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CAVOUR: Rosanna ROccia legge William de La Rive

Per#letturaday, Rosanna Roccia legge una pagina tratta dall’opera di William De La Rive, Il Conte di Cavour. Dai ricordi di Isacco  Artom.

William De La Rive (1827-1900), giornalista, scrittore e uomo politico ginevrino. Pubblicò l’opera Il Conte di Cavour a puntate nei primi cinque fascicoli della Bibliothèque Universelle di Ginevra nel 1862. Era cugino di Camillo Cavour. Isacco Artom era il Segretario dello Statista.

MICHELE ROCCAVILLA A bARGE

Michele Roccavilla, partito da Sanfront per prendere parte dalle rivendicazioni risorgimentali alle guerre Napoleoniche e morto ancora giovane in battaglia in Grecia è certamente un personaggio singolare, legato alle vicende risorgimentali.

Ne parlano Pierangelo Gentile e Alberto Roccavilla, suo discendente e autore della biografia pubblicata da Centro Studi Piemontesi e Fusta editore.

ALBERTO ROCCAVILLA, Michele Roccavilla. Sanfront 1787-Tacticopoli 1827. Un patriota della Valle Po attraverso l’Europa, prefazione di Pierangelo Gentile. Coedizione Centro Studi Piemontesi- Fusta editore di Saluzzo. Pagg. 254. € 17.

La visione di Quintino Sella per l’Unità d’Italia

In occasione del 160° anniversario dell’Unità d’Italia, il TG Itinerante del TG3 Piemonte ha realizzato, il 13 marzo scorso, un servizio sul ruolo di Quintino Sella per lo sviluppo dell’Italia Unita, sulla sua visione illuminata, che sempre diede priorità all’istruzione e allo sviluppo scientifico e tecnico.

Le riprese sono state effettuate nella sede della Fondazione, al Lanificio Maurizio Sella dove Quintino risiedette tutta la vita. Ne è stata messa in evidenza la caratteristica di luogo adibito ad attività produttive dai tempi antichi fino ad oggi, senza interruzione, sempre nel segno dell’innovazione.

Alle interviste di Gabriele Russo a Maurizio Sella, Presidente di Banca Sella, e ad Angelica Sella, Presidente della Fondazione Sella, sono seguiti gli interventi di Barbara Greggio, Assessore al Turismo della Città di Biella e di Giovanni Vietti, Presidente dell’Unione Industriale Biellese.

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VITTORIo EMANUELE II, STORIA, IMMAGINE E MEMORIA

Mercoledì 27 gennaio – ore 18
Conferenza on line, in diretta Zoom a questo link

Vittorio Emanuele II. Storia, immagine e memoria del primo re d’Italia


Andrea Merlotti, direttore del Centro studi del Consorzio delle residenze reali sabaude e Pierangelo Gentile, ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino presentano la figura di Vittorio Emanuele II.

Vittorio Emanuele II in un ritratto di F. Perrini del 1851.

Nato nel 1820, nel plumbeo clima della Restaurazione, ed educato per esser un sovrano d’antico regime, salì al trono a meno di trent’anni per la drammatica abdicazione del padre dopo la Prima guerra d’indipendenza e si trovò ad esser il primo sovrano costituzionale della monarchia sabauda e l’unico in Italia. Iniziò allora un percorso che lo portò ad esser il primo capo di stato dell’Italia unita e uno degli ‘eroi’ del ‘Risorgimento’ italiano. Un percorso tutt’altro che lineare e ricco di contraddizioni. Basti pensare che a lui, cattolico convinto, toccò guidare la progressiva laicizzazione del Regno di Sardegna prima e di quello d’Italia poi. «Re Galantuomo», «Padre della Patria», «re cacciatore», caporale degli zuavi… sono queste solo alcune delle tanti immagini che egli ebbe e seppe ben utilizzare nel suo regno quasi trentennale, che lo portò dalla sconfitta di Novara all’ascesa in Campidoglio.

