dalmazzo, dal nome della chiesa che in parte la occupa, era posta all’estremità del settore occidentale della città ed era separata dalle mura dalla via singularis. Le vicende che interessano l’Isola sono definite dalle scelte dei Padri Barnabiti che officiano la chiesa già dal Seicento. Acquisti successivi garantiscono ai religiosi la proprietà di fabbricati a sud, a est e a nord dell’isolato, scelto come sede del loro Collegio. All’indomani della soppressione degli ordini religiosi, l’area è divisa in lotti esaminati in dettaglio da Bo che, per ognuno, ricorda gli acquirenti e i passaggi di proprietà. Scorrendo le pagine del libro si legge anche l’interessante storia della chiesa di San Dalmazzo fino agli ultimi anni del Novecento.
L’Orfanotrofio femminile, la cui esistenza è documentata da fine Cinquecento, e Palazzo Falletti di Barolo compongono l’Isola di Santa Brigida. Il primo, voluto forse dalla contessa Langosco di Stroppiana, è descritto con l’ausilio, oltre che della bibliografia, di fonti documentarie primarie conservate nei torinesi Archivio di Stato e Archivio Storico della Città. Il secondo, opera di Gian Francesco Baroncelli del 1692, è qui commentato attraverso le biografie dei suoi proprietari e abitanti perché, è già stato scritto, la biografia è strumento utile a comprendere le dinamiche storiche che hanno segnato le trasformazioni del costruito. Tra loro, è Giulia Vittorina Colbert a distinguersi per le sue doti di donna intelligente e colta, capace di sostenere e appoggiare alcune tra le più importanti attività filantropiche torinesi del XIX secolo.
L’ultimo capitolo è dedicato all’Isola San Dionigi dove sono il palazzo Martini di Cigala e il palazzo ex-Villata. Seguendo lo stesso iter di ricerca, Bo elenca i successivi acquirenti, con brevi note sulle famiglie tratte, ancora, da testi d’archivio e dai censimenti. Quadro di una interessante piazza torinese, il volume si chiude con l’indice delle tavole e un articolato indice generale”. Elena Gianasso

La Banda di Mombaruzzo e il recupero della musica scomparsa

Giovedì 27 aprile 2017 ore 18.00

Carlo Audello

in dialogo con

Domenico Bo e Simonetta Satragni Petruzzi

presenta il suo libro

La Musica ‘d Mumbarìs. La Banda di Mombaruzzo 1877-1960 

Musica popolare e immagini di vita paesane del Monferrato nella prima metà del ‘900

Comune di Mombaruzzo-Impressioni Grafiche

 

Il lavoro di Carlo Audello è uno di quei preziosi omaggi che persone appassionate e capaci dedicano alla cosiddetta “piccola storia” che – come si sa – è l’imprescindibile piattaforma per la costruzione della grande storia. Il libro è corredato da un CD sul quale l’autore ha ricostruito elettronicamente un buon numero di brani che la Banda di Mombaruzzo aveva in repertorio e dei quali sono scomparse le partiture.  L’opera ha la sua principale motivazione nel salvataggio di musiche appartenenti ad un genere definitivamente cancellato dal tempo, non più eseguite da almeno 70 anni, sconosciute quindi alla quasi totalità di noi (musicisti e addetti ai lavori compresi). Molti di questi pezzi sono provatamente anteriori al 1914, e rappresentano quella che era l’unica musica ascoltata nei nostri paesi (se si eccettua quella eseguita in chiesa) in assenza di radio e televisione, sia durante le parate sia, e soprattutto, sui balli a cavallo tra ‘800 e ‘900 e fino agli ultimi anni ’40. Questa musica ha una sua caratteristica bellezza, una certa eleganza in alcuni casi, dovute ad un particolare gusto del Maestro mombaruzzese Giovanni Pieve ed ai suoi trascorsi in alcune orchestre sinfoniche, con il risultato di un affinamento non solito della musica popolare per Banda in quel momento, soprattutto nel Monferrato. Lo scritto, necessariamente, deve riferirsi ad usi costumi e tradizioni di quelle zone, riporta voci dialettali e “nomignoli” dei musicanti, ma le vicende della Banda lo portano ad occuparsi anche di alcuni momenti ed eventi della grande storia, sempre però in carattere con il tenore dell’opera. Costante di questo lavoro è la musica, che lo pervade totalmente, a volte con intento esplicativo, per giustificare aspetti e affermazioni non sempre famigliari a tutti.  Libro e CD sono da considerare interdipendenti e concorrono in egual misura alla costituzione del lavoro, completandosi a vicenda. In definitiva, si potrebbe considerare il CD come una sorta di illustrazioni esemplificative al testo. La parte “viva” del racconto.