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Cirio, le conserve più famose del mondo

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

È cominciata in via Borgo Dora nel 1856
l’avventura straordinaria del piemontese Francesco Cirio, di Nizza Monferrato
Le conserve e i pelati più famosi nel mondo

As nature creates, Cirio preserves*
dallo slogan di una celebre campagna pubblicitaria internazionale della Cirio

Il 9 gennaio del 1900 moriva a Roma Francesco Cirio. A Torino lo ricorda e ne tramanda il volto una targa murata in Piazza della Repubblica 24. Il suo nome fu ed è sinonimo di industria conserviera. I contemporanei lo definivano «l’italiano più famoso del mondo». Era, perciò, anche il più famoso piemontese e torinese. Nacque a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836. Il padre era un piccolo commerciante con alle spalle qualche sfortunata iniziativa nel commercio delle granaglie. Che Cirio fosse piemontese – e che sia stato a lungo cittadino di Torino – dovrebbe essere arcinoto: ne hanno parlato i giornali, lo riferiscono le enciclopedie e numerosi autori. Eppure basta un rapido sondaggio per notare che molti continuano ad associarlo a Napoli e al meridione d’Italia, dove egli sviluppò grandiose imprese industriali ed agrarie, tuttora universalmente note e, superate burrascose vicissitudini, prospere.

Lavorando duramente sin da bambino per aiutare la famiglia, in difficoltà economiche, Cirio non poté studiare e, per questo vari biografi lo definiscono un semi analfabeta. In realtà fu un autodidatta di eccezionali capacità. Sterratore nella Cittadella di Alessandria, manovale a Genova, garzone in un pastificio di Torino, fissò la propria dimora nella capitale sabauda nel 1850. Dal 1847 commerciava ortaggi tra Nizza Monferrato e Fenestrelle, avendo quale mezzo di trasporto solo le proprie gambe. A Torino comprava pomodori e ortaggi a Porta Palazzo e li rivendeva in altre zone. Nei ritagli di tempo confezionava per conto terzi ceste destinate a Nizza Mare. A sera scaricava vagoni di frutta e verdura. Proprio Nizza Mare, ancora “piemontese”, e poi Parigi, furono sede di suoi commerci di una certa consistenza. Messo da parte un piccolo capitale, nel 1856 aprì a Torino, in via Borgo Dora 24, una fabbrica di conserve.

Già i Lancia, prima delle loro avventure nel mondo dell’automobile, di qui si erano affermati in campo conserviero in Europa. Cirio, partendo dalle loro intuizioni, inventò nuovi metodi di conservazione (sostenendo nel 1869 controversie contro Luigi Dompé, che accampava diritti di priorità di cui non fu riconosciuto il fondamento). In breve fondò uno stabilimento di contenitori capaci di conservare inalterati ortaggi freschi, carni, caffè ed altri alimenti che le sue aziende inscatolavano a ritmi sempre più vertiginosi, spedendoli in tutto il mondo.

Fu anticipatore ed iniziatore della bonifica dell’agro romano, mise a coltura intensiva nel sud Italia migliaia di ettari di terre in completo abbandono, promosse lo sviluppo della rete ferroviaria, procurò lavoro e benessere a tanti italiani, offrendo loro un’alternativa all’emigrazione. Il successo fu tale da procurargli l’accusa di essere un vero monopolista. Le sue aziende italiane producevano ed esportavano, in effetti, ogni anno migliaia di vagoni in più rispetto a tutte le altre concorrenti messe insieme, milioni e milioni di scatole partivano in ogni direzione. Anche con esse il nome di Torino, prima di quello di Napoli, ha attraversato, associato a quello di Cirio, il mondo.

