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I Bich: non solo la “leggenda della penna a sfera”

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Gustavo Mola di Nomaglio

Sul finire del maggio 1994 i quotidiani di tutto il mondo diedero, alcuni con molto risalto, la notizia della morte, a Parigi, di Marcel Bich, un «audace aristocratico -secondo un’espressione di Le Monde- smarritosi nell’industria». Bich era nato a Torino il 29 luglio 1914 da una famiglia valdostana. I titoli dei giornali lo definirono, riferendosi alle origini nobiliari e alla sua creatività, il “barone-inventore”, oppure, richiamandosi ai suoi straordinari successi imprenditoriali, la “leggenda della penna a sfera”, il “signore delle sfere”, il “profeta dell’usa e getta” e in tanti atri modi, suggeriti da una vita fuori dall’ordinario.

Quella dei Bich è forse la famiglia della nobiltà sabauda più famosa del pianeta, anche se non sono certo in molti a ricordarne le origini subalpine. Ogni giorno decine di milioni di persone ne pronunciano il nome per acquistare biro, accendini, rasoi. Il padre di Marcel, Amato Raoul, ingegnere minerario, nato nel 1882 dal secondo matrimonio di Claudio Nicola (magistrato e storico ben noto in Val d’Aosta, autore con Amé Gorret di una pregevolissima guida della Valle d’Aosta edita nel 1876 e di altri analoghi studi) con Maria Teresa Vialet de Montbel si era stabilito in Francia nel primo dopoguerra ed era stato naturalizzato francese nel 1930. Marcel esordì come imprenditore giovanissimo, occupandosi di penne stilografiche e di inchiostri. All’inizio degli anni Cinquanta del Novecento perfezionò l’invenzione di Lazlo Josif Biro -un’intuizione geniale, la cui realizzazione pratica aveva però, sino a quel momento, difetti e problemi funzionali- creando, con la società che portava il suo nome (seppur privato della <h> finale, eliminata per conservare anche in Francia il suono duro che caratterizzava il cognome o per altri motivi fonetici) una penna a sfera quasi perfetta che, fabbricata con sofisticati macchinari appositamente progettati, durava a lungo, non sbavava e riusciva ad utilizzare un inchiostro quasi inodore. Il successo clamoroso trasformò la Bic in una grande multinazionale e la portò ad occuparsi di tempo in tempo di numerosi altri prodotti, non solo legati al concetto dell’usa e getta, come nel caso dei windsurf Bic.

Gabriella Bich, nata Mola di Nomaglio (Torino, 26 agosto 1838-10 aprile 1877)

Marcel ereditò il titolo di Barone solo nel 1956, quando morì, celibe e senza discendenza, il fratellastro del padre, Emanuele (Lino) che era nato il 5 aprile 1877 dal primo matrimonio del già nominato Claudio Nicola con Gabriella Mola di Nomaglio. Lino Bich (nato nel 1876) fu un personaggio noto e molto amato nella società torinese. Conseguito il diploma di musica in Germania divenne musicista e musicologo, dedicando alla musica, si può dire interamente, la propria vita. L’illustre storico e studioso valdostano Lin Colliard, recentemente scomparso, scrive di lui che fu uno «spirito avventuroso e originale». Uno scarso senso pratico – che peraltro ben si conciliava con una personalità da gran signore e da artista – e la completa distruzione del suo appartamento torinese, in piazza San Martino 3 (oggi piazza XVIII dicembre) distrutto completamente da un incendio provocato dai bombardamenti anglo-americani dell’ultima guerra, lo portarono a trovarsi in precarie condizioni economiche. Poté salvare alcuni ricordi e, quasi miracolosamente, il suo prezioso pianoforte. Col quale andò ad abitare in via Verdi 16 presso la Caserma Arimondi, dove nel 1968 sarebbe stato costruito il Centro di Produzione della RAI su progetto di Umberto Cuzzi. Nonostante le difficoltà non fu facile per nessuno convincerlo ad accettare un aiuto qualsivoglia, sicché Colliard può concludere una sua nota biografica, nel volume Familles nobles et notables du Val d’Aoste (Aosta, 1984; 2a ed. 1985) con alcune toccanti espressioni: «Ce grand seigneur doublé d’artiste, qui conservait encore de touchant souvenirs de sa jeunesse aostoise, mourut en 1956 à Turin, dans un état proche de la gêne, après avoir passé sa vie entière dans le célibat. Le 31 mars 1955, il avait été nommé membre de l’Académie St-Anselme».

