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il Museo Egizio si racconta in piemontese

Il Museo Egizio si racconta in piemontese
Otto le clip del progetto
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”

realizzate in collaborazione col Centro Studi Piemontesi
e patrocinate dalla Regione Piemonte

Il cammino di riscoperta delle proprie radici intrapreso dal Museo Egizio in vista della celebrazione dei suoi 200 anni di vita nel 2024, avviato nell’autunno scorso con il riallestimento delle cosiddette “sale storiche” dedicate alla genesi della collezione egittologica torinese, vive oggi una nuova e inedita tappa. Un’operazione culturale il cui protagonista è la “lingua” della Torino dell’800, il tempo in cui l’istituzione vide la luce: il piemontese è infatti stato scelto come strumento per un viaggio narrativo sul filo della memoria che racconta la storia del Museo Egizio e dei personaggi che l’hanno reso grande. Nascono così le otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” che, nel vero senso della parola, ridà voce, con la parlata del loro tempo (con sottotitoli in italiano), ad alcune delle più autorevoli figure del passato del Museo, ciascuna legata a una provincia della nostra regione. Sarà quindi possibile ascoltare in perfetto piemontese le vicende di Bernardino Drovetti nel video dedicato alla provincia di Torino, quelle del casalese Carlo Vidua per la provincia di Alessandria, conoscere l’astigiano Leonetto Ottolenghi, il biellese Ernesto Schiaparelli, per la provincia di Cuneo il monregalese Giulio Cordero di San Quintino, per quella di Novara Stefano Molli, natio di Borgomanero, mentre la provincia di Vercelli sarà rappresentata da Virginio Rosa e quella del Verbano Cusio Ossola da Giuseppe Botti. Nel corso dei mesi di novembre e dicembre, ogni martedì con cadenza settimanale, i canali social del Museo Egizio proporranno otto storie esclusive, offrendo al pubblico, con la collaborazione del Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, non soltanto l’opportunità di riscoprire la lingua piemontese quale patrimonio linguistico accessibile, ridando vigore e dignità alla cultura regionale, studiata e vissuta in chiave europea e internazionale, ma anche l’occasione per dare un volto ai protagonisti di grandi imprese e guardare da una nuova prospettiva al legame fra il Piemonte e l’antico Egitto.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”
3 novembre CUNEO e Giulio Cordero di San Quintino. Lo studioso che trasferisce e ordina la collezione a Torino
10 novembre ALESSANDRIA e Carlo Vidua. L’intellettuale viaggiatore che suggerisce l’acquisto al re.
17 novembre ASTI e Leonetto Ottolenghi. Quando il collezionismo si traduce in un patrimonio della collettività.
24 novembre BIELLA ed Ernesto Schiaparelli. La straordinaria scoperta della tomba intatta di Kha e Merit
1° dicembre NOVARA e Stefano Molli. L’architetto che servì la causa dell’egittologia italiana.
8 dicembre VERCELLI e Virginio Rosa. La passione per l’antico Egitto che rende immortali.
15 dicembre Il VERBANO CUSIO OSSOLA e Giuseppe Botti. Il primo demotista dell’egittologia italiana.
22 dicembre TORINO e Bernardino Drovetti. L’avventuroso diplomatico che raccolse la collezione di antichità egizie.

Vedi il trailer del Progetto al link: https://youtu.be/hvyme15OX6U

E la prima clip, Provincia di Cuneo: https://youtu.be/zZ7tz7Ad9sk

La poesia in piemontese di Giovanni Tesio

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Giovanni Tesio racconta il percorso di poeta in piemontese nelle sue più recenti pubblicazioni: Stantesèt sonet e Vita dacant e da canté per le edizioni della Ca dë Studi Piemontèis e Piture parolà e Nosgnor per Interlinea.

120 ANNI FA, IL 13 GIUGNO, NASCEVA RENZO GANDOLFO

Renzo Gandolfo (1900-1987)
“professore, critico, piemontesista”, “suscitatore di intraprese culturali” *

Albina Malerba

* Questo testo è stato parzialmente pubblicato sul numero speciale del “Bollettino della Società per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della Provinai di Cuneo, n.161, 2° semestre 2019, dedicato a I novant’anni della Società per gli Studi Storici di Cuneo. Protagonisti e storiografia, a cura di Emanuele Forzinetti. Le citazioni del sottotitolo sono da Giuliano Gasca Queirazza nell’articolo Una via di Torino per Renzo Gandolfo, in “Studi Piemontesi”, XXIX, 2 (2000), p. 340; e nella Premessa alla silloge di studi, “tributo augurale di stima, di ammirazione e di amicizia”, Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno, a cura di Gianrenzo P. Clivio e Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1975, 2 voll. pp. XV-886.

