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La poesia in piemontese di Giovanni Tesio

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Giovanni Tesio racconta il percorso di poeta in piemontese nelle sue più recenti pubblicazioni: Stantesèt sonet e Vita dacant e da canté per le edizioni della Ca dë Studi Piemontèis e Piture parolà e Nosgnor per Interlinea.

Oreste Gallina (Mango d’Alba 1898 – Arona 1985)

“Ci piace vedere in Oreste Gallina un precursore del riscatto dei “paisan” piemontesi dalla secolare miseria, che si è realizzato negli ultimi decenni proprio attraverso la terra e il lavoro, facendo della Langa, patrimonio mondiale dell’Unesco, delle sue vigne e dei suoi prodotti, un gioiello del made in Italy. E profeta, forse, del messaggio del cibo “buono, pulito e giusto”, che nasce prima di tutto dal rispetto del “paisan” e del suo lavoro, che Carlin Petrini e il suo “Slow food”, nati non a caso sulle stesse colline proprio mentre Gallina ci lasciava, giusto trent’anni fa, diffondono nel mondo intero” (dal resoconto del Convegno dedicato a Oreste Gallina nel 30° anniversario della scomparsa tenuto ad Arona il 16 aprile 2016).

     Nato a Mango d’Alba nel 1898. Latinista, professore di lettere, legato a Nino Costa e a Pinin Pacòt fin dai tempi dell’Accademia Militare, prima della Grande Guerra. Con Pacòt e Alfredo Formica fonda, nel 1927, la prima serie della rivista “Ij Brandé”. Scrive inizialmente nella lingua della koiné e poi nella parlata langarola, più aderente alla tematica “contadina” della sua poesia. Muore il 15 ottobre del 1985 ad Arona, dove è per tanti anni Preside delle Scuole Medie.

  Il suo itinerario poetico, dall’esordio di Freidolin-e, [Colchici] (1926) fino alla scelta antologica Arie langarole [Arie di Langa] (1970), passando per le tappe di mezzo costituite dai tre libri Canta, Péro! [Canta, Pietro!] (1933), Pare e fieul [Padre e figlio] (1946), Mia tèra [Mia terra] (1960), che è un po’ la summa poetica di una vita, è marcato dal passaggio cruciale da un mondo cittadino e d’occasione ad un mondo contadino e di elezione. “Non però irreversibilmente, se è vero che dopo Canta, Péro!, in questo senso il libro più rigoroso, molti dei componimenti del di fatto ultimo libro originale, Mia tèra, ritornano alla koiné e ai temi più convenzionali. Del resto anche quando Gallina sposa la parlata locale, lo fa secondo le prudenze che gli impone la sua seconda nascita: quella poetica e culturale della città vissuta specialmente all’insegna del sodalizio con Pacòt. Non dunque una discesa radicale lungo i gradi dell’essere, ma piuttosto la faticosa scoperta della pari dignità culturale di un mondo e di un linguaggio periferici, poeticamente affermata in equilibrato conguaglio di forme e di scambi lessicali: come dire un andirivieni frequente tra dialetto di Langa e koiné, stando a quanto conferma la stessa vicenda narrativa di Péro, personaggio eponimo. Péro vive in Langa, ma per una questione di campi e di confini dà il suo addio alla terra e va a conoscere il mare, salvo pentirsene presto e tornarsene a casa, per un soggiorno tuttavia breve, giusto il tempo per fare la sua dichiarazione d’amore a Catlin-a (Caterina) e riprendere la strada che va in città, a vivere di lavoro e nostalgia. Solo allora, come in un piccolo romanzo di formazione, Péro torna a casa definitivamente, si sposa, ha un figlio, lavora la terra e vive in pace con il ciclo delle stagioni, elegiacamente invecchiando come un saggio” (Giovanni Tesio).

In Gallina la poesia della terra perde ogni connotazione moraleggiante o coloristica. La terra non è solo la proprietà: «L’é queicòsa ‘d pì che la campagna, queicòsa ‘d pì che la natura. E col queicòsa ‘d pì a l’é l’òm». E la sua lingua è quell’idioma che è tutt’uno con «la tèra che, prim an nòst parlé, a l’ha cantà Oreste Gallina » .
“In fondo poi, c’è sempre un melanconico indugio nei ricordi, un senso del tempo e delle stagioni della terra e della vita, come s’addice ad una natura sensibile che il suo paese, la sua gente e la sua cultura, maturarono in poesia, dal classico accento e dalla scottante verità lirica” (Gino Giordanengo)
Il Centro Studi “Beppe Fenoglio” ha proposto all’Amministrazione comunale di Alba l’intitolazione di una via che è stata a lui intitolata il 30 aprile 2013.