I Bich hanno alle spalle una storia suggestiva. Una leggenda li vorrebbe originari dell’Inghilterra, ma le tradizioni familiari ripetono piuttosto l’ipotesi di un’origine toscana, a somiglianza di un’altra celebre famiglia valdostana, quella dei Passerin d’Entrèves: i Bich sarebbero diramazione dei Bichi senesi e i Passerin dei Passerini di Firenze, rifugiatisi ai piedi del Cervino al tempo delle sanguinose lotte civili trecentesche tra guelfi e ghibellini. Qualunque siano le origini, le più antiche notizie di entrambe le famiglie s’incontrano, quasi a sottolineare l’esistenza di un remoto legame, nel XV secolo, a Valtournanche. Più recentemente il cognome è documentato in varie località valligiane. Ai rami minori del ceppo insediato a Valtournanche (occorre dire che gli esatti agganci genealogici tra il ramo principale della famiglia e quelli di minore momento non sono noti) appartennero in tempi recenti numerosi personaggi interessanti, tra i quali possono essere ricordate alcune guide alpine, e in particolare Jean Baptiste (1837-1909) che fu, tra l’altro, protagonista, con Jean Antoine Carrel, della “conquista” del versante italiano del Cervino.
Il ceppo principale dei Bich s’insediò nel XV secolo a Châtillon, dove se ne hanno notizie certe a partire dal 1497. Di qui in avanti i personaggi notevoli furono parecchi. A livello locale possono essere citati, a puro titolo d’esempio, un Pantaleone, sindaco di Châtillon nel 1578 o Giovanni Giuseppe, parroco nel 1716 (è probabile che sia di questa linea anche Giambattista, parroco di Challant nel 1679-80), merita però in particolare di essere ricordato per il suo ruolo nel gettare le basi della futura importanza della famiglia, Pantaleone (1720-1801). Questi, seguendo l’esempio dato dai Challant e da altre grandi famiglie feudali che traevano parte della loro ricchezza dallo sfruttamento minerario, fondò o acquistò fabbriche di ferro con o senza altoforno a Châtillon, Verrès, Challand e per alimentarle comprò o affittò alcune miniere, iniziando ad esportare i suoi prodotti in tutto lo Stato sabaudo. L’impulso all’industria valdostana, sotto la spinta del suo attivismo, fu enorme, con importanti benefici per le popolazioni. A fine Settecento i Bich erano una tra le più ricche famiglie non solo della Valle ma dell’intero Stato sabaudo. Nel loro palazzo di Châtillon, trovarono ospitalità personaggi famosi: San Benedetto Labre, in viaggio verso Roma, vi si fermò attorno al 1770; al tempo della Rivoluzione Francese furono ospitati il duca e la duchessa del Chiablese e vari emigrati transalpini. Poi fu la volta di ospiti che per una famiglia fermamente legittimista erano probabilmente assai meno graditi, come Murat e Bonaparte, ricevuti tra le mura di palazzo Bich rispettivamente il 24 e il 25 maggio del 1800.

