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L’invenzione del fiammifero

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’inventore piemontese dei fiammiferi

Nel corso di molti secoli, a partire dal medioevo, chimici ed alchimisti hanno dato vita con i loro esperimenti a svariati precursori dei fiammiferi, tra loro diversissimi. Un’acquisizione fondamentale per lo sviluppo dei fiammiferi fu la scoperta del fosforo, ottenuto per la prima volta dal chimico amburghese Hennig Brandt nel 1669, anche se per oltre 150 anni nessuno pensò a sfruttarne le possibili applicazioni in questo campo, sia per motivi di costi sia per la pericolosità degli originari prototipi. Non si può parlare di una sola invenzione o di un solo inventore, poiché i primi bastoncini incendiari erano estremamente diversi tra loro. L’invenzione degli “zolfanelli” è quindi contesa tra vari paesi.

Con riferimento a un periodo d’immaturi tentativi tecnici e commerciali sono particolarmente vive le rivendicazioni della Francia, che attribuisce l’invenzione a G. Chancel, ideatore di bastoncini messi in vendita a Parigi verso il 1806 che, incendiandosi per reazione chimica, non avevano ancora nulla a che vedere con quelli di moderna concezione comparsi di lì a poco. Il salto di qualità si ebbe, infatti, sul finire degli anni venti dell’ ‘800 con l’ideazione dei fiammiferi a sfregamento. Di questi gli inglesi attribuiscono l’invenzione ad un droghiere di Stockton-on-Teese, John Walker, che vendette i primi il 7 aprile 1727, i tedeschi a Ludwig Kammerer, i francesi a J. F. Derosne.

E l’Italia? Comunemente si ricordano per l’epoca primitiva esperimenti risalenti al 1785 e un ruolo non secondario nelle prime fasi dell’accensione a sfregamento. Ciò nonostante pare che l’invenzione dei fiammiferi spetti proprio a un italiano, un piemontese, Ludovico Peyla di Avuglione, studioso di chimica completamente dimenticato, appartenente ad una nobile famiglia carmagnolese. I documenti non sembrano lasciare spazio a dubbi: lo storico Antonio Manno scrive di lui in un suo manoscritto (finalmente consultabile on-line –www.vivant.it- dopo essere rimasto inedito per quasi un secolo) “Potrebbe rivendicare l’invenzione dei fiammiferi che, colla forma di cannellini fosforici, presentò nel 1779 al Re di Francia a all’imperatore d’Austria e n’ebbe regali”.  Sarebbero dunque successivi, seppur di poco, gli esperimenti francesi risalenti al 1780. Anche in un “Dizionario dell’industria” pubblicato a pochi anni di distanza (1792) l’invenzione è attribuita in modo certo a Peyla.

E per quanto riguarda l’accensione a sfregamento? Anche in questo campo sono due piemontesi (semidimenticati essi stessi, all’insegna del consueto understatement) a rivendicare l’invenzione e i perfezionamenti che avrebbero consentito di avviare produzioni di massa. L’inventore sarebbe l’ebreo fossanese Sansone Valobra che, coinvolto nei moti del ’21, fuggì in Toscana, trasferendosi poi a Napoli dove, anteriormente al 1828, produceva fiammiferi con capocchia a base fosforica. La sua impresa non ebbe fortuna, ma i diritti di “primogenitura” sembrano spettargli. Autore di fondamentali perfezionamenti fu, invece, un compaesano di Luigi Einaudi, il farmacista Domenico Ghigliano (il fiammifero del quale fu brevettato nel 1832). Dopo di lui la diffusione dei fiammiferi fu straordinaria e, mentre in Europa e America si assisteva alla nascita di numerosi insediamenti produttivi, proprio il Piemonte confermò il proprio primato, divenendo sede di alcuni tra i più antichi stabilimenti mondiali, alcuni con enormi capacità di produzione. A Torino la prima fabbrica fu forse quella dei Fratelli Albani, sorta nel 1833 sulle sponde della Dora. Altri stabilimenti furono realizzati nella periferia torinese a Moncalieri, Trofarello e Piobesi. In quest’area nel 1875 se ne contavano una decina, tra i quali spiccavano quelli creati da Luigi De Medici (con circa 850 operai producevano giornalmente oltre 7 milioni di zolfanelli in legno e 4 milioni in cera, destinati ai mercati di tutto il mondo), Francesco Lavaggi ed Ambrogio Dellachà, che nel 1880 avrebbe creato anche un grosso stabilimento a Buenos Aires.

G.M.N.