Fu vera gloria? Il mito degli studenti patrioti nel 1821

Dimostrazione studentesca a Torino nel Teatro d’Angennes, 11 gennaio 1821. Illustrazione: Figurine Lavazza serie n° 115

Da “Frida“, il Forum della ricerca d’ateneo dell’Università di Torino, riportiamo un racconto di Pierangelo Gentile sui moti studenteschi del ’21, esattamente 200 anni fa:

Duecento anni fa, nel gennaio 1821, a teatro, alcuni studenti dell’Università di Torino indossarono per goliardia la berretta rossa con fiocco nero, “divisa” dei carbonari, e furono arrestati. Da quell’episodio si scatenò la durissima repressione militare contro gli universitari, asserragliatisi in ateneo per chiedere la liberazione dei compagni. Da un conflitto di giurisdizione l’episodio si trasformò presto nel preludio della sommossa politica, alla luce anche dei moti costituzionali scoppiati nel marzo. Una lapide in rettorato ci ricorda ancora oggi quegli eventi.

È gelido quel pomeriggio dell’11 gennaio 1821, ma gli studenti non sentono freddo. È tempo di carnevale, vogliono svagarsi in attesa degli esami. Sono lì, accalcati all’ingresso del Teatro d’Angennes: spettacoli decenti, prezzi popolari. Quel giorno però non è come tutti gli altri: in cartellone c’è la celebre attrice Carlotta Marchionni. Quando alle 16 in punto si aprono le porte della piccola sala, gli studenti sciamano in platea ad accaparrarsi i posti migliori. Chi spinge, chi sgambetta, chi ride, chi si arrabbia… Quattro studenti non fanno in tempo a sistemarsi nelle prime file; sono costretti ad accontentarsi di una panca, in fondo alla sala: sono Albino Rossi, 21 anni, di medicina; Carlo Maoletti, 18 anni, di legge; Luigi Chiocchetti, 22 anni, anche lui di legge; Angelo Biandrini, 23 anni, di chirurgia.
Quel giorno sembrano tutti su di giri; e difatti, una volta sistemati, i quattro cominciano ad attirare l’attenzione del pubblico. Estraggono dalla tasca un curioso berretto… et voilà! Ecco dei bei bonnets rouges con un fiocco nero! In sala il chiasso e le risate aumentano, ma niente lascia presagire il peggio. Poco lontano da lì, al caffè Fiorio, il commissario di polizia Ferrarotti si sta gustando in santa pace la sua tazza di cioccolata, quando, senza volerlo, le sue orecchie “allenate” intendono questo sussurro: «Andiamo al d’Angennes a vedere i carbonari!». Ferrarotti non può far finta di nulla; si mischia ai curiosi ed entra in sala restando di sasso: il berretto della rivoluzione francese con i colori della carboneria, la setta segreta che cospira contro i sovrani, vola da una parte all’altra del teatro! Informa subito il suo superiore, l’ispettore Torrazzo; il quale a sua volta relaziona al governatore di Torino, Ignazio Thaon di Revel. Il generale non esita un istante: manda i soldati; parapiglia: chi scappa di qua, chi di là… tutti riescono a mettersi in salvo, tranne uno: Albino Rossi, che viene messo agli arresti. I compagni non ci stanno; fuori dal teatro protestano perché lo lascino libero: c’è un antico privilegio che salvaguarda gli studenti dal fermo della polizia. Ma Revel non va per il sottile: Rossi viene interrogato e spiffera i nomi dei complici; gli altri vengono presi nella notte dai carabinieri. Sono spaventati: sostengono di aver comprato i berretti sulle bancarelle di via Po e di averli abbelliti con il fiocco nero al solo scopo di divertirsi. Il ministro della polizia non ci crede: quella è una divisa carbonara proibita dalla legge! Che i rei vengano messi in prigione!

È allora che cominciano i tumulti in università. I compagni degli arrestati occupano l’ateneo (l’attuale rettorato) e non vogliono smobilitare fino alla loro liberazione. Vane sono le parole del ministro dell’istruzione, già rettore, Prospero Balbo, che invita alla calma. Revel è stanco degli studenti riottosi. E così i granatieri in quattro e quattr’otto sgombrano le barricate, inseguono gli studenti sul loggiato, e con i fucili a baionetta inastata picchiano duro… «Prendi, questa è per te, balosso! Quest’altra è per te, canaglia!». Solo Cesare Balbo, figlio del ministro e ufficiale dell’esercito, riesce a calmare la furia militare. Per Revel la rivoluzione è sventata. Ma fu vera rivoluzione? Certo, due mesi dopo sarebbero scoppiati i moti politici che avrebbero portato un altro giovane, Carlo Alberto di Savoia, a concedere la costituzione di Spagna. Ma di quegli universitari non c’era più traccia. A fianco del ribelle capitano Vittorio Ferrero che insorgeva a San Salvario l’11 marzo, c’erano gli studenti universitari del Collegio delle Province, i borsisti fuori sede che dai loro maestri avevano imparato veramente cosa fosse la libertà. In un’epoca di monarchia assoluta, forte era il desiderio di una costituzione, di una carta che sancisse i diritti.