Marcel Bich

Pantaleone diede origine dal suo secondo e terzo matrimonio a due distinte linee, la prima soprattutto fu importante nella storia valdostana. Ad essa appartenne tra gli altri Emanuele, figlio di Gian Giacomo Pantaleone e di Filippina Passerin d’Entrèves, nato a Châtillon il 25 dicembre 1800 (nonno dell’ideatore della celebre penna). Laureatosi in medicina nel 1823 nell’Università di Torino, Emanuele si perfezionò a Parigi. Dopo essere stato per qualche tempo medico nell’Ospedale Mauriziano di Aosta fu nominato protomedico del Ducato. Lasciò notevoli studi scientifici quale l’Aperçu sur la fièvre tiphoïde qui règne épidémiquement à Aoste et aux environs, en automne 1843 et en hiver 1844, oppure il Rapporto e osservazioni intorno alla cura dei fanciulli cretini, ricoverati nell’ospizio Vittorio Emanuele II nella città di Aosta… (Torino, 1854). Fu membro dell’Accademia di Medicina e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Il 13 luglio 1841 fu creato barone da Re Carlo Alberto «anche in considerazione della civilissima famiglia». Già da secoli i Bich facevano parte dei ceti dirigenti della Valle d’Aosta e contraevano alleanze matrimoniali con famiglie nobili locali e il titolo, seppur preceduto dalla nobilitazione, sembrò semplicemente sancire uno stato di fatto. Emanuele ebbe anche incarichi politici ed amministrativi: fu sindaco di Aosta dal 1838 al 1841 (si deve a lui la costruzione del bellissimo palazzo civico) e deputato liberale al parlamento subalpino nella VII legislatura.

Plan de la Vallée d’Aoste, 1795

In conclusione meritano di essere ricordati ancora alcuni rappresentanti della linea cadetta dei Bich, discendenti dal terzo matrimonio di Pantaleone con Giuseppina Cacchiardi de Montfleury (discendente da una delle principali famiglie del Nizzardo e, come si legge nella storia della nobiltà nizzarda del De Orestis, la prima di Breglio «soit par son ancienneté, soit par sa notoire distinction»). Vittorio Giuseppe (nato il 20 febbraio 1782), che sposò Carlotta Christillin, figlia dell’avvocato Giovanni e di Teresa Mazé de la Roche, si laureò in legge ed esercitò per qualche tempo la professione di avvocato. In seguito fu costretto, sia da una malattia che lo rese sordo, sia dal cattivo andamento delle fabbriche e miniere ereditate dal padre, ad occuparsi dell’azienda di famiglia, ma dedicandosi in realtà soprattutto ad interessi che lo attraevano maggiormente, quali la letteratura tedesca, la poesia e la musica, lasciando varie opere a stampa e manoscritte. L’imperizia mercantile e avverse vicissitudini di Vittorio Bich portarono questo ramo, cui si attribuiva all’inizio del XIX secolo un patrimonio superiore a un milione di Lire (una cifra davvero ingente) ad impoverirsi completamente. E quasi in completa povertà furono ridotti alla sua morte la moglie Carlotta (che dovette trovare rifugio presso l’asilo delle vedove nobili di St-Benoît de Chambéry) e i figli maschi Felice Pantaleone (1815-1882) e Claudio Francesco (1817-1888), autore di una notevole storia dei Bich e delle Mémoires historiques sur Châtillon et le Mandement ai quali Lin Colliard dedica queste suggestive espressioni che, ai nostri occhi, li rendono personaggi fascinosi, dei quali la memoria merita di restare viva: «Hommes de grande probité morale, traditionalistes convaincus, partisans aveugles du Trône et de l’Autel, ils n’ont rien de banal, de théâtral dans leur gêne extrême; au contraire ils surent conserver, même dans la détresse, des sentiments delicats, un jugement impartial et une piété qui les honore».

Anna Maria d’Orléans, prima regina di sardegna

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Anna Maria d’Orléans, prima regina di Sardegna
Maria Teresa Reineri

La principessa francese Anna Maria d’Orléans, divenuta per matrimonio duchessa sabauda nell’aprile 1684 e incoronata, il 24 dicembre 1713, prima regina di casa Savoia, ha recentemente acquisito una sua visibilità dopo anni di oblio anche presso i cultori di memorie sabaude. Avevano giocato a suo sfavore le figure delle duchesse che l’avevano preceduta, Cristina di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours, che, vedove, avevano retto per lunghi anni il ducato in nome dei figli minori.


