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Oreste Gallina (Mango d’Alba 1898 – Arona 1985)

“Ci piace vedere in Oreste Gallina un precursore del riscatto dei “paisan” piemontesi dalla secolare miseria, che si è realizzato negli ultimi decenni proprio attraverso la terra e il lavoro, facendo della Langa, patrimonio mondiale dell’Unesco, delle sue vigne e dei suoi prodotti, un gioiello del made in Italy. E profeta, forse, del messaggio del cibo “buono, pulito e giusto”, che nasce prima di tutto dal rispetto del “paisan” e del suo lavoro, che Carlin Petrini e il suo “Slow food”, nati non a caso sulle stesse colline proprio mentre Gallina ci lasciava, giusto trent’anni fa, diffondono nel mondo intero” (dal resoconto del Convegno dedicato a Oreste Gallina nel 30° anniversario della scomparsa tenuto ad Arona il 16 aprile 2016).

     Nato a Mango d’Alba nel 1898. Latinista, professore di lettere, legato a Nino Costa e a Pinin Pacòt fin dai tempi dell’Accademia Militare, prima della Grande Guerra. Con Pacòt e Alfredo Formica fonda, nel 1927, la prima serie della rivista “Ij Brandé”. Scrive inizialmente nella lingua della koiné e poi nella parlata langarola, più aderente alla tematica “contadina” della sua poesia. Muore il 15 ottobre del 1985 ad Arona, dove è per tanti anni Preside delle Scuole Medie.

  Il suo itinerario poetico, dall’esordio di Freidolin-e, [Colchici] (1926) fino alla scelta antologica Arie langarole [Arie di Langa] (1970), passando per le tappe di mezzo costituite dai tre libri Canta, Péro! [Canta, Pietro!] (1933), Pare e fieul [Padre e figlio] (1946), Mia tèra [Mia terra] (1960), che è un po’ la summa poetica di una vita, è marcato dal passaggio cruciale da un mondo cittadino e d’occasione ad un mondo contadino e di elezione. “Non però irreversibilmente, se è vero che dopo Canta, Péro!, in questo senso il libro più rigoroso, molti dei componimenti del di fatto ultimo libro originale, Mia tèra, ritornano alla koiné e ai temi più convenzionali. Del resto anche quando Gallina sposa la parlata locale, lo fa secondo le prudenze che gli impone la sua seconda nascita: quella poetica e culturale della città vissuta specialmente all’insegna del sodalizio con Pacòt. Non dunque una discesa radicale lungo i gradi dell’essere, ma piuttosto la faticosa scoperta della pari dignità culturale di un mondo e di un linguaggio periferici, poeticamente affermata in equilibrato conguaglio di forme e di scambi lessicali: come dire un andirivieni frequente tra dialetto di Langa e koiné, stando a quanto conferma la stessa vicenda narrativa di Péro, personaggio eponimo. Péro vive in Langa, ma per una questione di campi e di confini dà il suo addio alla terra e va a conoscere il mare, salvo pentirsene presto e tornarsene a casa, per un soggiorno tuttavia breve, giusto il tempo per fare la sua dichiarazione d’amore a Catlin-a (Caterina) e riprendere la strada che va in città, a vivere di lavoro e nostalgia. Solo allora, come in un piccolo romanzo di formazione, Péro torna a casa definitivamente, si sposa, ha un figlio, lavora la terra e vive in pace con il ciclo delle stagioni, elegiacamente invecchiando come un saggio” (Giovanni Tesio).

In Gallina la poesia della terra perde ogni connotazione moraleggiante o coloristica. La terra non è solo la proprietà: «L’é queicòsa ‘d pì che la campagna, queicòsa ‘d pì che la natura. E col queicòsa ‘d pì a l’é l’òm». E la sua lingua è quell’idioma che è tutt’uno con «la tèra che, prim an nòst parlé, a l’ha cantà Oreste Gallina » .
“In fondo poi, c’è sempre un melanconico indugio nei ricordi, un senso del tempo e delle stagioni della terra e della vita, come s’addice ad una natura sensibile che il suo paese, la sua gente e la sua cultura, maturarono in poesia, dal classico accento e dalla scottante verità lirica” (Gino Giordanengo)
Il Centro Studi “Beppe Fenoglio” ha proposto all’Amministrazione comunale di Alba l’intitolazione di una via che è stata a lui intitolata il 30 aprile 2013.