A ricordare gli eventi c’è oggi in rettorato una lapide, che ha costruito il mito della sollevazione di gennaio. Nel 1849, grazie alla penna di Angelo Brofferio, l’insurrezione studentesca del d’Angennes, scoppiata due mesi prima dei moti politici del Ventuno, era diventata il preambolo del Risorgimento. Anche Garibaldi, in visita a Torino nel 1867, aveva salutato quel giovanile afflato rivoluzionario. Cosicché nel 1883 gli studenti raccoglievano i fondi per ricordare l’evento. L’epigrafe era affidata a Giovanni Bovio, docente a Napoli e repubblicano, che dettò un testo troppo democratico per quei tempi monarchici. Gli organi di ateneo non la presero bene. E gli studenti, una sera, si fecero chiudere dentro al rettorato per affiggere la lapide per i loro eroi. Tutti puniti; la lapide finita in cantina. Dopo appelli e interrogazioni parlamentari, sarebbe stato necessario aspettare il quinto centenario di fondazione dell’università, nel 1904, perché la targa trovasse ufficialmente posto nella galleria delle glorie. Il mito diventava realtà: di berretti frigi, vibranti proteste e presunta cospirazione non c’era più nulla. Solo il desiderio di fare di tutti gli studenti torinesi del Ventuno i primi martiri della patria.

Fu dunque vera gloria? A duecento anni da quegli eventi, sopiti gli animi, cambiati i quadri istituzionali, lo storico è chiamato in causa, tornando in archivio a studiare sui documenti, per capire non solo come andarono i fatti, ma anche come quei fatti vennero interpretati: così, se all’Archivio di Stato di Torino le carte dei processi agli studenti ci permettono di ricostruire passioni e paure, nell’Archivio storico del nostro ateneo non mancano le fonti sulla controversa “memoria” degli universitari ventunisti.

Ed entrando in rettorato si potrà alzare lo sguardo alla lapide di Bovio. Un po’ più consapevoli.

Vittorio Emanuele e Rosin

Condividiamo l’intervento di Pierangelo Gentile, dell’Università di Torino e membro del Comitato Scientifico della nostra rivista interdisciplinare “Studi Piemontesi”, sulla storia d’amore tra Vittorio Emanuele II e la Bela Rosin. Pierangelo Gentile è tra i curatori della mostra su Vittorio Emanuele che verrà allestita alla Reggia di Venaria nel 2021.

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14 marzo 1820: nasce il futuro Re d’Italia

Il passaggio della Corona sabauda dal ramo primogenito di Casa Savoia ai Savoia-Carignano non fu l’esito di meri automatismi successori. Precise strategie e decise pressioni furono fatte da parte dell’Impero affinché la titolarità del Regno di Sardegna, al pari dei diritti sul trono d’Inghilterra, toccassero alla figlia primogenita di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Austria, Beatrice, che aveva sposato nel 1812 il proprio zio materno, Francesco IV, duca di Modena e Reggio.

Se Vittorio Emanuele I e, dopo di lui, Carlo Felice non si fossero rifiutati di abolire la legge salica, nella forma che riservava la corona ai discendenti maschi in linea di primogenitura, i Savoia sarebbero, per così dire, usciti di scena o, quanto meno, il loro nome e rappresentanti sarebbero divenuti secondari attori sul palcoscenico della politica europea.