La presenza al fianco di Anna di una personalità forte e determinata come fu quella di Vittorio Amedeo II non le lasciò altro spazio che quello della maternità in cui, però, trionfò: fu adorata dalle figlie, l’una delfina di Francia e l’altra regina di Spagna, che dovettero il loro successo nelle rispettive corti proprio all’educazione ricevuta.
Luigi XIV, madame de Maintenon, Filippo V di Spagna si complimentarono con Anna in più di un’occasione. I due principi, l’erede Vittorio Amedeo e Carlin, il futuro Carlo Emanuele III, ci lasciarono testimonianza scritta del loro attaccamento alla madre nella corrispondenza scambiata con lei negli anni 1713-14.
Il primogenito, già nei saluti della prima missiva scriveva, infantile commistione di italiano e piemontese, ma testimonianza di profondo legame affettivo: “Mi simiglia cento anni che non lo [sic] veduta”, e Carlin non era da meno: “io mi vorrei potermi mettere dentro una lettera per poterla vedere”.

In questi nostri giorni di disagio (in cui anche le semplici passeggiate sono limitate se non proibite) c’è un altro aspetto di questa Regina che è motivo di meraviglia: la sua moderna concezione del moto come mezzo irrinunciabile per mantenersi in salute. Ne scrisse dalla Sicilia ai figli fin dal dicembre 1713: “le beau tems quil a fait jusque hier nous a donné lieu de nous bien promener, je voudrais fort quil revint car l’exercise est necesaire pour la santé …. Quand la digestion se fait dificilmens … quand on marche cela aide …”
Le principesse testimoniarono in mille occasioni il ricordo delle loro salite a piedi con la madre alla Vigna (oggi Villa della Regina), allorché bambine nelle giornate di sole attraversavano a piedi il ponte di Po per raggiungerla. “Forse, avrebbe poi ammesso la primogenita, ci saremmo divertite di più a giocare a colin-maillard con la nonna nella galleria, ma la mamma era inflessibile”, trattandosi del loro benessere. E infine Maria Adelaide da Versailles il 31 dicembre 1708, scrivendo alla nonna che ne era restata sbalordita, la rassicurava: “Je ne suis point étonnée que ma mère soit revenue a pied de la Vénerie, car elle a de très-bonnes Jambes … “.

Per approfondire la figura di Anna Maria d’Orléans vedi:
MARIA TERESA REINERI
Anna Maria d’Orléans. Regina di Sardegna, Duchessa di Savoia (Saint-Cloud 27 agosto 1699-Torino 26 agosto 1728), Premesse di Gianni Oliva e Maria Gabriella di Savoia, Postfazione di Gustavo Mola di Nomaglio, Torino, Centro Studi Piemontesi, (2006), 2a ed. 2017, Pagg. 698, ill. a colori e in b. e n.
ISBN 978-8882622701

Il Castello di Moncalieri. Una presenza sabauda fra Corte e Città

Su La Stampa/Torinosette di venerdì 3 aprile, Bruno Gambarotta ha dedicato la sua rubrica “Storie di Città”, al libro sul Castello di Moncalieri, pubblicato dal Centro Studi Piemontesi con il patrocinio e la collaborazione della Città di Moncalieri. Il volume doveva essere presentato nelle sale del Castello il 14 marzo. Come tutte le iniziative anche questo evento purtroppo è stato rinviato.

In attesa di poter riprogrammare la presentazione, ecco la scheda del volume. Chi fosse interessato può scrivere al Centro Studi Piemontesi (info@studipiemontesi.it; redazione@studipiemontesi.it; lara.ferrando@studipiemontesi.it ). Provvederemo alla spedizione il prima possibile.

Il Castello di Moncalieri. Una presenza sabauda fra Corte e Città, a cura di Albina Malerba, Andrea Merlotti, Gustavo Mola di Nomaglio, Maria Carla Visconti, pagg. XIV-422, ill. a colori (Prezzo di copertina € 58,00. ISBN 978-88-8262-292-3).

Il volume, di grande formato e riccamente illustrato, è il primo che si proponga di raccontare la storia del Castello dalle origini al 1926, quando terminò definitivamente le funzioni di residenza. Storici, storici dell’arte e dell’architettura hanno lavorato insieme per costruire un volume che racconti la vicenda del Castello con un esito unico nel pur ricco panorama della produzione editoriale sulle residenze sabaude. Storici, storici dell’arte e storici dell’architettura hanno lavorato insieme per costruire un volume che racconti la vicenda del Castello, con un esito che crediamo, almeno per il momento, pressoché unico nel pur ricco panorama della produzione editoriale sulle Residenze sabaude. Sospeso fra echi di medioevo e un Risorgimento di cui restano le poche sale sopravvissute al riuso militare e all’incendio del 2008, il Castello fu amata residenza collinare e testimone di molti eventi importanti della storia dei Savoia e del loro stato, una storia che si intreccia con quella della città e del fiume ai suoi piedi.