La storia di una Istituzione si intreccia sovente con la storia di una persona, che a partire da un cuore intelligente abbia saputo raccogliere energie, stringerle insieme, indirizzarle ad uno scopo comune. Il Piemonte e la sua eredità di cultura còlta nel respiro europeo della sua vocazione più autentica, è alla radice del pensiero di Renzo Gandolfo, la cui opera per il Piemonte non è scindibile dalla “sua” Ca dë Studi Piemontèis. Renzo Gandolfo, il “professore” del Centro Studi Piemontesi, era nato a Cuneo il 13 giugno del 1900. Trasferitosi a Torino con la famiglia, si laurea nell’Ateneo torinese con Erminio Juvalta, discutendo una tesi che ha per titolo Idee preliminari sulla posizione del problema morale. Per alcuni anni insegna ad Alessandria d’Egitto, dove il 31 dicembre del 1923 sposa Elena Donelli, una giovane di famiglia parmense, laureata con Ernesto Codignola al Regio Istituto di Magistero di Firenze. Rientrato a Torino nell’ottobre del 1924, s’impiega per un breve periodo alla Banca Commerciale. Poi conosce l’industriale e finanziere Riccardo Gualino, che avendo acquistato il quotidiano milanese “L’Ambrosiano” gli offre un posto come redattore al servizio Esteri del giornale. Non volendo sottostare all’obbligo di iscrizione al Partito Nazionale Fascista, nel 1930 lascia il quotidiano milanese e si trasferisce a Roma, dove riprende l’insegnamento presso l’Istituto Massimo dei Padri Gesuiti. Attraverso una serie di circostanze solo apparentemente fortuite, accetta poi la carica di Segretario del Commissariato Generale per la Navigazione dell’Adriatico, esercitata dalla Società Fiumana di Navigazione, di cui diventa nel tempo amministratore unico, quando viene trasformata in Società Adriatica Industrie Marittime, e infine direttore generale fino allo scioglimento nel 1961.

Renzo Gandolfo con Luigi Einaudi e Donna Ida

A Roma, nell’estate del 1944, in piena guerra civile, con altri amici subalpini, che per ragioni di lavoro, di politica, o per vincoli ereditari vivono nella capitale, dà vita alla Famija Piemontèisa di Roma, prestigioso sodalizio che ebbe come primo Presidente Luigi Einaudi, sostituito quasi subito da Giuseppe Pella, perché chiamato alla Presidenza della Repubblica. Gandolfo che ne era l’anima e il regista ricoprì sempre soltanto la carica di Vice–Presidente, secondo il suo stile sobrio, portato molto di più al fare che all’apparire. Ma non è un caso che lo storico siciliano Rosario Romeo nella Prefazione al suo monumentale lavoro su Cavour e il suo tempo pubblicato da Laterza, ricordasse come “La prima origine di questo lavoro risale ad un’iniziativa promossa in anni ormai lontani dalla Famija Piemontèisa di Roma” e indicasse in Gandolfo il committente e l’ispiratore: “A Renzo Gandolfo in particolare sento di dover qui dichiarare la mia gratitudine per la costante fiducia, le prove ripetute di interessamento, la cooperazione che fin dall’inizio non mi è mai mancata da parte sua, così che questa è in certo senso opera comune: per certi aspetti pratici, e per altri che appartengono invece alla sfera dei pensieri e delle idee” (R. ROMEO, Cavour e il suo tempo (1810-1842), Bari, Laterza, 1971, vol. 1, p. XI).

A Torino Gandolfo torna nel 1961, inviato dall’onorevole Pella, per disegnare e coordinare i lavori del volume commemorativo del Primo centenario dell’Unità d’Italia (La Celebrazione del Primo Centenario dell’Unità d’Italia, Torino, Comitato Nazionale per la Celebrazione del Primo Centenario dell’Unità d’Italia, 1961, pp. XXXIX-685, 249 ill. in b. e n. 64 tavole a colori), ristabilendosi poi definitivamente dal 1962 quando viene chiamato in Fiat come Consulente della Presidenza e della Direzione Generale. Intanto all’attività di promotore e di operatore, sia in campo imprenditoriale, sia in campo culturale, Renzo Gandolfo accompagna una non numerosa ma raffinata attività di studi, in particolare sulla letteratura in lingua piemontese (Si vedano i titoli più significativi nella Nota bibliografica, premessa al volumetto R. GANDOLFO, Conoscenza citato più sotto, pp.13-18).