Gli ultimi rappresentanti del ramo primogenito, conservando in vigore la legge salica – pur non senza opposizioni e con qualche titubanza – non assicurarono soltanto la continuità del proprio nome al vertice degli Stati sabaudi, ma fecero un passo destinato ad avere una straordinaria portata non solo per il futuro assetto dell’Italia, ma anche dell’Europa intera. Grazie al rispetto della legge dinastica seguita sin dal più remoto medioevo, Vittorio Emanuele II divenne Re di Sardegna e poté guidare, con forza e carisma unici, il movimento che portò all’unificazione italiana, oggi rinnegata da “revisionisti” di varie specie, ma voluta dagli Italiani che parteciparono all’epopea unitaria, che avevano molti e validi motivi di dolersi dell’invadenza straniera. Vittorio riuscì a riunire attorno al progetto unitario sabaudo anche forze e spinte che apparivano inconciliabili tra loro. Sotto la guida del Re In pochi anni l’Italia unita fece passi da gigante, raggiungendo già nel 1876, nonostante enormi investimenti strutturali e infrastrutturali, il pareggio di bilancio.

Vittorio Emanuele II fu, senza retorica e documentabilmente, amatissimo dai suoi popoli: piaccia o no dall’estremo Nord all’estremo Sud.

Lorenzo Valerio ad Agliè

 

 

Sabato 30 marzo 2019, alle 16

ad Agliè

Salone polifunzionale, Strada per Bairo, 2

inaugurazione della mostra fotografica
Lorenzo Valerio e il legame con Agliè
e presentazione de libro di Adriano Viarengo
Lorenzo Valerio. La terza via del Risorgimento. 1810-1865

Collana del Comitato del Risorgimento, Carocci Editore, 2019

Intervengono

Adriano Viarengo, Emilio Champagne, Umberto Levra, Gian Savino Pene Vidari, Rosanna Roccia, Rosanna Tappero

Giuseppe Govone a Isola d’Asti

martedì 8 dicembre alle  ore 15,00

presso il Centro Congressi di Isola d’Asti – Via Repergo, 45

presentazione del libro di

Franco Contaretti

 

Al servizio dello Stato

Giuseppe Govone (1825-1872)

Prefazione di Rosanna Roccia

Torino, centro Studi Piemontesi, 2015

Saluti di:

Fabrizio Pace, Sindaco di Isola d’Asti

Albina Malerba, Direttore Centro Studi Piemontesi

Intervento di: Franco Contaretti, Autore del Libro

Coordinatore e Moderatore: Prof. Erildo Ferro

govone

Breve, intensa, povera di routine e ricca di azione, sempre segnata da lampi di intelligenza e di intuito. Così si potrebbe definire la vita di Giuseppe Govone (Isola d’Asti, 1825 – Alba, 1872). Dal 1848 al 1870, gli eventi centrali del Risorgimento, tutti vissuti in prima fila, talvolta in posizioni tanto innovative da essere largamente incomprese, come nel caso della fondazione e guida dei primi servizi segreti militari. Oppure improvvisamente rivelatisi strategiche, addirittura in grado di modificare il corso degli eventi che poi la storia ci avrebbe consegnato, come nella fatale giornata di Custoza del 1866. Nei primi anni ’50 proiettato nel lontano teatro danubiano e poi in Crimea, si rivela capace di coniugare la freddezza dello stratega con l’entusiasmo spericolato dell’uomo d’azione, partecipando alla tanto romanticamente mitizzata carica dei 600 di Balaklava. Dopo l’unificazione, schierato sul difficile e logorante fronte del brigantaggio meridionale, ne fornirà un’interpretazione capace di coglierne i tratti salienti.

Divenuto ministro con Giovanni Lanza e Quintino Sella, Govone predispone i piani militari per la conquista di Roma nel fatidico settembre 1870, ma dovrà rinunciare a condurli a termine, vittima di una terribile depressione che lo porterà di lì a due anni ad una prematura morte suicida, in circostanze mai completamente chiarite.

La precoce uscita dall’agone politico e militare in età ancora giovane, ne segnerà il rapido oblio nella memoria collettiva e più tardi l’incomprensione in ricostruzioni storiografiche frettolose o ideologiche, incapaci di cogliere le molte sfaccettature del personaggio. A riscattare Giuseppe Govone da un destino immeritato, è giunta l’appassionata e attenta biografia di Franco Contaretti che, attraverso l’attento esame di documenti inediti, propone in questo volume (di cui una prima edizione è stata pubblicata dall’Arciere nel 2008) un ritratto efficace ed esauriente del soldato albese.