MIA TERA… !
«a me pare »
Parla, me cheur, ch’it bate sensa pas,
sperdù parèj ‘d na ciòca an fond dla val;
parla për ti, ma dislo lòn ch’it l’has,
ch’it ses così s-ciassà ch’it ëm fas mal.
[…]
At torno fòrse i seugn viscà dal sol
e spatarà dal vent quand ch’i durmìa,
cunà dal crij ‘d le siale, ai pé ‘d na rol,
i rissolin ant l’erba ch’a fiorìa?
Guarda, me cheur, i seugn a son farfale,
l’é inùtil ch’i të sbate e ch’i t’arbate:
lor a svolato al sol, së sfriso j’ale,
a casco an tèra e peui, guardje, a son gate!
[…] Veuj sentme monté su për le nariss,
intré ant ij dij, ant j’òss, fin-a ‘nt la miola,
l’odor dla tèra, ‘l gëmme11 dle radis
e le canson che a mi as dëstisso an go/la!
N’hai pro ‘d soris ëd boche ambërlifà,
n’hai basta d’arie dròle e d’impostura,
me cheur a seufr, a sëcca ‘nt la sità,
i sarai quàder12 , ma veuj d’aria pura!
[…]
Là, j’é la smens dla volontà d’assel,
la smens dla pas, dla gòj, la smens dla fòrsa,
che mi l’hai nen përchè tò arbut novel,
ti, pare, t’has vestilo ‘d n’autra scòrsa16 !
E adess, për me maleur, l’hai mach ëd feuje,
che ‘l vent a s-cianca, ël vent ëd la sità;
e i podrai nen canté, s’i peuss nen cheuje
jë spi d’òr an sle pere ‘d mia carzà.
L’hai da manca dël sol e dla frëscura:
l’hai mach un seugn ch’a rij mentre a s’avsin-a:
pòrtme, pare, lassù ‘nt col’aria pura,
lassù mi veuj arnasse! An sla colin-a!

La mia terra. A mio padre. Parla, mio cuore, che batti senza pace, / sperduto come una campana in fondo alla valle;/ parla per te, ma dì che cosa hai,/ che sei così stretto da farmi male.//[…]Ti tornano forse i sogni accesi dal sole/ e sparsi dal vento quando dormivo,/ cullato dal canto delle cicale, ai piedi di una quercia,/ i riccioli nell’erba che fioriva?// Guarda, mio cuore, i sogni sono farfalle, / è inutile che ti dibatta e ti agiti:/ loro svolazzano al sole, si sbriciolano le ali,/ cadono a terra e poi, guardale, sono bruchi! // […] Voglio sentirmi salire su per le narici, / entrare nelle dita, nelle ossa, fino al midollo, / l’odore della terra, il gemito delle radici/ e le canzoni che a me si spengono in gola!// Ne ho abbastanza di bocche truccate,/ ne ho abbastanza di arie strane e d’impostura,/ il mio cuore soffre, appassisce in città,/ sarò quadrato, ma voglio aria pura!// […] Là, c’è il seme della volontà d’acciaio,/ il seme della pace, della gioia, il seme della forza,/ che io non ho perché il tuo giovane germoglio,/ tu, padre, l’hai vestito di un’altra corteccia!// E adesso, per sfortuna, ho solo foglie, / che il vento strappa, il vento di città;/ e non potrò cantare, se non posso raccogliere/ le spighe d’oro sulle pietre della mia carreggiata.// Ho bisogno del sole e della frescura:/ ho soltanto un sogno che mi sorride mentre si avvicina:/ Portami, padre, lassù in quell’aria pura,/ lassù voglio rinascere! Sulla collina!

Nonostante tutto è primavera

Pinin Pacòt

Torino, 20 febbraio 1899 – Castello d’Annone (Asti), 16 dicembre 1964

Negli anni dopo la prima guerra mondiale, in un clima di decadenza e di progressivo abbandono del piemontese, raccoglie attorno alla rivista “Ij Brandé” (1927) le forze nuove per ripensare un programma di seri studi storico-filologici, come base di rinnovamento e rinascita della poesia e della lingua piemontese sentita e vissuta con coscienza critica e impegno artistico. Con Andrea Viglongo elabora anche i principi per la codificazione della grafia piemontese. Vicino al movimento dei Félibres di Mistral, a Crissolo, nell’agosto del 1961, fonda con alcuni poeti piemontesi e provenzali “L’Escolo dόu Po”, premessa per il risveglio della cultura provenzale nelle vallate del Piemonte.