I tempi sono maturi per riprendere un sogno accarezzato fin dagli anni dell’ “esilio” romano: raccogliere attorno ad un ambizioso progetto alcune forze vive e operanti sul territorio, con l’intenzione di ridar vigore e dignità alla cultura regionale, studiata e vissuta in chiave europea. È il 1969. Su queste premesse, alla vigilia dell’istituzione delle regioni, nasce il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, e tre anni dopo la rivista semestrale interdisciplinare “Studi Piemontesi”, progetto accarezzato e delineato da Gandolfo già fin dagli Anni Cinquanta. Ha settant’anni e una energia intatta. “Gandolfo -scriveva Luigi Firpo in un suo ricordo – mi ispirava una profonda soggezione, e lo dico quasi arrossendo ancora di imbarazzo, perché in fondo insegnavo da anni all’Università, ero persino accademico dei Lincei. Però di fronte a lui mi sentivo timido come un ragazzino, perché leggevo nel suo sguardo una volontà d’acciaio: […] Gandolfo era una spada nuda, una lama tesa; dritto, lucido, freddo, fermo, poi magari appassionato nell’intimo, ma verso l’esterno e di fronte al dovere, al fare, al dare, era di un’intransigenza assoluta” (L. FIRPO, Ricordo di Renzo Gandolfo, “Studi Piemontesi”, XVI, 2 (1987); poi pubblicato in un volumetto fuori commercio, Ricordo di Renzo Gandolfo, insieme ai contributi di ANGELO DRAGONE, Renzo Gandolfo, un piemontese che guardò al futuro, e di GIOVANNI TESIO, Renzo Gandolfo saggista e poeta, pronunciati nel corso della commemorazione tenuta il 27 aprile 1987 nell’Aula del Consiglio regionale del Piemonte a Palazzo Lascaris).

Renzo Gandolfo con Carlo Pischedda

Filosofo per formazione, classicista per sensibilità, liberale per tradizione familiare, manager per esigenze della vita, ha coltivato da sempre il convincimento fermo e attivo che la difesa e la valorizzazione delle virtù intessute nella storia della civiltà piemontese non fossero esercizio accademico, o nostalgico riparo, ma al contrario costituissero l’humus della crescita, e in certe epoche storiche la sola premessa della rinascita civica e morale di una gente: “…il passato piemontese di un Piemonte non agiografico ma con le sue luci e le sue ombre, le sue cadute e le sue vittorie, ha in sé la possibilità di una “mitizzazione”: non saprei quale altra regione potrebbe offrire tale supporto: l’idealizzazione di una società realmente vissuta, non in una Repubblica platonica o in un Regno di utopia, ma in una terra reale con una continuità dura e volitiva” (R. GANDOLFO, Conoscenza cit., p. 50).

Il catalogo delle pubblicazioni realizzate, i sommari dei fascicoli della rivista, la lista dei Convegni promossi negli anni di instancabile dedizione alla Ca dë Studi Piemontèis sono documenti tangibili del lavoro compiuto, senza raccontare del minuto impegno quotidiano di tessitura e di testimonianza.
A cent’anni dalla nascita la Città di Torino, per iniziativa del Centro Studi Piemontesi, che aveva promosso una grande raccolta di firme, gli ha intitolato una via: il tratto tra corso Re Umberto e via Confienza, parallelo alle vie che portano il nome di due altri grandi piemontesi Michele Ponza e Angelo Brofferio.
Dedicare una via – ricordava Giovanni Tesio nell’intervento alla cerimonia ufficiale di intitolazione il 19 settembre 2000 – ha il sapore di un rituale di resistenza. Di quella resistenza semplicemente umana che gli uomini oppongono alla civiltà postmoderna dell’omologazione, di perdita dell’identità” (G. TESIO, Una via di Torino per Renzo Gandolfo, in “Studi Piemontesi”, XXIX, 2 (2000), p. 340).

Lettera di Rosario Romeo a Gandolfo

Sarebbe però un errore pensare a Renzo Gandolfo con i colori della nostalgia del bel tempo d’antan. Se il ricordo resiste è perché il suo pensiero e la sua opera hanno radici profonde e lontane che hanno sempre saputo guardare al futuro. “Figura di spicco – scriveva Angelo Dragone nei giorni successivi alla scomparsa – e di sicuro riferimento in un ormai perturbato quadro della società italiana contemporanea. Sicché pareva uscito, dopo il lungo ventennio fascista, dal fervore stesso della ricostruzione postbellica, mentre in realtà affondava le sue radici nel miglior nostro passato democratico, di cui ha espresso con esemplare concretezza le rinnovate, più alte aspirazioni. Tra breve, col rapidissimo trascorrere del tempo, dinanzi al suo nome le nuove generazioni saranno portate a collocare l’opera nel campo degli studi storici-letterari […] E potrebbero anche esser portate a coltivare il mito nato dalla testimonianza che gli si continuerà a rendere nelle nostre famiglie piemontesi, additandone ad esempio l’antica severa moralità, cui Renzo Gandolfo ha improntato l’intera sua vita d’uomo e il civile impegno erga omnes; con l’eletta umanità e lo spirito che l’hanno guidato nel corso di un’esistenza interamente spesa a vantaggio della società di cui doveva sentirsi partecipe, ma in primo luogo della terra in cui era nato e cresciuto, la sua ‘piccola patria’ piemontese” (A. DRAGONE, Renzo Gandolfo, un piemontese che guardò al futuro cit.).