MIA TERA… !
«a me pare »
Parla, me cheur, ch’it bate sensa pas,
sperdù parèj ‘d na ciòca an fond dla val;
parla për ti, ma dislo lòn ch’it l’has,
ch’it ses così s-ciassà ch’it ëm fas mal.
[…]
At torno fòrse i seugn viscà dal sol
e spatarà dal vent quand ch’i durmìa,
cunà dal crij ‘d le siale, ai pé ‘d na rol,
i rissolin ant l’erba ch’a fiorìa?
Guarda, me cheur, i seugn a son farfale,
l’é inùtil ch’i të sbate e ch’i t’arbate:
lor a svolato al sol, së sfriso j’ale,
a casco an tèra e peui, guardje, a son gate!
[…] Veuj sentme monté su për le nariss,
intré ant ij dij, ant j’òss, fin-a ‘nt la miola,
l’odor dla tèra, ‘l gëmme11 dle radis
e le canson che a mi as dëstisso an go/la!
N’hai pro ‘d soris ëd boche ambërlifà,
n’hai basta d’arie dròle e d’impostura,
me cheur a seufr, a sëcca ‘nt la sità,
i sarai quàder12 , ma veuj d’aria pura!
[…]
Là, j’é la smens dla volontà d’assel,
la smens dla pas, dla gòj, la smens dla fòrsa,
che mi l’hai nen përchè tò arbut novel,
ti, pare, t’has vestilo ‘d n’autra scòrsa16 !
E adess, për me maleur, l’hai mach ëd feuje,
che ‘l vent a s-cianca, ël vent ëd la sità;
e i podrai nen canté, s’i peuss nen cheuje
jë spi d’òr an sle pere ‘d mia carzà.
L’hai da manca dël sol e dla frëscura:
l’hai mach un seugn ch’a rij mentre a s’avsin-a:
pòrtme, pare, lassù ‘nt col’aria pura,
lassù mi veuj arnasse! An sla colin-a!

La mia terra. A mio padre. Parla, mio cuore, che batti senza pace, / sperduto come una campana in fondo alla valle;/ parla per te, ma dì che cosa hai,/ che sei così stretto da farmi male.//[…]Ti tornano forse i sogni accesi dal sole/ e sparsi dal vento quando dormivo,/ cullato dal canto delle cicale, ai piedi di una quercia,/ i riccioli nell’erba che fioriva?// Guarda, mio cuore, i sogni sono farfalle, / è inutile che ti dibatta e ti agiti:/ loro svolazzano al sole, si sbriciolano le ali,/ cadono a terra e poi, guardale, sono bruchi! // […] Voglio sentirmi salire su per le narici, / entrare nelle dita, nelle ossa, fino al midollo, / l’odore della terra, il gemito delle radici/ e le canzoni che a me si spengono in gola!// Ne ho abbastanza di bocche truccate,/ ne ho abbastanza di arie strane e d’impostura,/ il mio cuore soffre, appassisce in città,/ sarò quadrato, ma voglio aria pura!// […] Là, c’è il seme della volontà d’acciaio,/ il seme della pace, della gioia, il seme della forza,/ che io non ho perché il tuo giovane germoglio,/ tu, padre, l’hai vestito di un’altra corteccia!// E adesso, per sfortuna, ho solo foglie, / che il vento strappa, il vento di città;/ e non potrò cantare, se non posso raccogliere/ le spighe d’oro sulle pietre della mia carreggiata.// Ho bisogno del sole e della frescura:/ ho soltanto un sogno che mi sorride mentre si avvicina:/ Portami, padre, lassù in quell’aria pura,/ lassù voglio rinascere! Sulla collina!

Nonostante tutto è primavera

Pinin Pacòt

Torino, 20 febbraio 1899 – Castello d’Annone (Asti), 16 dicembre 1964

Negli anni dopo la prima guerra mondiale, in un clima di decadenza e di progressivo abbandono del piemontese, raccoglie attorno alla rivista “Ij Brandé” (1927) le forze nuove per ripensare un programma di seri studi storico-filologici, come base di rinnovamento e rinascita della poesia e della lingua piemontese sentita e vissuta con coscienza critica e impegno artistico. Con Andrea Viglongo elabora anche i principi per la codificazione della grafia piemontese. Vicino al movimento dei Félibres di Mistral, a Crissolo, nell’agosto del 1961, fonda con alcuni poeti piemontesi e provenzali “L’Escolo dόu Po”, premessa per il risveglio della cultura provenzale nelle vallate del Piemonte.