Renzo Gandolfo con Pinin Pacòt, lo scultore Pietro Canonica, il Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, il Senatore Teodoro Bubbio, alla Famija Piemontèisa di Roma.

La sua opera poetica è raccolta nel volume, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, pubblicato in prima edizione nel 1967, a cura di Renzo Gandolfo,  per iniziativa della Companìa dij Brandé, con il concorso dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino e sotto gli auspici della Famija Turinèisa e della Famija Piemontèisa di Roma, con la Prefazione di Gustavo Buratti, poi in edizioni successive, dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, con l’aggiunta quasi a postfazione del saggio di Riccardo Massano, Pinin Pacòt artista e poeta.

Per iniziativa del Centro Studi Piemontesi Pinin Pacòt è ricordato con “tre pere e na cita targa”, un menhir, ai Giardini Cavour di Torino e con l’intitolazione di una via cittadina.

Primavera

Deurb la fnestra, poeta, che ‘l sol a së spatara an toa stansa:

a-i nassrà na speransa, minca uns eugn che at ancanta.

E le rόndole svice at diran le rijente paròle,

che a përfumo le viòle, che la lòdola a canta.

E deurb l’ànima a st’ària pien-a ‘d vòli ant ël cel e ‘d rijade,

e ‘d përfum e ‘d cantade, e dë smens frissonante,

përchè ti it peusse vive le vite pi àute e profonde,

për che it perde e it confonde con j’osei e le piante;

për che it sente e che it cante le vive creature sorele,

le còse sempie e bele, con toa vos fàita pura,

ansema a la rόndola che a vòla për l’ària seren-a,

con la pianta che a pen-a, con la pera che a dura.

Primavera. Apri la finestra, poeta, che il sole si sparga nella tua stanza:/ nascerà una speranza, per ogni sogno che ti incanta. //E le rondini svelte ti diranno le ridenti parole, / che profumano le viole, che l’allodola canta. // E apri l’anima a quest’aria colma di voli nel cielo e di risate, / e di profumi e canzoni, e di semi frizzanti, //  perché tu possa vivere vite più alte e profonde,/ per perderti e confonderti con gli uccelli e le piante; // per sentire e cantare le vive creature sorelle,/ le cose semplici e belle, con la tua voce fatta pura,//  insieme alla rondine che vola per l’aria serena, / con l’albero che soffre, con la pietra  che dura.

Giornata Mondiale della Poesia 21 marzo 2017

Il Centro Studi Piemontesi p1

Ca dë Studi Piemontèis 

per la

Giornata Mondiale della Poesia 

21 marzo 2017

 Pcita antologìa piemontèisa  Piccola antologia piemontese soagnà da / a cura di Albina Malerba

 

 

EDOARDO IGNAZIO CALVO (1773-1804)

Fàula X

Ël balon volant e le grùe

Un gròss balon volant ch’s’era elevà

an aria con un ton ‘d magnificensa,

incontra un vòli ‘d grùe për la stra;

 

chiel-sì, gonfi ‘d se stess, dla soa presensa,

pensand d’essi padron dël cel, dij vent,

a-j ha ciamje tute a l’ubidiensa,

 

disendje:-E voi, chi seve? E che ardiment

d’avnime an paradis sëcché la glòria,

d’andé così spasgiand mè apartement?

 

I veuj pì nen sufrì sta vòstra bòria,

e voi, s’pretende ancor d’aussé ‘l cachèt,

pensé ch’i peuss fiacheve la sicòria.-

 

Le grùe sentiend lò, pien-e ‘d dispet

a-j han rispòst:-E voi, che bestia seve?

Chi ‘v ha portave sì, l’é-lo ‘l folèt?

 

Përchè ch’j’aspete ancheuj mach a mostreve?

D’alora ch’noi i vnoma su da sì,

e pur n’é mai rivane d’incontreve!-

 

A-j replica ‘l balon: – Adess a mì!

Ghèra, ch’i vad a feve na bignëtta!

Partì gheusaja, presto! Eve capì?-

 

Ma disend lò ‘s dëstaca la s-cionfëtta,

dont a-i era ‘l feu sot, e’l gran balon

a l’é restà rupì giust com ‘n erbëtta.