Renzo Gandolfo con l’Avv. Gianni Agnelli

Se il volto di una città è nel profilo della sua architettura, nello snodarsi e riannodarsi di facciate, piazze, giardini, nell’intersecarsi geometrico di contrade e viali, l’anima della sua storia è stratificato nel nome delle strade. Che il nome di Renzo Gandolfo resti inciso nella toponomastica del centro di Torino e in quella di Cuneo a Madonna dell’Olmo, dove Gandolfo trascorreva le sue estati (su la cascina “Benessìa” di Madonna dell’Olmo si veda il racconto Arcòrd nel volumetto R. GANDOLFO, Da ‘n sla riva…, raccolta di poesie e prose in piemontese pubblicate postume a cura di A. Malerba e G. Tesio, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1988, pp. 31-36), ci richiama al senso di continuità e di condivisione che ogni individuo e ogni comunità dovrebbe avere: ”La sensassion e la religion ëd fé part ëd na caden-a ch’an gropa ai nòstri vej e che noi, dòp d’avèj giontà nòstr anel, i dovoma passé ai nòstri fieuj”( la sensazione e la religione di far parte di una catena che ci lega ai nostri antenati e che noi, dopo aver aggiunto il nostro anello, dobbiamo consegnare ai nostri figli).
Il 14 marzo 1987 Renzo Gandolfo moriva nella sua casa di via Revel 15 a Torino, oggi sede del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis. E in queste aperte stanze, rinnovate per la sistemazione dell’Archivio istituzionale e della Biblioteca storica, superati i 50 anni di fondazione, il lavoro continua nel solco dei valori etici e culturali tracciati “dal professore”.

Per i 50 anni di fondazione del Centro Studi Piemontesi è stato ristampato il volumetto: Renzo Gandolfo, Conoscenza – e coscienza – attuale del passato piemontese Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2019 pagg. 51. ISBN 978-88-8262-192-6.
Testo della conferenza tenuta da Renzo Gandolfo al Circolo della Stampa di Torino il 31 maggio 1984, poi pubblicato sulla rivista “Studi Piemontesi” fascicolo 2, volume XIII, novembre 1984. Ristampato in occasione del “Ricordo di Renzo Gandolfo” nel decimo anniversario della scomparsa, celebrato il 2 aprile 1997, al Circolo della Stampa di Torino. Nuova ristampa per festeggiare il 50° di fondazione del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 11 giugno 2019 (Prezzo di copertina € 5 – in omaggio ai Soci).
Sono passati esattamente 51 anni dalla fondazione del Centro Studi Piemontesi e 36 dalla conversazione Conoscenza – e coscienza – attuale del passato piemontese, che Renzo Gandolfo tenne al Circolo della Stampa di Torino il 31 maggio 1984 mettendo magistralmente a fuoco «quella stratificazione millenaria di esperimenti e di acquisizioni» costituente l’essenza della civiltà piemontese.

Renzo Gandolfo al Circolo della Stampa con il Presidente Alfredo Toniolo

Il messaggio di Gandolfo, nuovamente consegnato alle stampe, per festeggiare il cinquantenario della Ca dë Studi, conserva un’attualità vigorosa, una lucidità cristallina e non cessa di indicare la strada per cementare, conservare e rinnovare una civiltà che merita di mantenersi e trasmettersi vitale ed espressiva non solo in un contesto semplicemente internazionale o cosmopolita ma anche, eventualmente, in un mondo “globale” che sembra volersi formare senza troppi riguardi per le identità e i valori locali o nazionali.
Guardando alle nuove sfide e all’impegno che da parte di ciascuno è auspicato di fronte a un mondo in turbinosa evoluzione, merita concludere con alcune espressioni del professor Gandolfo che, all’insegna del realismo, ci ha lasciato un monito che è, ad un tempo, esortazione a difendere e diffondere dinamicamente valori e civiltà, agendo e “partecipando”: «senza miti, senza drapò di raccolta e di battaglia, quale società mai ha fiorito? I popoli inerti sono destinati a rientrare nel ventre oscuro della storia».

Oreste Gallina (Mango d’Alba 1898 – Arona 1985)

“Ci piace vedere in Oreste Gallina un precursore del riscatto dei “paisan” piemontesi dalla secolare miseria, che si è realizzato negli ultimi decenni proprio attraverso la terra e il lavoro, facendo della Langa, patrimonio mondiale dell’Unesco, delle sue vigne e dei suoi prodotti, un gioiello del made in Italy. E profeta, forse, del messaggio del cibo “buono, pulito e giusto”, che nasce prima di tutto dal rispetto del “paisan” e del suo lavoro, che Carlin Petrini e il suo “Slow food”, nati non a caso sulle stesse colline proprio mentre Gallina ci lasciava, giusto trent’anni fa, diffondono nel mondo intero” (dal resoconto del Convegno dedicato a Oreste Gallina nel 30° anniversario della scomparsa tenuto ad Arona il 16 aprile 2016).

     Nato a Mango d’Alba nel 1898. Latinista, professore di lettere, legato a Nino Costa e a Pinin Pacòt fin dai tempi dell’Accademia Militare, prima della Grande Guerra. Con Pacòt e Alfredo Formica fonda, nel 1927, la prima serie della rivista “Ij Brandé”. Scrive inizialmente nella lingua della koiné e poi nella parlata langarola, più aderente alla tematica “contadina” della sua poesia. Muore il 15 ottobre del 1985 ad Arona, dove è per tanti anni Preside delle Scuole Medie.