Gustavo Mola di Nomaglio

Notizie da via Revel

Il periodo di lockdown, una brutta parola che abbiamo tristemente imparato e che noi abbiamo tradotto con bogianen sta ‘n-të-ca e travaja, si è molto prolungato e purtroppo anche la sede del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis di via Ottavio Revel è stata temporaneamente chiusa, ma ci siamo attrezzati per riaprire al più presto in sicurezza. Non crediamo purtroppo sia possibile prima dell’estate riprendere la normale programmazione delle manifestazioni e degli incontri in sede.  Per questo abbiamo intensificato la presenza del Centro Studi Piemontesi non solo sul sito www.studipiemontesi.it, dove pubblichiamo giornalmente articoli, poesie, notizie, curiosità, ma su Instagram, FB e Twitter. Inoltre ricordiamo che dal sito cliccando su YouTube, si possono rivedere, o vedere, le conferenze registrate negli ultimi anni; e su e-book scaricare libri e opuscoli. Non è la stessa cosa e non ci dà la gioia e l’energia che ci scambiavamo in sede tutti i lunedì, e in tante altre occasioni di incontro e di confronto, di chiacchiere tra amici, ma sono opportunità di contatto che la tecnologia rende oggi possibili.

La buona notizia è che siamo in bozze con il n. 1, 2020 vol. XLIX della rivista “Studi Piemontesi”. Il volume sarà puntualmente inviato ai Soci a giugno.

È anche in stampa il vol. XI dell’Epistolario di Massimo d’Azeglio; l’impresa dovrebbe concludersi entro il 2020, al più ai primi del 2021, con il vol. XII, che Georges Virlogeux sta approntando.

Il corposo volume che raccoglie gli studi presentati al Convegno internazionale Savoie Bonnes Nouvelles, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio, è in marcia e anche questo si spera possa essere stampato quanto prima.  

Siccome sono state prorogate tutte le scadenze, il Presidente e il Consiglio Direttivo stanno valutando la data più idonea per fissare in sicurezza l’Assemblea annuale ordinaria dei Soci, per l’approvazione del Bilancio e della Relazione sull’attività svolta nel 2019, anno del 50° di fondazione della Ca dë Studi Piemontèis.

Chi volesse acquistare i nostri libri può ordinarli con una mail, e saranno inviati ai Soci senza spese di spedizione.

Il lavoro va avanti… e la ruota continua a girare

Giochiamo con la colomba

Un gioco per Grandi e Piccoli

Progetto e realizzazione di Daniela Rissone

… Anche la Colomba, di questi tempi, ha voluto ri-acquistare un po’ di libertà … e appena ho aperto la finestra, anzi il finestrone, è “schizzata via”, lasciandoci solo la traiettoria del suo velocissimo volo…

Chissà se ritornerà?

Nella stanza, ancora sguarnita dei vostri capolavori, il finestrone con il grande vetro adesso è ben chiuso e, se volete giocare, sarà la base, anzi il supporto per le nuove sperimentazioni artistiche, insieme all’attuale colomba di carta che, “appollaiata” sul tavolino, aspetta di giocare anche lei …
Questa colomba è un origami che ho scoperto decenni fa in un’Enciclopedia per Ragazzi della Garzanti e usato molte volte, per la sua Geometria molto semplice …

A tutti, grandi o piccoli, almeno una volta, sarà successo di “tracopiare” su un foglio un disegno o una fotografia, appoggiandosi al vetro di una finestra in controluce.
Se poi avete anche un balcone, potrete anche tracopiare i contorni e i dettagli di un “oggetto tridimensionale”, ad esempio un vaso di fiori appeso alla ringhiera, oppure un insieme di bottiglie vuote di forme diverse, o una statuina posata su una sedia, con dietro un panno di colore uniforme che fa da sfondo, o il volto della mamma e del papà … ecc.

Magari senza saperlo, avete disegnato in Prospettiva!

Leggete questa frase, scritta da un personaggio molto famoso, che non è un nostro contemporaneo:
“ … “Abbi un vetro grande … e quello ferma bene innanzi agli occhi tuoi, cioè tra l’occhio e la cosa che tu vuoi ritrarre; poi poniti lontano con l’occhio al detto vetro due terzi di braccio; e ferma la testa … in modo che tu non possa muoverla … e col pennello o con lapis … segna sul vetro ciò che di là appare …”
Così ha scritto Leonardo da Vinci nei suoi appunti che, dopo la sua morte, sono raccolti nel “Trattato della Pittura” dal suo erede e fedele collaboratore Francesco Melzi.