Contributi di: Cristina La Rocca, Enrico Lusso, Daniela Cereia, Pier Paolo Merlin, Andrea Merlotti, Paolo Cozzo, Elena Gianasso, Maria Vittoria Cattaneo, Luisa Berretti, Rosanna Roccia, Paolo Cornaglia, Giancarlo Comino, Pierangelo Gentile, Gian Savino Pene Vidari, Maria Carla Visconti, Lorenza Santa, Gustavo Mola di Nomaglio, Marco R. Galloni, Laura Moro, Gianni Oliva, Lino Malara. Marco Di Bartolo, Michelangelo Ferrero. Prefazione del Sindaco, Paolo Montagna, e di Laura Pompeo, Assessore alla Cultura e al Turismo della Città di Moncalieri.

Il Centro Studi Piemontesi al Salone del Libro

 

 

Da giovedì 9 a lunedì 13 maggio 2019 il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis vi aspetta al 32° Salone Internazionale del Libro Torino, Lingotto Fiere, Padiglione 2 – Stand K01

 

Il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis  ha partecipato con un suo stand fin dalla prima edizione del Salone Internazionale del Libro Torino, e sarà presente anche quest’anno –  50° di fondazione –  al Padiglione 2 – Stand K01.

Anche per questo #SalTo19 il Centro Studi Piemontesi ha realizzato un segnalibro, appositamente creato dall’artista Daniela Rissone, e aderisce all’iniziativa della Regione Piemonte Buono da leggere

Il Centro Studi Piemontesi è presente anche nello spazio degli Istituti Culturali del Piemonte al Pad. 3 – S68

E organizza alcune iniziative

[Scarica il programma]

Giovedì 9 maggio ore 11

Spazio Istituti Culturali Pad. 3-S68

Cinquant’anni al Servizio della Cultura

Il Centro Studi Piemontesi celebra i suoi 50 anni di lavoro e di impegno come custode e promotore di studi sul Piemonte e sugli antichi Stati sabaudi

Intervengono Giuseppe PichettoPresidente Centro Studi Piemontesi, Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio, Franco Cravarezza, Graziella Riviera, Rosanna Roccia, Giovanni Tesio, collaboratori, membri del Comitato Scientifico e Direttivo

 L’11 giugno del 1969 un gruppo di amici (Gaudenzio Bono, Giuseppe Fulcheri, Dino Gribaudi, Gianrenzo P. Clivio, Amedeo Clivio, Camillo Brero, Alfredo Nicola, Armando Mottura, Giacomo Calleri, Censin Pich, Tavo Burat), riuniti da Renzo Gandolfo (1900-1987), davano vita al Centro Studi Piemontesi, una istituzione pluridisciplinare dedicata allo studio della vita e della cultura piemontese in ogni loro manifestazione Nel 2019 il Centro Studi Piemontesi ha messo in campo una serie di iniziative per siglare questo importante traguardo, fare un Bilancio di mezzo secolo di intensa attività scientifica e editoriale, costruire, sulle solide radici della memoria storica, il lavoro futuro.

Venerdì 10 maggio ore 16

Spazio Istituti Culturali  Pad. 3 S68

Un Archivio per la Civiltà e la Cultura del Piemonte. L’Archivio istituzionale del Centro Studi Piemontesi

Intervengono Rosanna RocciaDirettore della rivista “Studi Piemontesi” Andrea LudoviciArchivista (Culturalpe s.c.)