  Il suo itinerario poetico, dall’esordio di Freidolin-e, [Colchici] (1926) fino alla scelta antologica Arie langarole [Arie di Langa] (1970), passando per le tappe di mezzo costituite dai tre libri Canta, Péro! [Canta, Pietro!] (1933), Pare e fieul [Padre e figlio] (1946), Mia tèra [Mia terra] (1960), che è un po’ la summa poetica di una vita, è marcato dal passaggio cruciale da un mondo cittadino e d’occasione ad un mondo contadino e di elezione. “Non però irreversibilmente, se è vero che dopo Canta, Péro!, in questo senso il libro più rigoroso, molti dei componimenti del di fatto ultimo libro originale, Mia tèra, ritornano alla koiné e ai temi più convenzionali. Del resto anche quando Gallina sposa la parlata locale, lo fa secondo le prudenze che gli impone la sua seconda nascita: quella poetica e culturale della città vissuta specialmente all’insegna del sodalizio con Pacòt. Non dunque una discesa radicale lungo i gradi dell’essere, ma piuttosto la faticosa scoperta della pari dignità culturale di un mondo e di un linguaggio periferici, poeticamente affermata in equilibrato conguaglio di forme e di scambi lessicali: come dire un andirivieni frequente tra dialetto di Langa e koiné, stando a quanto conferma la stessa vicenda narrativa di Péro, personaggio eponimo. Péro vive in Langa, ma per una questione di campi e di confini dà il suo addio alla terra e va a conoscere il mare, salvo pentirsene presto e tornarsene a casa, per un soggiorno tuttavia breve, giusto il tempo per fare la sua dichiarazione d’amore a Catlin-a (Caterina) e riprendere la strada che va in città, a vivere di lavoro e nostalgia. Solo allora, come in un piccolo romanzo di formazione, Péro torna a casa definitivamente, si sposa, ha un figlio, lavora la terra e vive in pace con il ciclo delle stagioni, elegiacamente invecchiando come un saggio” (Giovanni Tesio).

In Gallina la poesia della terra perde ogni connotazione moraleggiante o coloristica. La terra non è solo la proprietà: «L’é queicòsa ‘d pì che la campagna, queicòsa ‘d pì che la natura. E col queicòsa ‘d pì a l’é l’òm». E la sua lingua è quell’idioma che è tutt’uno con «la tèra che, prim an nòst parlé, a l’ha cantà Oreste Gallina » .
“In fondo poi, c’è sempre un melanconico indugio nei ricordi, un senso del tempo e delle stagioni della terra e della vita, come s’addice ad una natura sensibile che il suo paese, la sua gente e la sua cultura, maturarono in poesia, dal classico accento e dalla scottante verità lirica” (Gino Giordanengo)
Il Centro Studi “Beppe Fenoglio” ha proposto all’Amministrazione comunale di Alba l’intitolazione di una via che è stata a lui intitolata il 30 aprile 2013.

MIA TERA… !
«a me pare »
Parla, me cheur, ch’it bate sensa pas,
sperdù parèj ‘d na ciòca an fond dla val;
parla për ti, ma dislo lòn ch’it l’has,
ch’it ses così s-ciassà ch’it ëm fas mal.
[…]
At torno fòrse i seugn viscà dal sol
e spatarà dal vent quand ch’i durmìa,
cunà dal crij ‘d le siale, ai pé ‘d na rol,
i rissolin ant l’erba ch’a fiorìa?
Guarda, me cheur, i seugn a son farfale,
l’é inùtil ch’i të sbate e ch’i t’arbate:
lor a svolato al sol, së sfriso j’ale,
a casco an tèra e peui, guardje, a son gate!
[…] Veuj sentme monté su për le nariss,
intré ant ij dij, ant j’òss, fin-a ‘nt la miola,
l’odor dla tèra, ‘l gëmme11 dle radis
e le canson che a mi as dëstisso an go/la!
N’hai pro ‘d soris ëd boche ambërlifà,
n’hai basta d’arie dròle e d’impostura,
me cheur a seufr, a sëcca ‘nt la sità,
i sarai quàder12 , ma veuj d’aria pura!
[…]
Là, j’é la smens dla volontà d’assel,
la smens dla pas, dla gòj, la smens dla fòrsa,
che mi l’hai nen përchè tò arbut novel,
ti, pare, t’has vestilo ‘d n’autra scòrsa16 !
E adess, për me maleur, l’hai mach ëd feuje,
che ‘l vent a s-cianca, ël vent ëd la sità;
e i podrai nen canté, s’i peuss nen cheuje
jë spi d’òr an sle pere ‘d mia carzà.
L’hai da manca dël sol e dla frëscura:
l’hai mach un seugn ch’a rij mentre a s’avsin-a:
pòrtme, pare, lassù ‘nt col’aria pura,
lassù mi veuj arnasse! An sla colin-a!