 

calvo
Ritratto del medico Edoardo Ignazio Calvo, poeta civile del Piemonte. Torino, Archivio del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis.

Sta fàvola a veul dì ch’ha son ‘d mincion

coj taj ch’a son ‘d subrich e ‘s levo an aria

përchè ch’a son guarnì ‘d piume ‘d pavon;

 

venta pensé che ‘d vòlte ‘l vent a varia,

e coj ch’a son  son mach gonfi a fòrsa ‘d fum,

se a-j càpita na bisa un pò contraria,

 

a perdo ‘l feu da sot, e sò volum.

Dal volume E.I.  Calvo, Poesie piemontesi e scritti italiani e francesi, edizione del bicentenario a cura di Gianrenzo P. Clivio, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1973.

 

NINO COSTA  (1886-1945)

Rassa Nostran-a

Ai Piemontèis ch’a travajo fòra d’Italia

 

Nella sua omelia in piazza Vittorio a Torino Papa Francesco ha citato in italiano, con commozione, i versi di una poesia in lingua piemontese di Nino Costa, che sappiamo essergli particolarmente cara. Ecco il testo integrale in piemontese.

Dritt e sincer, còsa ch’a son, a smìo:

teste quadre, polss ferm e fidigh san:

a parlo pòch, ma a san còsa ch’a dìo:

bele ch’a marcio adasi, a van lontan.

 

Saraié, murador e sternighin,

mineur e campagnin, saron e fré:

s’ai pias gargarisé quaich bota ‘d vin,

j’é gnun ch’ai bagna ‘l nas për travaié.

 

Gent ch’a mërcanda nen temp e sudor:

– rassa nostran-a libera e testarda –

tut ël mond a conòss chi ch’a son lor

e, quand ch’a passo… tut ël mond ai goarda:

 

“Biond canavsan con j’euj color dël cel,

robust e fier parei dij sò castei.

Montagnard valdostan dai nerv d’assel,

mascc ëd val Susa dur come ‘d martei.

 

Facie dle Langhe, robie d’alegrìa,

fërlingòtt dës-ciolà dij pian verslèis,

e bielèis trafigon pien d’energìa

che për conòssje ai va set ani e ‘n meis.

 

costa
Il monumento al poeta Nino Costa al Valentino, Torino (particolare)

Gent ëd Coni: passienta e ‘n pò dasianta

ch’a l’ha le scarpe gròsse e ‘l servel fin,

e gent monfrin-a che, parland, a canta,

ch’a mossa, a fris, a beuj… come ij sò vin.

 

Tut ël Piemont ch’a va cerchesse ‘l pan,

tut ël Piemont con soa parlada fiera

che ‘nt le bataje dël travaj uman

a ten auta la front… e la bandiera”.

 

O bionde ‘d gran, pianure dl’Argentin-a

“fazende” dël Brasil perse ‘n campagna,

i sente mai passé n’ ”aria” monfrin-a

o ‘l ritornel d’una canson ‘d montagna?

 

Mine dla Fransa, mine dl’Alemagna

ch’ël fum a sercia ‘n gir parei ‘d na frangia,

vojautre i peule dì s’as lo guadagna,

nòstr ovrié, col tòch ëd pan ch’a mangia.

 

Quaich vòta a torno e ij sòld vansà ‘d bon giust

ai rendo ‘n ciabotin o ‘n tòch ëd tèra

e ‘nlora a ‘nlevo le soe fiëtte ‘d sust

e ij fiolastron ch’a l’han vinciù la guèra.

 

Ma ‘l pì dle vòlte na stagion përdùa

o na frev o ‘n maleur dël sò mësté

a j’anciòda ‘nt na tomba patanua

spersa ‘nt un camposanto foresté.*

*L’ Autore allude al padre, come lui “biond canavsan con j’euj color dël cel”, morto oltre oceano in emigrazione.

Dalla raccolta Sal e peiver, Torino, ©Viglongo, 1998 (10° edizione). L’intera opera poetica di NINO COSTA è pubblicata da Viglongo in edizioni ricondotte agli originali, con presentazioni di A. Viglongo

 

PININ PACT (1899-1964)

Am basta na fnestra…

Am basta na fnestra

përché ant ël cel

l’ànima mia

as perda.

Ant l’ària…

Ant l’ària

l’é un sofi

ëd lus

che an sla rama

a l’improvis

a tërmola

e ‘l cel

su soa grassia

as anchin-a.