Nella multiforme gamma delle possibili raccolte documentarie, gli archivi delle case editrici rappresentano una fattispecie particolare in cui il fare impresa si coniuga con una precipua visione della pratica culturale negli ambiti della scrittura, della divulgazione, della ricerca e dell’approfondimento scientifico. Nel caso del Centro Studi Piemontesi, poi, ogni attestazione documentaria posta in essere assume una connotazione ancor più peculiare, in quanto rispondente all’intento dell’Associazione di promuovere e appoggiare – in armonia con istituzioni affini – lo studio della cultura piemontese in ogni sua manifestazione. Ben consapevole della singolare importanza di un siffatto patrimonio documentario, la Ca dë Studi, in occasione del suo 50° anniversario di attività (1969-2019), ha riordinato e inventariato il proprio Archivio Istituzionale composto da quasi 4.000 unità tra fascicoli, registri, volumi e fotografie. Tale raccolta documenta senza soluzione di continuità la nascita e lo sviluppo nel tempo dell’Associazione sotto il profilo amministrativo, nonché le molteplici attività promosse dal Centro Studi nei campi dell’editoria, della promozione e valorizzazione della lingua e cultura piemontesi e della conservazione di fonti inedite afferenti alla lingua e alla storia del Piemonte. All’Archivio Istituzione propriamente detto, si affiancano anche diverse raccolte documentarie personali o famigliari donate nel corso degli anni alla Ca dë Studi a conferma del suo fattivo ruolo di “custode della memoria” e quale segno tangibile della fiducia in essa riposta da più parti. Così, tra i fondi archivistici ricevuti dal Centro Studi si possono citare quello del commediografo e alpinista Arrigo Frusta e quelli del prof. Renzo Gandolfo, del critico letterario, poeta e pittore Enrico Thovez, del decano del Teatro Piemontese Angelo Alessio, del poeta Alfonso Ferrero, del poeta e attore teatrale Giovanni Drovetti, dell’avvocato e dirigente d’azienda Renato Zaccone, del pittore e poeta Mario Becchis, del prof. Giuliano Gasca Queirazza, dell’attore e registra teatrale Gualtiero Rizzi.

Sabato 11 maggio ore 14

Sala Argento
Presentazione del libro

Costantino Gilodi Ingegnere e architetto a Torino e in Valsesia Tra Eclettismo e Belle Époque

Edizione Centro Studi Piemontesi-Società Valsesiana di Cultura

Con la curatrice Enrica Ballarè intervengono i Collaboratori Casimiro Debiaggi, Elena Gianasso, Gianluca Kannès, Enrico Moncalvo, Filippo Morgantini, Enrico Rizzetti

La figura di Costantino Gilodi (1853-1918), valsesiano di origine e torinese di adozione, resta sconosciuta ai più nonostante il suo legame con la cultura architettonica dell’Eclettismo. Il primo volume di studi a lui dedicato traccia un quadro volto a definirne il ruolo, ad un secolo dalla sua scomparsa. A Torino, Anversa, Parigi il nostro collabora con i più noti maestri torinesi alla creazione del mondo effimero delle esposizioni con fantastiche macchine, che la sua non comune abilità disegna con estrema facilità. Sono anche gli anni dello slancio costruttivo che rinnova la città: a Torino come a Borgosesia, Gilodi è uno degli interpreti del nuovo gusto borghese. Con maggior libertà coniuga poi con grazia ispirazioni alpine e citazioni orientaleggianti nella villa dei Musy a Fobello e nel piccolo gioiello rococò disegnato per sé sulle alte montagne valsesiane. Contributi di: Eredi Gilodi, Walter Canavesio, Enrica Ballarè, Filippo Morgantini, Gianluca Kannès, Elena Gianasso, Casimiro Debiaggi, Enrico Rizzetti.

Domenica 12 maggio ore 11

Sala Arancio
Presentazione del libro di Giuseppina Pellosio

Paroni di barche a Torino. La famiglia Clerico in Borgo Po. Dagli ultimi decenni del Seicento alla Restaurazione (1672-1814)