La mia terra. A mio padre. Parla, mio cuore, che batti senza pace, / sperduto come una campana in fondo alla valle;/ parla per te, ma dì che cosa hai,/ che sei così stretto da farmi male.//[…]Ti tornano forse i sogni accesi dal sole/ e sparsi dal vento quando dormivo,/ cullato dal canto delle cicale, ai piedi di una quercia,/ i riccioli nell’erba che fioriva?// Guarda, mio cuore, i sogni sono farfalle, / è inutile che ti dibatta e ti agiti:/ loro svolazzano al sole, si sbriciolano le ali,/ cadono a terra e poi, guardale, sono bruchi! // […] Voglio sentirmi salire su per le narici, / entrare nelle dita, nelle ossa, fino al midollo, / l’odore della terra, il gemito delle radici/ e le canzoni che a me si spengono in gola!// Ne ho abbastanza di bocche truccate,/ ne ho abbastanza di arie strane e d’impostura,/ il mio cuore soffre, appassisce in città,/ sarò quadrato, ma voglio aria pura!// […] Là, c’è il seme della volontà d’acciaio,/ il seme della pace, della gioia, il seme della forza,/ che io non ho perché il tuo giovane germoglio,/ tu, padre, l’hai vestito di un’altra corteccia!// E adesso, per sfortuna, ho solo foglie, / che il vento strappa, il vento di città;/ e non potrò cantare, se non posso raccogliere/ le spighe d’oro sulle pietre della mia carreggiata.// Ho bisogno del sole e della frescura:/ ho soltanto un sogno che mi sorride mentre si avvicina:/ Portami, padre, lassù in quell’aria pura,/ lassù voglio rinascere! Sulla collina!

Cartoline dai nostri Saloni del Libro #SalToEXTRA

Il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis ha partecipato con un suo stand fin dalla prima edizione del Salone Internazionale del Libro Torino, e era prenotato per l’Edizione 2020!
Da 33 anni come oggi, da Torino Esposizioni al Lingotto, siamo sempre stati gioiosamente impegnati ad allestire il nostro Stand.
Un amarcord di immagini, persone, iniziative, impegno, lavoro….che affidiamo a qualche fotografia dalle migliaia che custodiamo nell’Archivio istituzionale…., nell’attesa di rivederci presto al Lingotto.

Maria Teresa Reineri con la sua biografia di Anna di Orléans
#SalTo19: si parla dell’Archivio del Centro Studi Piemontesi con Andrea Ludovici e Rosanna Roccia
#SalTo 18: Graziella Riviera e Bruno Gambarotta presentano La strada del Fiammingo
Enrico Eandi
Federico Bona, Roberto Sandri-Giachino, Roberto Placido , Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio
Con Elena Gianasso
Albina malerba, Tavo Burat, Giovanni Tesio
Il nostro stand con Lara Ferrando
Allo stand con Lara Ferrando e Valeria Moser
La sindaca Chiara Appendino, con Albina Malerba e Giulia Pennaroli
Massimo Bray al nostro stand, con Albina Malerba e Giulia Pennaroli
Stand in allestimento
Dietro le quinte
#SalTO18: Alberto Cavaglion, Giuseppe Pichetto, Simonetta Tombaccini, Sandra Rebershack, Albina Malerba presentano La nazione Ebrea di Nizza
Franca Varallo, Marco Carassi, Rita Marchiori
Un particolare dello stand
Il convegno “Comunicare le lingue meno diffuse in Piemonte” nello spazio del Consiglio regionale del Piemonte
Il REP- Repertorio Etimologico Piemontese
il nostro stand, con Giulia Pennaroli e Adriano Savio
#SalTo2010 Conferenza Salviamo la memoria e il futuro, con Emanuele Filiberto di Savoia.
Uno dei disegni realizzati da Daniela Rissone per il Centro Studi Piemontesi

Proponiamo dal nostro canale YouTube il video di alcuni incontri delle scorse edizioni del Salone del Libro:

#SalTo19 Cinquant’anni al servizio della cultura – in occasione dei 50 anni del Centro Studi Piemontesi, con Giuseppe Pichetto, Rosanna Roccia, Franco Cravarezza, Graziella Riviera, Albina Malerba, autori e collaboratori di “Studi Piemontesi”

#Salto18 Presentazione Per l’immagine dello stato di Elena Gianasso, con l’Autrice e Costanza Roggero

#Salto18 Presentazione Anna Maria d’Orléans di Maria Teresa Reineri, con l’Autrice e Gustavo Mola di Nomaglio

#Salto18 Presentazione La strada del fiammingo di Graziella Riviera. Con l’Autrice intervengono Bruno Gambarotta, Renata Lodari, Rosanna Roccia; letture di Laura Riviera

#Salto 18 Presentazione La Nazione Ebrea di Nizza di Simonetta Tombaccini. Con l’Autrice intervengono Giuseppe Pichetto, Albina Malerba, Sandra Rebershack, Alberto Cavaglion