Ant la neuit… 

it penso

coma un ciàir

che mia man

a rez.

Toa man… 

pacot
Monumento al poeta Pinin Pacòt ai Giardini Cavour, TorinoAnt la neuitToa man

na feuja

legera

che as pòsa

e pa ancora tranquila

a frisson-a

për tèra.

An tò sguard…

An tò sguard

spali ‘d nivole

as piega ‘l beussiel

su na colin-a

vërda lontan-a

che as drissa ciàira

dài mè ani masna.

Tënnre le feuje…

Tënnre le feuje dj’orm

sël verd pi scur dij pin

e la lus che a filtra

tra ij ricam

dle rame legere

e ‘l cheur che a nija

ant l’ària

s’avisca an cel na nivola

solitària.

 

I strenzo ‘l ricòrd…

I strenzo ‘l ricòrd

ëd ti

ant ël creus ëd mia man

e so calor l’è doss

che squasi i lo scoto

coma un bësbij ant lë sangh

ma se i deurbo la man

am ampiniss ël cel

con ël bate ‘d soe ale.

Tò pensé…

Tò pensé

am anvlupa

i biàuto

ant una ciàira

eva corìa.

Dal volume: Pinin Pacòt, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, ristampa anastatica dell’edizione del 1967, prefazione di Gustavo Buratti, con l’aggiunta a postafazione di un ritratto critico di Riccardo Massano, Pinin pacòt artista e poeta. Nuova ristampa nel centenario della nascita del poeta a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, Torino, Centro Studi Piemontesi- Ca dë Studi Piemontèis, 2000.

 

LUIGI OLIVERO  (1909-1996)

“Maalesh”  * “in arabo: rassegnazione, pazienza”.

  Tut a comensa e peuj

tut a finìss. L’ancheuj

a l’è ‘l tramont ëd ier

e già l’alba ‘d doman:

gnente che un buf leger

tra le palme ‘d doe man.

 

E tut passa e a passrà.

Mai gnente a rësterà.

Tut a nass e as dësbela

për fiorì, dësfiorì:

na carëssa ‘d piasì.un dolor a scancela

 

olivero
Luigi Olivero nella sua casa di Roma (Foto di A. Malerba)

Gnente ch’a dura al mond:

Tut nija ant ël profond.

Come a meuiro ij soris,

come a meuiro ij maleur,

ij cambrada e ij nemis

a meuiro ant ël mè coeur.

 

Chërde ant l’eternità

Quand as viv na giornà?

Chërde ant ij seugn d’amor

Quand a së spèrdo al vent?…

Lasseme indiferent

– sensa ni rij, ni pior –

gòde ‘l sol splendrïent

–          e la lun-a d’argent.

 

BIANCA DORATO (1933 – 2007)

 Lassé ch’i dreuma

Lassé ch’i dreuma

përchè mach ant ël seugn

mi i peuss andé

a le leuve damont

e argaleme ‘nt l’arcòrd

 

Dnans a mè passdorato

mistà ‘d lus a fiorìo

tut am parlava

con paròle sacrà

 

Mach pì ant ël seugn

dnans a mi montagne

àute mi i vëddo

-dnans a mi muraje

candie ‘d fiòca nuvissa

 

Come an revada

pianà ‘d ciairor i lasso

-a l’é tant dossa

costa pass d’andurmìa

(ciuto pen-e e dolor)

 

Lassé ch’i dreuma

la gòj a l’é për mi

ancora e ancora

dré dla seuja dël seugn

 

Ora e sempe am traversa

 

GIANRENZO P. CLIVIO

(Torino 18 gennaio1942 – Toronto, Canada, 22 gennaio 2006)

Un di marcc-rai da sol

A gem sota tò pugn ël tavo ëd nosera

e a smija ch’at mossa an drinta ‘l vin brulé:

a ti ch’it fure ‘l mè pi car amis

l’é tuta dverta com ëdnans a Dé

mia ànima d’ancheuj!

Goblòt ëd branda costa sèira:

minca na stissa a l’é na gran-a

passà al gariòt ëd në spovrin dle masche,

ùltima gòj, contradansa e contraltar,

dongion d’una speransa!, për voi,

òmini moch, ch’i marce an trantoland,

parej dij cioch…

                   It làudo, ò Mossant, ò S-cèt, ch’it ëm ancioche!