Renzo Gandolfo con Pinin Pacòt, lo scultore Pietro Canonica, il Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, il Senatore Teodoro Bubbio, alla Famija Piemontèisa di Roma.

La sua opera poetica è raccolta nel volume, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, pubblicato in prima edizione nel 1967, a cura di Renzo Gandolfo,  per iniziativa della Companìa dij Brandé, con il concorso dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino e sotto gli auspici della Famija Turinèisa e della Famija Piemontèisa di Roma, con la Prefazione di Gustavo Buratti, poi in edizioni successive, dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, con l’aggiunta quasi a postfazione del saggio di Riccardo Massano, Pinin Pacòt artista e poeta.

Per iniziativa del Centro Studi Piemontesi Pinin Pacòt è ricordato con “tre pere e na cita targa”, un menhir, ai Giardini Cavour di Torino e con l’intitolazione di una via cittadina.

Primavera

Deurb la fnestra, poeta, che ‘l sol a së spatara an toa stansa:

a-i nassrà na speransa, minca uns eugn che at ancanta.

E le rόndole svice at diran le rijente paròle,

che a përfumo le viòle, che la lòdola a canta.

E deurb l’ànima a st’ària pien-a ‘d vòli ant ël cel e ‘d rijade,

e ‘d përfum e ‘d cantade, e dë smens frissonante,

përchè ti it peusse vive le vite pi àute e profonde,

për che it perde e it confonde con j’osei e le piante;

për che it sente e che it cante le vive creature sorele,

le còse sempie e bele, con toa vos fàita pura,

ansema a la rόndola che a vòla për l’ària seren-a,

con la pianta che a pen-a, con la pera che a dura.

Primavera. Apri la finestra, poeta, che il sole si sparga nella tua stanza:/ nascerà una speranza, per ogni sogno che ti incanta. //E le rondini svelte ti diranno le ridenti parole, / che profumano le viole, che l’allodola canta. // E apri l’anima a quest’aria colma di voli nel cielo e di risate, / e di profumi e canzoni, e di semi frizzanti, //  perché tu possa vivere vite più alte e profonde,/ per perderti e confonderti con gli uccelli e le piante; // per sentire e cantare le vive creature sorelle,/ le cose semplici e belle, con la tua voce fatta pura,//  insieme alla rondine che vola per l’aria serena, / con l’albero che soffre, con la pietra  che dura.

Addio a Camillo Brero

“E Ti Nosgnor/…/lassa che i pòsa/ d’sora Toa man/ l’ànima mia”

(C. Brero, Commendo Spiritum, in Breviari dl’ànima, a cura di G. P. Clivio, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1969)

Si è spento questa mattina, 10 gennaio 2018, a Pianezza, dove viveva, il poeta piemontese Camillo Brero.  Autore della Grammatica della Lingua Piemontese e del Vocabolario Piemontese-Italiano/Italiano Piemontese.

L’ultimo saluto a Camillo Brero sarà venerdì 12 gennaio, ore 15.30, Parrocchia San Pietro e Paolo di Pianezza.

 

Nato a Druento (Torino), nel 1926, è stato per molti anni insegnante prima di diventare impiegato alla FIAT. Incomincia a scrivere in piemontese negli anni Quaranta su incoraggiamento di Nino Costa e Luigi Olivero. Fatta amicizia con Pinin Pacòt, dal 1946 fa parte della Companìa dij Brandé”. Capofila della seconda generazione dei “Brandé”, alla morte di Pacòt ne raccoglie l’eredità spirituale continuando a pubblicare “Ij Brandé”, gli annuali “Armanach ëd poesìa piemontèisa”. Accanto alla mai interrotta attività poetica, ha svolto  un’intensa, appassionata, lucida  militanza in difesa della lingua piemontese: autore della grammatica normativa più importante (che parte dalle norme di grafia elaborate nel 1930 da Pacòt e Viglongo), e che codifica la grafia tradizionale adottata oggi praticamente da tutti coloro che scrivono nella lingua regionale, la Gramàtica piemontèisa più volte edita e aggiornata dal 1967 a oggi; e i due vocabolari Italiano-Piemontese (1976) e Piemontese-Italiano (1983),  anche questi più volti aggiornati e pubblicati da Il Punto-Piemonte in Bancarella. Ha scritto saggi, studi, presentazioni, interventi, trasmissioni televisive e radiofoniche, da aggiungersi all’opera di promozione e di didattica. Ha curato con Renzo Gandolfo l’antologia La letteratura in piemontese dalle origini al Risorgimento (1968) e di suo i tre volumi di una Storia della letteratura piemontese (1981-83). È stato tra i fondatori, nel 1969, del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis; Fondatore della Ca dë Studi Pinin Pacòt-Centro Studi Don Minzoni; Fondatore e direttore del mensile “Piemontèis Ancheuj”.