Sempre con il supporto del vetro, potete “interpretare” un tramonto, con delle bellissime nubi rossastre …
I disegni possono anche nascere dai vostri ricordi e pensate a immagini viste da finestre da cui vi affacciavate in anni passati, perché poi avete cambiato casa, o semplicemente eravate in vacanza.
Le “inquadrature” possono essere tante ma probabilmente alcune sono “fissate” nella vostra mente …

L’Arte è anche “creatività” e allora pensate a “cosa vorreste vedere” dalla vostra finestra. Le idee non avranno più limiti e potranno apparire luoghi lontanissimi o personaggi inventati o visti in film, ecc. ecc.

Ricordatevi che il Gioco è sempre un pretesto per fermare le angosce e i pensieri della vita quotidiana … e soprattutto, cosa più importante, per “strapparvi” un sorriso!

Copyright del Testo e delle Immagini: Centro Studi Piemontesi – Daniela Rissone

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Chocolat Cicolata Cioccolato e … Nocciole

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Nel secondo volume del Dictionnaire historique e biographique de la Suisse (Neuchatel, 1924) si legge, alla voce “Chocolat”, che il padre dell’industria cioccolatiera svizzera, François-Louis Cailler, trasse l’ispirazione per fondare la sua impresa da due italiani. In effetti Cailler, ebbe l’idea di fabbricare cioccolato in grande durante un soggiorno in Piemonte, attorno al 1818. Qui ebbe modo di vedere all’opera non soltanto i piccoli artigiani che lavoravano manualmente cacao e zucchero, ma anche già uno stabilimento industriale con qualche inizio di meccanizzazione. Non per caso Torino è sempre stata considerata la capitale europea del cioccolato e anche oggi, pur essendo gli svizzeri a farla da padroni in questo campo, la città ne rimane l’indiscussa capitale storica, mentre permangono in esercizio alcuni insediamenti produttivi di assoluta eccellenza. Pare che il primo a portare con sé una certa quantità di cacao in Piemonte sia stato, a metà ‘500, Emanuele Filiberto, al rientro nei suoi Stati dopo l’esilio. In breve l’uso della cioccolata si diffuse a Torino, dapprima sotto forma di bevanda. La “bavareisa”, antenata del “bicerin”, era già largamente consumata (quanto meno nei caffè e nelle famiglie abbienti) nel primo ‘700.

Una grande novità, destinata a rafforzare la supremazia di Torino e a gettare le basi di straordinari successi commerciali, risale agli anni napoleonici, quando i cioccolatieri torinesi, di fronte alla penuria di cacao (Napoleone e i suoi seguaci non si accontentavano di trafugare le opere d’arte) iniziarono a mescolare con esso piccole quantità di polvere di nocciole. Il pubblico apprezzò la miscela, economica e squisita, premiando i produttori con consumi sostenuti. Il primo a produrre il nuovo cioccolato a livello industriale fu, negli anni venti dell’800, Michele Prochet: in società con Caffarel (entrambi appartenevano a famiglie del Pinerolese dal quale più tardi sarebbe giunto a Torino per fabbricare cioccolato anche Talmone) diede vita al “Gianduja”, mille volte imitato, ma mai eguagliato fuori dal Piemonte.

Il nocciolo aveva precedentemente avuto in terra subalpina un’importanza marginale rispetto ad altri alberi da frutto, come il castagno, in primis, e il noce. In breve tempo esso si trasformò per il Piemonte (habitat di cultivar capaci di dare, ancor prima che l’intervento degli agronomi ne migliorasse ulteriormente le caratteristiche, un prodotto di sapore e resa eccezionali) in una sorta di gallina dalle uova d’oro. A qualcuno sembrò naturale, poiché, da sempre, al legno del nocciolo ed ai suoi semi e frutti, si accompagnavano leggende e credenze che gli conferivano un’aura di beneaugurante magia e mistero. Non per caso col legno di questa pianta erano preferibilmente fatte anche le bacchette divinatorie utilizzate per cercare acqua, miniere, oro o tesori nascosti. Originario probabilmente dell’Asia Minore, il nocciolo (o còrilo, o avellano, traendo nome dalla città campana di Avella, dove si coltivava in tempi remoti) era già noto agli antichi romani, che usavano donare i suoi rami fruttiferi quale augurio di felicità. Per i popoli germanici la nocciola era simbolo di fecondità, tanto che sappiamo di matrimoni nel corso dei quali i partecipanti gridavano “nocciole, nocciole” agli sposi; tre giorni dopo la moglie avrebbe distribuito a tutti alcuni di questi frutti, segno che il matrimonio era stato consumato. Ma l’uso della nocciola quale simbolo di fertilità ricorre in molti altri luoghi. In Normandia, durante il medioevo si usava, ad esempio, dare alle vacche tre colpi con una bacchetta di nocciolo per propiziare un’abbondante produzione di latte.
La nocciola (avellana) è anche una figura dell’araldica, chiamata a rappresentare amore segreto o virtù nascoste, ad eccezione della croce avellana (fatta di quattro nocciole) che campeggia sopra il globo imperiale: in cui principalmente si deve leggere l’usuale auspicio di fertilità e benessere.