Il 25 aprile nella poesia in piemontese

Giuseppe Goria

Il Piemonte ha testimoniato la tragedia della Seconda Guerra Mondiale attraverso le pagine di scrittori in lingua italiana come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Nuto Revelli e tanti altri.
Nelle loro pagine si possono leggere con diverso accento le diverse parole che compongono la coralità di quella tragedia: la distruzione, la fame, la morte, l’altrove, la persecuzione, la perdita della dignità, la volontà di riscatto. Benché meno conosciuti, anche gli scrittori in piemontese hanno testimoniato quel momento storico e vogliamo ricordare il momento della Liberazione di Torino con le parole di poeti che vissero – quasi tutti – in prima persona quell’ultima fase della guerra.

Credo che un po’ tutti conoscano Coj ch’a marcio an prima fila, di Nino Costa dedicata al figlio Mario, caduto in Val di Susa, e “a tutti i patrioti morti per l’Italia”, o la lucida visione – sempre attuale – della “nita nèira dle miserie uman-e” ( “mota nera delle miserie umane”), habitat naturale “dij verm drinta soe tan-e” (“dei vermi nelle loro tane”).
Vorrei proporre nomi, meno noti, che mi pare giusto rimettere in evidenza.

Inizio con Ettore Piazza (Carpignano S. 1901 – Genova 1962), membro del CLN novarese, attivista del PCI, poeta nel piemontese di Carpignano. La sua unica raccolta, Canto ancora a bocca chiusa, con prefazione di Davide Lajolo, è del 1977. Spigoliamo alcune immagini, dove si allungano le ombre del funerale di un Garibaldino, morto

fin da marz dal quareuntacinch –
e l’ànima secreta dël pais
squasi vargognosa da mostressi
greunda sota l’eucc dël sol
al pass dël fineral” (da Carpigneun)

‘l di dla seu pruma azion
fin da marz dël quareuntacinch
batèsim dal feuv
batèsim dal seungh
batèsim dla mòrt.

Vòii ‘l cai , negra la stra,
sfida a todesch e fascista

(“il giorno della sua prima azione/ fine marzo 1945/ battesimo del fuoco / battesimo del sangue / battesimo della morte-/ .. Vedo le case, nera la strada,/ sfida a tedeschi e fascisti / ” fine marzo 1945- / e l’anima segreta del paese / quasi vergognosa di mostrarsi / grande sotto l’occhio del sole / al passo del funerale”)

Sentiamo poi la rabbia sorda di Carlo Regis (Mondovì 1929 – 2017) che ricorda su una lapide di Piassa Magior di Mondovì un’atrocità del 1945:

“Mace ‘d sangh su la piassa stamatin,
an sle pere grise, sul murajon scrostà,
doi pòvri fagòt, un prèive e dij sassin:
a costa mace ‘d sangh la libertà.

( “Macchie di sangue sulla piazza stamattina / sulle pietre grigie, sul muro scrostato, / due poveri fagotti, un prete e degli assassini: / a queste macchie di sangue la libertà”).

È la rabbia cupa della nostra gente, “gent ch’a sà nen brajé, / che cito a travaja,/ ma ch’a dësmentia nen” (“gente che non sa gridare,/ che silenziosa lavora,/ ma che non dimentica”, “Se…”).
Umberto Luigi Ronco (Pamparato 1913 – Roma 1997), poeta e pittore del secondo futurismo, ferma un istante di speranza e di morte:

Adess, ël partisan,
a l’é lì, sol ant la neuit, a confidene
che chiel a l’ha lesù
andrinta ai nòstri cheur.
A l’ha lesù
ij nòstri desideri ‘d Libertà,
la nòstra fiusa ant j’òmo lìber ëd doman.

Tut sòn a l’ha lesù, ‘nt ël cheur uman
l’òm cogià sensa vita dzora ij sorch:
ël partisan
con ij dij rèid e ross ëd sangh
fòrt angripà a la sengia ‘d sò fusil,
con la boca fongà ‘nt la tèra nèira
come un garij ‘d persi
s-ciapà dal sol.

(da Partisan con folar ansangonà)

(Adesso, il partigiano,/ è lì, solo nella notte, a confidarci/che lui ha letto/ dentro i nostri cuori./ Ha letto / i nostri desideri di Libertà,/ la nostra speranza negli uomini liberi di domani.//Tutto ciò ha letto, nel cuore umano,/ l’uomo disteso senza vita sopra i solchi: il partigiano/ con le dita rigide e rosse di sangue/ strtto forte alla cinghia del suo fucile,/ con la bocca affondata nella terra nera/ / come un nocciolo di pesca/ spaccato dal sole).

Armando Mottura (Torino 1905 – 1976), rivolto spesso a tematiche sociali, in particolare negli ultimi testi, così dà voce al Lament dël partigian :

Fischia il vento…soffia la bufera
…le panse veuide e pòchi strass adòss…
Tut provisòri antorn! Na còsa vèra:
sta rabia sorda ch’is portoma ant j’òss!