Edizioni Centro Studi Piemontesi

Con l’Autrice intervengono Gustavo Mola di Nomaglio Albina Malerba

Il libro riprende una originale ricerca storica compiuta con un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dei Clerico, ardimentosi imprenditori torinesi. Affermatisi a fine Seicento nell’ambito dei trasporti fluviali, mantennero per quasi un secolo il prestigioso incarico di “Capitano delle barche e de’ ponti d’esse”, preposto dai sovrani sabaudi a tutela della navigazione sul Po in epoca prerisorgimentale.  Vivevano allora a Torino, presso l’antico porto di “Borgo di Po”, gruppi familiari molto coesi che si dedicavano all’arte della navigazione. Chiamati Paroni anche in Piemonte, i proprietari di barche erano veri e propri impresari che durante le guerre, fornivano natanti e uomini alle aziende sabaude per il trasporto dei soldati, munizioni e vettovagliamenti mentre, in tempo di pace, affidavano ai loro scafi ogni sorta di merce, generi alimentari compresi. Accanto ad essi in una straordinaria rappresentazione teatrale compare nel volume un’incredibile sequenza di persone di vario spessore storico che, di prepotenza, entrano sulla scena a vivacizzare la narrazione. Il materiale iconografico, tabelle e piantine coeve allegate, offrono infine lo spunto al lettore per calarsi definitivamente nell’atmosfera dell’epoca.

E per il Salone-off

Un carteggio risorgimentale tra romanticismo e storia

Martedì 9 aprile ore 17

Auditorium Vivaldi

Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

piazza Carlo Alberto 5/a

Presentazione del volume

  Cara Adele, caro Sigismondo 

Millerose fu cominciamento di un sogno… 

Carteggio Savio-Castromediano (1859-1905)

a cura di Maria Alessandra Marcellan

Galatina (Lecce), Mario Congedo Editore

Le oltre 500 lettere accolte nel volume Cara Adele, caro Sigismondo. Millerose fu cominciamento di un sogno…, a cura di Maria Alessandra Marcellan, narrano una storia che si intreccia tra l’incanto di migliaia di rose della villa torinese dei Savio (Millerose, oggi IPLA) e il fascino del palazzo ducale dei Castromediano di Lymburg di Cavallino (Lecce). Il verde dei pascoli alpini e il candore delle vette innevate si incontrano con il cielo “non solo di fuoco, ma di bronzo” del Salento: geografia fisica e, soprattutto, geografia di due anime mosse da ideali e sentimenti comuni di libertà, di affetto e di patria. Il carteggio racconta di due mondi, di due culture, di viaggi, di problemi della quotidianità, di incontri con uomini e donne illustri e con persone semplici, e di luoghi che fanno da sfondo alla Storia del Risorgimento Italiano, dal Piemonte al Mezzogiorno d’Italia.

Ne parlano con la curatrice  Franco Cravarezza,  Gustavo Mola di Nomaglio, Rosanna Roccia
Saluti di  Igor Boni, amministratore delegato IPLA

Eccezionalmente in esposizione una scelta delle porcellane di Dome Cravarezza

Info:   info@studipiemontesi.it –  info@abnut.it – Tel. 011/537486

Cristoforo Colombo dal Piemonte al Nuovo Mondo

Lunedì 8 aprile 2019 ore 18

Giorgio Casartelli Colombo di Cuccaro
Gustavo Mola di Nomaglio
Gian Savino Pene Vidari

conversano su

Cristoforo Colombo dal Piemonte alla Liguria  alla Penisola Iberica verso il Nuovo Mondo

 

Per la presentazione del volume degli Atti del III Congresso Internazionale Colombiano nel 525° anniversario della scoperta dell’America, tenutosi a Torino il 12 e 13 ottobre 2017.

Con i contributi di: Giorgio Casartelli Colombo di Cuccaro,  Gustavo Mola di Nomaglio, Carlo Tibaldeschi, Guido Gay di Quarti, Mario Traxino, Costanza Orsi, Edoardo Garis, Joseph. A. Levi, Gianfranco Ribaldone, Giorgio Bazzurro, Massimo Carcione, Gabriele Reina, Filippo De Nobili, Claudia Ghiraldello, Gian Luigi Bovio della Torre, Angelica Valentinetti Mendi

Edizione Associazione Centro Studi Colombiani Monferrini (CE.S.CO.M.) con la collaborazione del Centro Studi Piemontesi

Ascolta la conferenza sul canale YouTube del Centro Studi Piemontesi

I trasporti fluviali in Piemonte nel passato

Lunedì 4 marzo 2019 ore 18

presentazione del libro di

Giuseppina Pellosio

Paroni di barche a Torino. La famiglia Clerico in Borgo Po
Dagli ultimi decenni del Seicento alla Restaurazione (1672-1814)