Un benessere di cui per tanti corilicoltori piemontesi i noccioli non sono stati avari. Oggi in Piemonte si contano circa ventimila ettari di terreno coltivati a nocciolo (con un fortissimo incremento negli ultimi dieci anni). Le aziende impegnate sono ben oltre 3000, con forte concentrazione nelle Langhe che producono, complessivamente, oltre 240.000 quintali di frutti caratterizzati da profumo, sapore e, in generale, qualità senza concorrenti. Un’altissima percentuale dell’intera produzione è certificata Igp, costituendo una delle ricchezze tipiche della regione.
gmn

Per la storia recente di produzione cioccolato con le nocciole cfr. Renata Allìo, Cioccolatieri senza cacao. Note sui problemi dell’industria dolciaria torinese nel 1946, in “Studi Piemontesi”, giugno 2002, vol. XXXI, fasc. 1.

Preghiera alla Sindone

L’Arcidiocesi di Torino promuove sabato 11 aprile un momento di preghiera straordinaria davanti alla Sindone. Non si tratta di una vera e propria ostensione perché la Sindone resterà nella Cappella all’interno del Duomo di Torino e per le ragioni che tutti sappiamo non è prevista la presenza dei fedeli. È un evento in un clima di raccoglimento, di silenzio e di invocazione al Signore di quella «speranza» di cui tutti abbiamo bisogno.

Le dirette televisive della preghiera straordinaria davanti alla Sindone di Sabato Santo 11 aprile 2020, saranno visibili in tutto il mondo. In Italia su:Rai 3 (canale 3): dalle 16.55 alle 17.30, su Tv2000 (canale 28): dalle 17.01 alle 18.05 e sulla pagine Facebook della “Diocesi di Torino” e “Sindone 2020”. della “Regione Piemonte official” e “cittaditorino”. Diretta web e social media su vaticanews.va e chiesacattolica.it

Risalgono al XIV secolo le prime notizie storicamente certe sulla Sindone , quando il cavaliere francese Geoffroy de Charny fa costruire una chiesa nella piccola città di Lirey– nei pressi di Troyes– per custodirvi e mostrare ai fedeli la Sindone. Prima di allora le tracce sono più vaghe. Al V-VI secolo risalgono testi in cui si afferma che nella città di Edessa (oggi Urfa, in Turchia) era conservato un ritratto di Gesù (indicato con la parola greca Mandylion che significa “asciugamano”) impresso su un telo. Alcuni studiosi associano questo telo alla Sindone conservata oggi a Torino, che a quei tempi sarebbe stata esposta al pubblico ripiegata in modo da mostrare solo il volto. Nel X secolo il Mandylion viene trasferito a Costantinopoli, all’epoca capitale dell’Impero Bizantino. Nel suo diario Robert de Clari, cavaliere francese che partecipò alla IV Crociata, riferisce di aver visto la Sindone in una chiesa di Costantinopoli. Con il sacco di Costantinopoli e il furto di innumerevoli oggetti preziosi, s’ipotizza che la Sindone, come molti altri reperti, fosse stata portata in Grecia, dove la famiglia Charny era presente. Nella prima metà del ‘400, a causa dell’inasprirsi della Guerra dei cento anni, l’ultima discendente di GeoffroyMarguerite de Charny ritirò la Sindone dalla chiesa di Lirey e la portò con sé nel suo peregrinare attraverso l’Europa. Fino a che trovò accoglienza presso la corte dei duchi di Savoia, Fu lì che avvenne, nel 1453, il trasferimento della Sindone ai Savoia.

La Sindone rimarrà di proprietà della famiglia Savoia fino al 1983, quando alla morte dell’ultimo re d’ItaliaUmberto II, passò per lascito testamentario alla Santa Sede.