L’itinerario poetico di Brero si distribuisce nelle raccolte Spluve (Scintille)(1949), Stèile… stèilin-e (Stelle…stelline) (1956), Breviari dl’anima (Breviario dell’anima) (1962), L’anima mia a s’anandia (L’anima mia s’incammina) (1968), Bin a la tèra e l’àutra bin (Bene alla terra e l’altro bene) (1977), Ma ‘l sol doman a ven… Bin e poesìa an lenga piemontèisa (Ma il sole domani viene…Bene e poesia in lingua piemontese) (1986), An brass al sol (In braccio al sole) (1996),Vos ëd l’etern present (Voce dell’eterno presente) (2003).

“La poesia di Brero è sempre stata – da subito – una confessione e una confidenza, una festa e un affidamento (parola che sa di orfanezza e di fede, di fiducia e di accoglienza). La sua direttrice è da sempre stata la luce: la ricerca e l’elogio – il canto – della luce che festeggia l’ombra, il passo (della fede) che imprime l’orma. Le sue parole si sono sempre incardinate nel suono di una voce che scaturisce dalle più segrete sorgive di un richiamo ancestrale. Per cui l’incontro con Pacòt valse a conferma di una vocazione in travaglio. Ed è valsa a stanare una sete e un bruciore che già aveva la sua storia ma che sentiva l’urgenza (la necessità) di uno sbocco persuasivo”. “Un poeta che diventa intensamente persuasivo quando riesce a confondere (ma meglio sarebbe dire sciogliere) il lirismo d’impeto e un po’ oratorio nel sentimento di un tempo sommesso, nell’abbandono confidente in una religione che salva senza rumore, nello sgranarsi di un fitto rosario di frammenti o di istanti rasserenati e solari” (Giovanni Tesio).

Ant j’eve dosse dël pensé…

Lasseme spërfondé

andrinta a j’eve dosse dël pensé,

dël pensé ‘d Ti, o De…

peui perd-me an mes dla trasparensa ‘d lus

che a-j dà vita a la vita e al Cel am cus…

come a cus, sël cheur dla neuit, tute le stèile

antant che ‘l sol a sara soe parpèile…

Che bel! Sentisse lus drinta la Lus

e spërfondé, parej, drinta ‘l Pensé :

sentime but d’Amor dl’ùnich Pensé,

dël Pensé ‘d Ti, o De!…

La nòstra bela lenga piemontèisa

Quand che ij fieuj e j’anvod

parleran pi la nòstra bela lenga piemonteìsa

‘dcò le muraje a ‘rfaceran “Vergògna”

ai savant e ai potent ch’a l’han baratala

–         la nòstra bela langa piemontèisa –

con tranta ‘dné e ‘1 giov dla lenga dj’àutri.

Quand che i fieuj e j’anvod parleran pi

la nòstra bela lenga piemontèísa

– e noi e ij Grand saroma arson lontan

d’una vos dròla ‘d na cossiensa veja

ij dàir, le pere, ij ròch la parleran

la nòstra bela lenga piemontèisa,

j’eve dij nòstri fium la canteran

la nòstra bela lenga piemontèisa,

la lòsna e ‘1 tron a la diran sle nìvole

la nòstra bela lenga piemontèísa,

ël vent la crijerà tra la tempesta

la nòstra bela lenga piemontèisa,

la lun-a ëd neuit la confidrà a le faje

le nòstra bela lenga piemontèisa,

ëd di a risplenderà ant la lus dël sol

la nòstra bela lenga piemontèísa.

La nòstra bela lenga píemontèsa

tradìa e dismentià,

la nòstra bela lenga piemontèisa.

Oh, mia bela lega piemontèisa

che ant ël mè sangh it vive!