Edizioni Centro Studi Piemontesi

Con l’Autrice intervengono

Luciano RePolitecnico di Torino Gustavo Mola di Nomaglio

 

 Il libro riprende una originale ricerca storica compiuta con un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dei Clerico, ardimentosi imprenditori torinesi. Affermatisi a fine Seicento nell’ambito dei trasporti fluviali, mantennero per quasi un secolo il prestigioso incarico di “Capitano delle barche e de’ ponti d’esse”, preposto dai sovrani sabaudi a tutela della navigazione sul Po in epoca prerisorgimentale.  Vivevano allora a Torino, presso l’antico porto di “Borgo di Po”, gruppi familiari molto coesi che si dedicavano all’arte della navigazione. Chiamati Paroni anche in Piemonte, i proprietari di barche erano veri e propri impresari che durante le guerre, fornivano natanti e uomini alle aziende sabaude per il trasporto dei soldati, munizioni e vettovagliamenti mentre, in tempo di pace, affidavano ai loro scafi ogni sorta di merce, generi alimentari compresi. Accanto ad essi in una straordinaria rappresentazione teatrale compare nel volume un’incredibile sequenza di persone di vario spessore storico che, di prepotenza, entrano sulla scena a vivacizzare la narrazione. Il materiale iconografico, tabelle e piantine coeve allegate, offrono infine lo spunto al lettore per calarsi definitivamente nell’atmosfera dell’epoca.

La conferenza può essere seguita sul Canale YouTube del Centro Studi Piemontesi

Paroni di barche. I Clerico a Castelnuovo don Bosco

Castelnuovo don Bosco

Unione dei Comuni Alto Astigiano

Domenica 16 dicembre, ore 16

Sala del Consiglio Comunale (Via Roma, 12)

presentazione del libro di Giuseppina Pellosio

Paroni di barche a Torino

La famiglia Clerico in Borgo Po.  Dagli ultimi decenni del Seicento alla Restaurazione (1672-1814)

edizioni Centro Studi Piemontesi, 2018

Il libro riprende una originale ricerca storica compiuta con un viaggio a ritroso nel tempo, sulle tracce dei Clerico, ardimentosi imprenditori con importanti legami con Castelnuovo don Bosco.

Saluti del Sindaco, Giorgio Musso e di Franca Cagliero, Associazione la Cabalesta Introduzione di Albina MalerbaIntervengono Gustavo Mola di Nomaglio e l’autrice Giuseppina Pellosio

Convegno araldico a Bene Vagienna

sabato 27 ottobre 2018, alle 9,30

   a Bene Vagienna – Palazzo dei Nobili
apertura del Convegno
L’araldica tra ostensione e identità di famiglie e di comunità
per il 330° anniversario conferimento stemma alla Città di Bene

con il seguente programma:

Il 25 luglio 1688 fu per Bene un giorno speciale: la comunità ottenne
l’ampliamento del proprio stemma, con l’aggiunta in capo della croce di Savoia, per distinguerlo da altri simili ma, soprattutto, come si legge nella patente, in considerazione del “… suo merito per lecontinue prove del suo zelo, e fedeltà verso il real servizio…”.
In quel tempo uno stemma civico era pienamente percepito come una bandiera, un “_drapò_”, come si dice in lingua piemontese, non solo da onorare e difendere, ma anche attorno alla quale raccogliersi nella difesa dei propri usi, caratteri, franchigie, identità, ben sapendo che dei valori condivisi il sovrano stesso era garante.
Da tempo gli storici parlano, anche a livello internazionale, di “eccezione piemontese” per le precise peculiarità che gli stati dei Savoia presentano, a partire dalla secolare coesione che saldò i destini del popolo e della dinastia, impensabile in altri stati e sotto altre monarchie.

Conferenza “Guerra di Crimea”

 

 

 

Lunedì 1° ottobre, alle ore 11

Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

incontro sul tema

GUERRA DI CRIMEA 1853-1856 

dal conflitto all’amicizia

 

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