I Savoia fecero costruire a Chambéry, la capitale del loro Ducato, una chiesa, la Sainte-Chapelle,
per custodire la Sindone. Nel 1532 un incendio, scoppiato proprio nella Sainte-Chapelle,
danneggia la Sindone provocando danni visibili ancora oggi. Due anni dopo le suore Clarisse di Chambéry la restaurano chiudendo i buchi provocati dall’incendio con toppe che verranno eliminate solo nel 2002.
Nel 1562 Emanuele Filiberto, duca di Savoia trasferisce la capitale del ducato da Chambéry a Torino e pochi anni dopo, nel 1578, fa altrettanto con la Sindone. Nel secolo successivo i Savoia incaricarono l’ architetto Guarino Guarini di costruire tra la
Cattedrale ed il Palazzo Reale una Cappella per conservare degnamente la Sindone.

II 1898 è un anno di fondamentale importanza per la Sindone: il fotografo torinese Secondo Pia viene incaricato di fotografare per la prima volta nella storia la Sindone. Le lastre fotografiche
rivelarono che l’ immagine ha le caratteristiche di un negativo fotografico con i chiari e gli scuri invertiti rispetto alla realtà. Inoltre il possedere un’immagine fotografica consentì agli studiosi di iniziare lo studio scientifico della Sindone.

(Da www.sindone.it – Qui un approfondimento)

Per la Sindone, oltre agli articoli e gli studi pubblicati in “Studi Piemontesi”, segnaliamo dal Catalogo editoriale del Centro Studi Piemontesi:

MARIE THÉRÈSE BOUQUET BOYER
Itinerari musicali della Sindone. Documenti per la storia musicale di una reliquia

Pagg. 73 (1981)
Una ricognizione del valore “dinastico” della reliquia, sul suo culto e del cerimoniale che ne esaltava il valore

GIULIANO GASCA QUEIRAZZA S.J.
Devozione alla Santa Sindone. Una cantica in piemontese della metà dell’Ottocento

Pagg. 17 (1998)

L’immagine rivelata. 1898. Secondo Pia fotografa la Sindone
Catalogo della mostra, a cura di Gian Maria Zaccone, Archivio di Stato di Torino, 21 aprile-20 giugno 1998
Pagg. 194 con ill. a colori e in b. e n. (1998)

La mostra nasce per celebrare la ricorrenza del centenario della prima fotografia della Sindone, scattata nel maggio 1898 dall’avvocato Secondo Pia, che ha rappresentato un punto di svolta per l’approccio dell’uomo della Sindone. La scoperta del comportamento dell’impronta sulla Sindone nel negativo fotografico ha contemporaneamente rivelato una “nuova” immagine e suscitato l’interesse scientifico su di essa, la cui ricerca è stata agevolata dalla disponibilità per la prima volta di riproduzioni esatte del Lenzuolo. L’esposizione era incentrata sul concetto di immagine nuova, ne chiarisce il contenuto e cerca di illustrarne l’impatto visivo. Lo stesso titolo della mostra riprende le parole che nel 1898 annunciarono i risultati della fotografia “rivelazione”. La mostra si proponeva come momento di riflessione e di riappropriazione di un vasto patrimonio culturale sconosciuto, completato anche da opere provenienti da raccolte pubbliche e private cittadine.

Ostensione del 1931 – Duomo di Torino

Carouge tra politica e urbanistica

Storia, storie, luoghi, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

CAROUGE

Gustavo Mola di Nomaglio

Il turista che percorrendo le strade di Ginevra attraversi il ponte sull’Arve in direzione di Carouge si trova improvvisamente proiettato in uno scenario urbanistico del tutto diverso da quello che si è lasciato alle spalle. A breve distanza dal centro ginevrino si aprono le lunghe vie rettilinee di quella che sembra, a prima vista, una cittadina piemontese con un incontaminato aspetto settecentesco. Qui, dal punto di vista architettonico, il tempo pare essersi fermato.         