 

Beppe Gastaldi poeta e scrittore in piemontese

Lunedì 2 maggio, alle ore 18.00

al Centro Studi Piemontesi (via Ottavio Revel 15 – Torino)

Reading poetico per i 90 anni di

Beppe Gastaldi poeta e scrittore in piemontese

con Michele Ponte, Renzo Belletti 
e le Vos grise an libertà

 gastaldi

Giuseppe Gastaldiè nato a Torino il 27 gennaio 1926. Orfano di padre, dopo i primi apprendimenti in una scuola professionale, nel 1940 si impiegò presso la Stipel, l’allora società telefonica. Erano gli anni della guerra, dei bombardamenti, delle distruzioni, degli sfollamenti, dei disagi; ma anche della presa di coscienza della causa di tali mali: la guerra fascista. Gastaldi trovò riscontro e condivisioni con compagni di lavoro coetanei, insieme inseguendo sogni giovanili di un mondo di pace e di giustizia. Nel ’44 ,come tanti amici, prese la via  della montagna che sentiva lembo di Patria libera da difendere. Tra il giugno ’44 e l’aprile ’45 fu in Val Chisone, Val Varaita e Val Maira. Dopo la liberazione frequentò le scuole serali, conseguì il diploma di geometra e continuò la sua attività lavorativa di impiegato tecnico nella medesima azienda, fino al raggiungimento della quiescenza. Ha sempre coltivato l’amore per la montagna e per la lingua piemontese.

Dagli anni ’50 assiduo collaboratore de “Ij Brandé” di Pinin Pacòt, in piemontese ha pubblicato due raccolte poetiche: Sbòss,Turin, A l’ansegna dij Brandé, 1971; Balada d’avril, Turin, A l’ansegna dij Brandé, 1973. Sempre in piemontese ha scritto: Un frà piemontèis martir a Dachau: Padre Giuseppe Girotti, realizzato artigianalmente in un numero limitato di copie, per gli amici. Altre sue prose e poesie sono pubblicate su Ij brandé – Armanach ëd poesìa piemontèisa e su il Musicalbrandé.  In italiano ha pubblicato: Giorni Partigiani, Torino, Cerriglio Edizioni, 2003.

Per festeggiare i suoi 90 anni gli amici e la Ca dë Studi Piemontèis gli dedicano questo incontro di poesie a canzoni.

Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti in sala.

Arrigo Frusta scrittore in piemontese

Arrigo Frusta scrittore in “padre lingua” piemontese: dai Tempi beati del “Birichin” alle “prediche inutili” de “IJ Brandé”

è il tema della conferenza di Albina Malerba
mercoledì 21 ottobre alle 17
alla Biblioteca della Regione Piemonte, via Confienza 14

 

2015_10_13_12_27_320001

La conferenza fa parte del ciclo di incontri organizzato in occasione della mostra

Tempi beati. Arrigo Frusta (1875-1965). dagli anni della bohème di fine Ottocento e dalla stagione d’oro della Hollywood sul Po ai “Brandé”

allestita nella sala della Biblioteca della Regione Piemonte fino al 20 novembre, con orario: da lunedì a venerdì, 9-13 / 14-16; il mercoledì orario prolungato fino alle 18.

L’ingresso alla mostra e alle conferenze è libero, fino ad esaurimento dei posti in sala.

Tempi beati. Arrigo Frusta – la mostra

In collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e il Consiglio regionale del Piemonte, il Centro Studi Piemontesi allestisce la mostra

Tempi beati.  Arrigo Frusta (1875-1965)

Dagli anni della bohème di fine Ottocento e dalla stagione d’oro della Hollywood sul Po ai “Brandé”

 

L’inaugurazione è mercoledì 14 ottobre alle 17
alla Biblioteca della Regione Piemonte
in via Confienza 14 a Torino

Orari mostra: dal 14 ottobre al 20 novembre 2015; ingresso libero  dal lunedì al venerdì 9-13 / 14-16; il mercoledì orario prolungato fino alle 18

2015_10_13_12_27_320001

La mostra è accompagnata da un ciclo di conferenze: mercoledì 14 ottobre alle 17, i curatori della mostra, Silvio Alovisio, Claudia Gianetto, Carla Ceresa, Albina Malerba, intervengono su

Tempi beati. Arrigo Frusta (1875-1965). Dagli anni della bohème di fine Ottocento e dalla stagione d’oro della Hollywood sul Po ai “Brandé”

 

Scarica QUI il programma completo delle conferenze e l’invito all’inaugurazione