                   Ti ‘t ses la sàiva, l’ùltima sàiva, ëd costa tèra…

Pòche béstie an sle colin-e, òmini

pòchi – tuti gris – apres la slòira a la matin d’otugn;

e pra d’erbass, ronze e gratacui, e nen na man da deje feu.

Drocheri ‘d veje tor, ciabòt ëd pere, rive d’arbron,

sle piasse dij pais vej sensa giovo,

e ant ij pais ij pra dla fera, ancoronà d’urtije:

tèra che tò abandon, ross, it piores ant ël sangh

ëd j’arovej a mass s’ij vataron baross.

Sensa can ch’a baulo, cassin-e langareule:

èire canavsan-e, sensa masnà ch’a gieugo.

Ёl tòr noviss monta pi nen la vaca

a la stagion dl’amor!

Ahidé! A l’é ben l’ora dj’ànime bastarde

ch’an anciarmo parej dle serp oslere:

slussi d’assel, për la tèra monfrin-a,

e ant ël vent pa dle nòstre, le paròle:

                   It làudo, ò Fort, ò Dru, ch’it ëm ësbòrgne!

                   Ti ‘t ses la gòj, l’ùltima gòj, ëd costa tèra…

I l’hai ciamà për nen dëdnans la bërgerìa.

L’uss ëd malëzzo con un càuss d’amor e ‘d ràbia

a l’é drocà. Parej ëd na carëssa.

Fin-a l’eva dël baciass smiava bastarda.

J’òmini strach an fons dla val,

piturà le fomne, fumeria nèira paress ch’a dagna,

an sla toa trun-a, ò fier Piemont,

ch’l’é daspërtut, e sensa fior, e sensa lus.

A bacaja ‘l fumlam, le masnà a uco.

Lassù, gnanca pi n’òm ch’a-i passa.

It làudo, sent mila vire it làudo, o vin monfrin,

                   it làudo, ò vin monfrin ch’it ëm andeurme!

                   Ti’t sèi ra mimòria, l’ùltima, dra mè tèra…

Mi sai che un di marcc-rai da sol

sla tèra piemontèisa, an mes

a gent strangera e a fieuj dësradisà:

venturand i passrai torna, com un neuv Gianpetadé,

për le colin-e dël Monfrà, ant un’ària nissa,

e an sla piassa dël mërcà ‘d minca pais

ëd fije bërnufie, masche dël temp neuv,

con la facia amblëttà am faran dë svergne.

I seu pa nen, se spìrit i sareu, o i sareu còrp:

ma i seu franch ben che un dì marcc-reu da sol

sla tèra piemontèisa.

 

Për ij cit 

Le buateclivio

Catlinin l’ha na buata

ch’a l’é bela pèj ‘d na gata.

As la buta an sò letin,

però prima a-j dà un basin.

 

Sta citin-a a l’ha ’d buate

ch’a son pròpe gnente mate.

Ansi chila a-j veul tant bin

e as je ten sempe davzin.

LA BAMBOLA.  Caterinetta ha una bambola che è bella come una gatta.  Se la mette nel suo lettino, però prim le dà un bacino.  Questa bambina ha delle bambole che non sono proprio per gnente matte.  Anzi lei gli vuole tanto bene e se le tiene sempre vicino.

 

Ël negòssi dle dësmore

An giojera a-i é un trenin

ch’a l’é pròpe tan carin.

A fà marcia anans e andré,

basta ‘1 véder ësgnaché.

Peui an drinta a-i son ’d binari

e dë scambi feroviari,

ëd vagon ch’a pòrto ‘1 gran

e ‘d vagon fin ch’a-i na van.

Toca pa con cola man!

A-i son cò ‘d locomotive,

bele tant ch’a smijo vive.

A-i é ‘1 tènder co’l carbon

e ‘d dësmore co’ij boton.

Medeòt veul un vagon,

Miclinòt veul na stassion.

Sò papà, ch’a l’é tant brav,

ved un treno su na trav

che për parte a-i va na ciav.

Medeòt a veul caté

un bel treno për giughé.

Sò papà a dev paghé

e peui torna travajé.

IL NEGOZIO DI GIOCATTOLI.  In vetrina c’è un trenino che è proprio tanto carino.  Fa marcia avanti e indietro, basta il vetro schiacciare.  Poi dentro ci sono dei binari e degli scambi ferroviari, dei vagoni che portano il grano e dei vagoni finché ce ne vogliono.  Non toccare con quella mano!  Ci sono anche delle locomotive, belle tanto che sembrano vive.  C’è il tender con il carbone e dei giocattoli con i bottoni.  Medeolino vuole un vagone, Michelino vuole una stazione.  Il loro papà, che è tanto bravo, vede un treno sopra un trave che per partire ci vuole una chiave.  Medeolino vuol comprare un bel treno per giocare.  Il loro papà deve pagare e poi di nuovo lavorare.

