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Il 25 aprile nella poesia in piemontese

Giuseppe Goria

Il Piemonte ha testimoniato la tragedia della Seconda Guerra Mondiale attraverso le pagine di scrittori in lingua italiana come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Nuto Revelli e tanti altri.
Nelle loro pagine si possono leggere con diverso accento le diverse parole che compongono la coralità di quella tragedia: la distruzione, la fame, la morte, l’altrove, la persecuzione, la perdita della dignità, la volontà di riscatto. Benché meno conosciuti, anche gli scrittori in piemontese hanno testimoniato quel momento storico e vogliamo ricordare il momento della Liberazione di Torino con le parole di poeti che vissero – quasi tutti – in prima persona quell’ultima fase della guerra.

Credo che un po’ tutti conoscano Coj ch’a marcio an prima fila, di Nino Costa dedicata al figlio Mario, caduto in Val di Susa, e “a tutti i patrioti morti per l’Italia”, o la lucida visione – sempre attuale – della “nita nèira dle miserie uman-e” ( “mota nera delle miserie umane”), habitat naturale “dij verm drinta soe tan-e” (“dei vermi nelle loro tane”).
Vorrei proporre nomi, meno noti, che mi pare giusto rimettere in evidenza.

Inizio con Ettore Piazza (Carpignano S. 1901 – Genova 1962), membro del CLN novarese, attivista del PCI, poeta nel piemontese di Carpignano. La sua unica raccolta, Canto ancora a bocca chiusa, con prefazione di Davide Lajolo, è del 1977. Spigoliamo alcune immagini, dove si allungano le ombre del funerale di un Garibaldino, morto

fin da marz dal quareuntacinch –
e l’ànima secreta dël pais
squasi vargognosa da mostressi
greunda sota l’eucc dël sol
al pass dël fineral” (da Carpigneun)

‘l di dla seu pruma azion
fin da marz dël quareuntacinch
batèsim dal feuv
batèsim dal seungh
batèsim dla mòrt.

Vòii ‘l cai , negra la stra,
sfida a todesch e fascista

(“il giorno della sua prima azione/ fine marzo 1945/ battesimo del fuoco / battesimo del sangue / battesimo della morte-/ .. Vedo le case, nera la strada,/ sfida a tedeschi e fascisti / ” fine marzo 1945- / e l’anima segreta del paese / quasi vergognosa di mostrarsi / grande sotto l’occhio del sole / al passo del funerale”)

Sentiamo poi la rabbia sorda di Carlo Regis (Mondovì 1929 – 2017) che ricorda su una lapide di Piassa Magior di Mondovì un’atrocità del 1945:

“Mace ‘d sangh su la piassa stamatin,
an sle pere grise, sul murajon scrostà,
doi pòvri fagòt, un prèive e dij sassin:
a costa mace ‘d sangh la libertà.

( “Macchie di sangue sulla piazza stamattina / sulle pietre grigie, sul muro scrostato, / due poveri fagotti, un prete e degli assassini: / a queste macchie di sangue la libertà”).

È la rabbia cupa della nostra gente, “gent ch’a sà nen brajé, / che cito a travaja,/ ma ch’a dësmentia nen” (“gente che non sa gridare,/ che silenziosa lavora,/ ma che non dimentica”, “Se…”).
Umberto Luigi Ronco (Pamparato 1913 – Roma 1997), poeta e pittore del secondo futurismo, ferma un istante di speranza e di morte:

Adess, ël partisan,
a l’é lì, sol ant la neuit, a confidene
che chiel a l’ha lesù
andrinta ai nòstri cheur.
A l’ha lesù
ij nòstri desideri ‘d Libertà,
la nòstra fiusa ant j’òmo lìber ëd doman.

Tut sòn a l’ha lesù, ‘nt ël cheur uman
l’òm cogià sensa vita dzora ij sorch:
ël partisan
con ij dij rèid e ross ëd sangh
fòrt angripà a la sengia ‘d sò fusil,
con la boca fongà ‘nt la tèra nèira
come un garij ‘d persi
s-ciapà dal sol.

(da Partisan con folar ansangonà)

(Adesso, il partigiano,/ è lì, solo nella notte, a confidarci/che lui ha letto/ dentro i nostri cuori./ Ha letto / i nostri desideri di Libertà,/ la nostra speranza negli uomini liberi di domani.//Tutto ciò ha letto, nel cuore umano,/ l’uomo disteso senza vita sopra i solchi: il partigiano/ con le dita rigide e rosse di sangue/ strtto forte alla cinghia del suo fucile,/ con la bocca affondata nella terra nera/ / come un nocciolo di pesca/ spaccato dal sole).

Armando Mottura (Torino 1905 – 1976), rivolto spesso a tematiche sociali, in particolare negli ultimi testi, così dà voce al Lament dël partigian :

Fischia il vento…soffia la bufera
…le panse veuide e pòchi strass adòss…
Tut provisòri antorn! Na còsa vèra:
sta rabia sorda ch’is portoma ant j’òss!

(Fischia il vento…/ le pance vuote e pochi stracci addosso…/Tutto provvisorio intorno! Una cosa vera:/ questa rabbia sorda che ci portiamo dentro le ossa!).