A Carouge i più antichi insediamenti umani risalgono all’epoca romana; il minuscolo abitato del paese sorgeva alla confluenza di quattro importanti strade dirette al ponte sull’Arve, verso Ginevra. Nell’alto medioevo il borgo è menzionato (nella forma <<Villa quadruvio>>) nel 516; in quell’anno Sigismondo, figlio di Gundobaldo, vi fu incoronato re di Borgogna. Solo a partire dal secolo XIII le notizie sul paese si fanno più precise. Entrato a far parte assai presto dei domini sabaudi con vaste zone circostanti il borgo ebbe per secoli un peso marginalissimo rispetto a quello di Ginevra, ma il suo destino cambiò quando i Savoia persero definitivamente il possesso della città. Sinché durarono le rivendicazioni sabaude sul Ginevrino (e con esse una sorta di guerra fredda tra il Piemonte e la repubblica calvinista) Carouge ebbe un ruolo eminentemente d’avamposto strategico.

Il trattato di Torino del 1754 riconoscendo finalmente la sovranità di Ginevra e fissando definitivamente i confini tra la Repubblica e la Savoia, fece nascere nel regno sardo la volontà di creare a ridosso del distretto ginevrino un importante centro sabaudo. Già da tempo in Piemonte si pensava a nuove strategie d’espansione a nord delle Alpi; Carouge ebbe in esse un ruolo centrale. Dal piccolo borgo originario fu quasi inventato dal nulla, in breve tempo, un insediamento con popolazione eminentemente cattolica (ma in cui si registrava una discreta apertura d’idee in materia di religione) in grado di creare una competizione politica, religiosa ed economica con la protestante Ginevra. Carlo Emanuele III nel 1740 favorì con franchigie fiscali l’insediamento di numerose industrie. Vittorio Amedeo III trasformò il paese in capoluogo di provincia, annettendo al suo distretto 42 villaggi separati dal Chiablese e dal Faucigny e concesse che si svolgessero due grandi fiere annuali. In pochi anni la popolazione crebbe da meno di 600 a quasi 5000 abitanti. Nel 1786 giunse la concessione del titolo di città.

Per sostenere una crescita tanto rapida furono formulati lungimiranti ed originali progetti urbanistici. Parecchi architetti piemontesi elaborarono per Carouge differenti piani regolatori. Geniale in particolare fu l’intervento di Filippo Nicolis di Robilant che si distinse dalle proposte in parte utopistiche dei suoi predecessori (Garella, Piacenza e Manera) per la sua concretezza. Robilant seppe inglobare senza sopprimerlo l’originale nucleo abitativo formatosi a cavallo della strada romana di Ginevra e diede prova –come rileva Augusto Cavallari Murat nella Storia del Piemonte pubblicata nel 1960 per iniziativa di Renzo Gandolfo- di una maturità urbanistica non comune, grazie alla quale la <<forma nuova>> si fece continuatrice della <<vecchia>> conferendo vitalità all’aggregato urbano. Il piano regolatore del Robilant può ancor oggi essere definito affascinante per la sua semplicità, chiarezza ed eleganza. I lavori per attuarlo procedettero rapidamente ma molte opere restarono incompiute a causa dell’occupazione da parte della Francia rivoluzionaria del 1792: non fu terminato un grande palazzo municipale, il palazzo reale rimase incompiuto (nel 1808 l’edificio divenne sede di una filatura che occupava seicento operai) e la stessa sorte ebbe l’albergo dei poveri.

Nel 1814 la cittadina fu restituita al Piemonte ma due anni, dopo in base al trattato di Torino del 16 marzo 1816, fu annessa a Ginevra. Probabilmente anche la perdita della testa di ponte sabauda di Carouge contribuì ad indirizzare sempre più le strategie d’espansione dei Savoia verso l’Italia.

Per saperne di più si segnala:

Luciano Tamburini, Carouge “città inventata”, in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno, a cura di Gianrenzo P. Clivio e Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1975, pp.195-209, ill.

una poesia per questi giorni

GIOVANNI TESIO: Professore, critico letterario, studioso di letteratura italiana con una gran messe di saggi su poeti e scrittori italiani e piemontesi. Da alcuni anni si dedica con impegno alla poesia. Citiamo soltanto i due libri di Sonetti, pubblicati per le edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Stantesèt sonèt, Prefazione di Lorenzo Mondo, postfazione di Albina Malerba (Pagg. IX-108, 2015); e Vita dacant e da canté, Prefazione di Pietro Gibellini (Pagg. XIII-380 ,2017).