Dal volume: Gianrenzo P. Clivio, Trenin, dësmore e buate, poesiòte piemontèise pr’ij cit, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2001.

 

ATTILIO SPALDO (1914-1997)

 Sèira turinèisa

Sèira grisa d’invern che tut a nija

drinta la nebia: a marcia a testa bassa

bin pòca gent e a va coma sburdìa

ant l’ombra còtia che d’antorn la fassa.

 

Son euj ëd luv, che silensios a sghija,

le lus d’un àuto, e a smijo a na ramassa

ij branch d’un erbo, ant ël pugn sèch, ’d na strija.

Sul cheur as pòsa coma un vel ëd giassa.

 

Ma da quàich part, chissà da ’ndova, a ven,

bin conossù, un profum pròpe nostran,

spaldo
Attilio Spaldo con Camillo Brero

dësvié n’onda d’arcòrd e d’alegrìa.

 

Scòla, teatro, primi amor: seren

e bej j’ero coj di già tant lontan:

profum dle “brusatà”, che ’d poesìa!

 

TAVO BURAT (1932-2009)

 Piemontèis che mi son

Dabon mi i l’hai nen d’àutre soste

da fòra dal mond ëd mia lenga.

‘L piemontèis a l’é mè pais.

Mi i l’hai gnente d’àutr da difende

mach ës lagh ëd laità bujenta

coma na colobia sarvaja

che d’andrin e fòra am nuriss.

 

‘L piemontèis a l’é mè pais.

Gnun d’àutri drapò d’andeje dapressburat

che coste paròle ‘d rista tròp dura

bagnà tëssùa con la mia saliva

e che a quata a j’euj mè còrp patanù.

‘L piemontèis a l’é mè pais.

Tuta la resta a l’é mach d’anviron.

Piemontese ch’io sono. Certo non ho altro rifugio / fuori dal mondo della mia lingua. / Il piemontese è il mio paese. / non ho altro da difendere / soltanto questo lago di siero bollente / come una selvaggia mistura per animali / che dentro e fuori mi nutre. // Nessun altra bandiera da seguire / che queste parole di canapa troppo rigida / inumidita tessuta con la mia slaiva / e che agli occhi cela il mio corpo nudo. / Il piemontese è il mio paese. / Tutto il resto è soltanto dintorni.

Dal volume: Tavo Burat, Poesìe, introduzione di Sergio M. Gilardino, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2008.

 

CARLO REGIS  (1929-2017)

Ciò frust

Son butàme a tnì da cont

ij ciò frust

risurènt ò lustr

stòrt ò drit

sensa testa

con la ponta manòcia

ò la gamba da cesa

con lë snoj dobià.

 

Al moment bonregis

ij long son tròp curt

ij curt son tròp longh

ij cit son tròp gròss

ij gròss bajo ’nt ël ghèrb,

e còs a-i resta

al prim crèp ëd martél

pèrda la testa.

………………

Lo seu,

sèrvo manch a fé feu

ant ël potagé

ò ’l verdaram për le vis;

ma mi

– tornidor ëd lun-e –

i n’heu tanti.

 

CAMILLO BRERO

 La nòstra bela lenga piemontèisa

Quand che ij fieuj e j’anvod

parleran pi la nòstra bela lenga piemonteìsa

‘dcò le muraje a ‘rfaceran “Vergògna”

ai savant e ai potent ch’a l’han baratala

–         la nòstra bela langa piemontèisa –

con tranta ‘dné e ‘1 giov dla lenga dj’àutri.

 

Quand che i fieuj e j’anvod parleran pi

la nòstra bela lenga piemontèísa

– e noi e ij Grand saroma arson lontan

d’una vos dròla ‘d na cossiensa veja

ij dàir, le pere, ij ròch la parleran

la nòstra bela lenga piemontèisa,

j’eve dij nòstri fium la canteran

la nòstra bela lenga píemontèisa,

 

la lòsna e ‘1 tron a la diran sle nìvole

la nòstra bela lenga piemontèísa,

ël vent la crijerà tra la tempesta

la nòstra bela lenga piemontèisa,

la lun-a ëd neuit la confidrà a le faje

le nòstra bela lenga piemontèisa,

ëd di a risplenderà ant la lus dël sol

la nòstra bela lenga piemontèísa.