Se Nino Costa colloca la patria del resistente in quella montagna dov’è possibile un ripristino di umanità e di dignità (La mia patria l’é sla montagna / l’é sla montagna servaja) anche Armando Mottura vede in quella scelta un’elezione:

E ti, montagna nòstra, granda e pura,
t’ën guerne, bon-a mare, ant ij tò brass
(idem).

(E tu, montagna nostra, grande e pura, / ci reggi, buona madre, nelle tue braccia)

Tavo Burat (Stezzano, BG, 1932 – Biella 2009) coglie in una delle tante immagini di morte un luccichio di speranza legata alla stessa natura della montagna:

Ël Partigian regala al vent
ant n’ambrassada drùa
costa soa cros eterna
anzolivà ‘d fërpe ‘d sol
e ‘d lerme ‘d galaverna.
(da Pasqua)

(Il partigiano regala al vento / in un abbraccio vigoroso/ questa sua croce eterna / ornata con merletti di sole / e lacrime di brina).

Meno emozionale (meditato ma non vissuto), più pacato ed etico è il messaggio di Giovanni Tesio, che invita a ricordare i valori di quei giorni non solo nelle tempeste, ma proprio nei giorni migliori:

… Ma peui – se sòn a conta pì che tut –
a l’é përchè ch’an lassa na consigna:
ëd fesse resistent ‘nt ij di brut
ma cò ‘n coj bej, coj ëd j’arcòlt ën vigna …

( Ma poi – se questo conta più di tutto –/ è perché ci lascia una consegna:/ di farci resistenti nei giorni brutti/ ma anche in quelli belli, quelli dei raccolti in vigna).

Chiudo questa piccola rassegna (brillante di luce propria per incompletezza) con Tavio Cosio (Villafalletto 1923 – 1989), spessiari dal Mel , farmacista di Melle, scrittore vivacissimo in piemontese ed in occitano alpino, che in questa lingua volle ricordare le vittime civili a cui è intestata la via Tre Martiri di Melle. Pare assistere ad una medievale danza macabra, una Totentanz valligiana:

passa la Mòrt, lo dalh estrech en punh
passa un àngel ente l’àire, a vòl rasent
marca tres noms sus lo carnet di Martres

(da Dralha Tres Martres)

(passa la Morte, la falce stretta in pugno, / passa un angelo nell’aria, a volo rasente, / scrive tre nomi sul libro dei Martiri).

…E con grande rincrescimento per tutti quelli non citati (tanti!) invito i lettori a scoprirli.

Per il Giorno della memoria, Giovanni Tesio parla di Primo Levi

Mercoledì 31 gennaio 2018 ore 18.00

per il Giorno della Memoria

Incontro con Giovanni Tesio autore del libro

Primo Levi: ancora qualcosa da dire
Conversazioni e letture tra biografia e invenzione


Edizioni Interlinea, Novara 2018

Il volume fa il punto su Primo Levi e la Shoah lasciando parlare lo scrittore grazie a una serie di interviste raccolte da Giovanni Tesio e a documenti d’archivio, tra cui autografi e fotografie. Un ritorno a Levi per appassionati lettori ma anche per insegnanti che vogliono approfondire con i propri studenti la figura di uno scrittore centrale per comprendere gli orrori della guerra e il Novecento, senza dimenticare che «Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo».

Il video dell’incontro è sul nostro canale YouTube

 

Silenzi d’autore con Bice Mortara Garavelli

Lunedì 7 novembre, ore 18.00

incontro con

Bice Mortara Garavelli

Silenzi eloquenti: dall’antichità al Novecento

(con Lalla Romano, Primo Levi, Carlo Maria Martini)

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Il silenzio personificato come nell’Orlando furioso di Ariosto; il silenzio meravigliato del montanaro che – in una similitudine della Divina Commedia – ‘ammuta’ quando vede per la prima volta la città; il religioso silenzio di Chiara d’Assisi e quello ‘sfavillante’ che Elsa Morante coglie nello stupore infantile; il silenzio ‘di chiostro e di caserma’ di Gozzano e il silenzio ‘che tutto nega e tutto comprende’ di Lalla Romano. Il silenzio come reazione all’indicibile crudeltà in Primo Levi. Quante parole può nascondere un silenzio? Moltissime, soprattutto quando è d’autore, carico di significati che vanno oltre quelli veicolati dalla lingua. Bice Mortara Garavelli in Silenzi d’autore (Edizioni Laterza) attraversa le pagine letterarie più note sul silenzio, dalla classicità greco-latina fino alla letteratura dei nostri giorni, lungo un percorso che rivela ciò che l’assenza di parole può dire.

 

Bice Mortara Garavelli, professore emerito di Grammatica italiana nell’Università di Torino, è Accademica della Crusca. Tra le sue più recenti pubblicazioni, Le parole e la giustizia. Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani. Per Laterza ha pubblicato: Storia della punteggiatura in Europa (2008), Prima lezione di retorica (2013), Il parlar figurato (2014), Silenzi d’autore (2015), Prontuario di punteggiatura (2015).