Pubblichiamo qui un suo sonetto inedito dedicato a questi nostri difficili giorni.

                      S’a-i é chi a canta da pogieuj e fneste

                      i veuj pa dì ch’a l’abio nen le teste

                      combin ch’i treuva che fé festa ai mòrt

                      a sia ‘n po’ da mat o spirit fòrt.

                      La nav dij fòj ch’ambarca ‘l pess ëd noi

                      con l’ilusion ëd fé na còsa bon-a

                      e noi tuj lì a remé, o che brajoma,

                      për nen pensé che soma ‘n t’un garboj.

                      Mi penso ai mòrt ch’i peuss nen compagné

                      ai mòrt ch’a van da soj drinta la neuit

                      e a cole file ‘d bare sensa deuit.

                      E treuvo che al doman va bin pensé

                      e penso ch’a sia bel fin-a canté

                      ma riesso nen a varì ‘n mi col veuid.

Traduzione

Se c’è chi canta da balconi e finestre/ non voglio dire che non abbiamo le teste/ benché io trovi che far festa ai morti/ sia un po’ da matti o da spiriti forti.// La nave dei folli che imbarca il peggio di noi/ con l’illusione di fare una cosa buona/ e noi tutti lì a remare, o che gridiamo,/ per non pensare che siamo in un groviglio.// Io penso ai morti che non posso accompagnare/ ai morti che vanno da soli nella notte/ e a quelle file di bare senza grazia.// E trovo che al domani va bene pensare/ e penso che sia bello anche cantare/ ma non riesco a guarire in me quel vuoto.

G.F. Fiochetto, archiatra di Casa Savoia e protomedico durante la peste del 1630 a Torino

Su “La Stampa” di oggi, l’articolo di Giorgio Ballario sulla peste del 1630 a Torino fa riferimento al protomedico Giovanni Francesco Fiochetto, autore dell’allora molto innovativo “Trattato della peste e del pestifero contagio”, stampato nel 1631.

Ci fa piacere segnalare che il Centro Studi Piemontesi, nel 2010, ha pubblicato una esauriente biografia del Fiochetto, autrice Maria Teresa Reineri: Dal secolo d’oro al flagello nero. L’archiatra di Casa Savoia Giovanni Francesco Fiochetto (Vigone 1564-Torino 1642)(pagg. 442), presente in tutte le più importanti biblioteche, non solo piemontesi.

La biografia di un personaggio dalla vita straordinaria è di per sé un “romanzo” e tale può definirsi questo libro che narra, con penna leggera ma storicamente documentata, la vita di Giovanni Francesco Fiochetto. Nato nel 1564 a Vigone da un notaio di provincia dimostra fin dalla gioventù che non avrà un’esistenza banale. Studia medicina alla Sorbona, si laurea a Torino dove esercita con sapienza così da essere, in breve, chiamato ad insegnare all’Università, nominato archiatra di Carlo Emanuele I e pedagogo dei suoi figli che poi segue alla corte di Filippo III di Spagna. Per più di quindici anni Fiochetto vive il “secolo d’oro”: alterna i soggiorni alla corte madrilena con i viaggi attraverso il Mediterraneo sulle navi spagnole comandate da Emanuele Filiberto, terzogenito del duca, e infine risiede in Sicilia con lui, creato viceré. Fino alla morte del Principe nel 1624.
Fedeltà e conoscenza gli sono riconosciute: nominato protomedico del ducato sabaudo si prodiga durante l’infuriare della peste (il “flagello nero”) del 1630 che descrive nel ben noto Trattato della peste.
Ammirevoli i rapporti familiari che mantiene, pur lontano. Elegge la natia Vigone sede del suo sepolcreto (portandovi ad operare Carlo di Castellamonte e le sue maestranze) e depositaria dei tanti lasciti caritatevoli.
Il libro segue con appassionata attenzione le vicende private e pubbliche lungo l’intera vita di Fiochetto fino alla morte, avvenuta nel 1642, raccontandone anche il sogno ambizioso ma vano, faro dell’intera sua esistenza: far vivere nella discendenza il nome a cui ha dato così grande lustro.
Le sue opere, in latino e in volgare, sono testimonianza della scienza, modernità, erudizione di un uomo, un grande piemontese, di altissima statura morale.