 

La nòstra bela lenga píemontèsa

tradìa e dismentià,

la nòstra bela lenga piemontèisa.

Oh, mia bela lega piemontèisa

che ant ël mè sangh it vive!

 

GIOVANNI TESIO

 Sonèt LXXVII

Poesìa a viv – inùtil – da sola

e a sta daspërchila, gnun-e pietà,

s’a basta subiela e chila, paròla,

sla canta e a t’ëncanta com na mistà.

 

L’é pa la rason ch’a peussa ferila

përchè ‘n gir arson-a sensa dì gnente.

Essend n’armonìa ‘ntoca sentila

s’a l’é ‘n tël silensi ch’as fassa sente.

 

A-i é pa ‘d motiv ‘d romp-la ‘n quat tòch

come s’angigno ij cacàm pì fabiòch

che peuj a la fin combin-o bin pòch.

 

La cita lession ch’i peussa mai fé

a l’é un-a sola: ‘d lassesse ‘ndé

për fé mës-cëtta dël cheur e dël pré.

La poesia vive – inutile – da sola/ e sta da sola, nessuna pietà,/ se basta fischiettarla e lei, parola,/ se la canta e ti incanta come un’immagine.// La ragione non può ferirla/ perché lei intorno risuona senza dire niente./ Essendo un’armonia bisogna sentirla/ se è nel silenzio che si faccia sentire.// Non ci sono motivi si romperla in quattro pezzi/ come s’ingegnano di fare i sapienti più sciocchi/ che poi alla fine combinano ben poco.// La piccola lezione che possa fai fare/ è una sola: di lasciarsi andare/ per rimescolare il cuore e il ventriglio.

Dal volume : Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt, prefazione di Lorenzo Mondo, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis. 2015.

 

REMIGIO BERTOLINO

Ënvern

Ënvern,

temp da armita.

Pèi   ̉d n’ancioa

im no stògn

ënt la cusin-a.

La truta dla lun-a

a mòrda la riso dël frà…

 

Peu,

rissorà ënt ij lënseu,

i scot

ij giari ch’i balo sle slure,

patate ch’i ròlo

ën fada a l’eternità.

 

BARBAFIORE     [Domenico Boetti]

Vita

Le lacrime ëndrugio la tèra

ij soris torno a fela fiorì

Il mio epitaffio 

Passava da sì…

L’amor

L’amor o l’é

un virus

se o riva al cheur

soma panà

Arcancel

Ël cel fa

la roa

Longaaa…

Un apostolo dopo la risurrezione di Cristo

J’heu sempe dilo

che Chel-lì

o j’ava na marcia ën pì

Solitudine

I son fame un fax….

 

SERGIO NOTARIO   [Giari Tre Nos]

 Un gognin e na Comëtta

[…]

Ma jer matin,

guardand ant ël giornal,

am s’é slargasse ’l cheur

a l’improvis!

Bele là, an cole tère

andoa ij masnà

a conòsso mach la gramissia,

i l’hai vist na maravija,

coma na mascarìa ’d na faja

che ’l cheur t’arpata.

Arlongh la stra batùa,

antërmes ai soldà

a ai chèr armà,

un gognin

con un gramissel ëd fil

ch’a corìa, pa sbaruà,

ant ël cel bleu

a sonavo baudëtta

ël giàun limon e ’l ross feu

dla soa bela Comëtta.

 

GIUSEPPE GORIA

 Ël temp  e le còse

Ël temp drinta le còse ampërzonà

at vàita sot la mascra dël present,

prisma ch’a brila al top e a l’é lusent

ëd ciàir ch’a l’é dl’antan ch’as é giassà.

 

Quars e cristaj ’d milanta e pì color

o giajolà com ij milèis ëd di,

ij raj a fan dongion strenzend sesì

n’àmen che se dolor ’t sas pa o folor.

 

’Nt la sfera dël mascon, mistà ch’a reva,

col temp passà, sla broa dël creus dl’abim

’s ëspòrz com un relit ch sl’onda ’s leva

 

e da l’argorgh dël temp marì ch’a ’rbeuj

’t eufr un nen-temp, un déjà-vu, un maisin

ëd lòn ch’a l’é stàit jer, ma a viv ancheuj.

 

ultima

 

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per la Giornata Mondiale della Poesia

21 marzo 2017