(Fischia il vento…/ le pance vuote e pochi stracci addosso…/Tutto provvisorio intorno! Una cosa vera:/ questa rabbia sorda che ci portiamo dentro le ossa!).

Se Nino Costa colloca la patria del resistente in quella montagna dov’è possibile un ripristino di umanità e di dignità (La mia patria l’é sla montagna / l’é sla montagna servaja) anche Armando Mottura vede in quella scelta un’elezione:

E ti, montagna nòstra, granda e pura,
t’ën guerne, bon-a mare, ant ij tò brass
(idem).

(E tu, montagna nostra, grande e pura, / ci reggi, buona madre, nelle tue braccia)

Tavo Burat (Stezzano, BG, 1932 – Biella 2009) coglie in una delle tante immagini di morte un luccichio di speranza legata alla stessa natura della montagna:

Ël Partigian regala al vent
ant n’ambrassada drùa
costa soa cros eterna
anzolivà ‘d fërpe ‘d sol
e ‘d lerme ‘d galaverna.
(da Pasqua)

(Il partigiano regala al vento / in un abbraccio vigoroso/ questa sua croce eterna / ornata con merletti di sole / e lacrime di brina).

Meno emozionale (meditato ma non vissuto), più pacato ed etico è il messaggio di Giovanni Tesio, che invita a ricordare i valori di quei giorni non solo nelle tempeste, ma proprio nei giorni migliori:

… Ma peui – se sòn a conta pì che tut –
a l’é përchè ch’an lassa na consigna:
ëd fesse resistent ‘nt ij di brut
ma cò ‘n coj bej, coj ëd j’arcòlt ën vigna …

( Ma poi – se questo conta più di tutto –/ è perché ci lascia una consegna:/ di farci resistenti nei giorni brutti/ ma anche in quelli belli, quelli dei raccolti in vigna).

Chiudo questa piccola rassegna (brillante di luce propria per incompletezza) con Tavio Cosio (Villafalletto 1923 – 1989), spessiari dal Mel , farmacista di Melle, scrittore vivacissimo in piemontese ed in occitano alpino, che in questa lingua volle ricordare le vittime civili a cui è intestata la via Tre Martiri di Melle. Pare assistere ad una medievale danza macabra, una Totentanz valligiana:

passa la Mòrt, lo dalh estrech en punh
passa un àngel ente l’àire, a vòl rasent
marca tres noms sus lo carnet di Martres

(da Dralha Tres Martres)

(passa la Morte, la falce stretta in pugno, / passa un angelo nell’aria, a volo rasente, / scrive tre nomi sul libro dei Martiri).

…E con grande rincrescimento per tutti quelli non citati (tanti!) invito i lettori a scoprirli.

Na lòsna an fior/Un lampo in fiore

Nel nostro tradizionale calendario de “I colloqui del lunedì” della primavera 2020 – tutti tristemente rinviati per i motivi che ben conosciamo – il 6 aprile era in programma la presentazione del libro pubblicato nella collana di Letteratura piemontese moderna n. 22 del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Na lòsna an fior

Poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio

 a cura di Albina Malerba e Dario Pasero

Versione in lingua inglese di Celestino De Iuliis

Prefazione di Giovanni Tesio

 Il volumetto raccoglie le poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio (Torino 1942-Toronto 2006), accompagnate dalla traduzione in italiano e in inglese.

Filologo, Professore all’Università di Toronto, tra i fondatori del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, autore di molti studi su temi di linguistica e letteratura piemontese, Clivio è stato anche poeta per un breve segmento della sua vita, forma letteraria in cui amava utilizzare anche termini ed espressioni del piemontese antico, ormai in disuso nel XX secolo. I testi sono collocati secondo la cronologia della loro edizione nelle varie riviste che li hanno ospitati, mantenendone la grafia, peraltro perfettamente aderente alla “Pacotto-Viglongo”, al cui perfezionamento lui stesso aveva collaborato negli anni Settanta. “Tutt’altro che un esercizio a latere – scrive Giovanni Tesio nella Prefazione – è la poesia di Gianrenzo P. Clivio. Non numerosa, no, ma solida e profonda, sicuramente lirica, tendenzialmente poematica, ossia non frammentistica, e meno che mai frammentaria. Clivio porta nella sua poesia la sua passione di studioso…”.   Il libro, pubblicato nella ricorrenza dei cinquant’anni di fondazione della Ca dë Studi Piemontèis, vuole essere una testimonianza di gratitudine, di affetto, di continuità. “Le paròle ‘d poesìa sono la pera ch’a dura e nel ricordo di rinnova”.

Proseguendo nel percorso della nostra piccola antologia di poesie in piemontese, tratta da Na lòsna an fior, proponiamo la poesia

Ant j’ore

di Gianrenzo P. Clivio

Ant j’ore ch’a men-o an tormenta l’arbeuj ëd la vita,

la scòrsa dura dël nòst cheur a smija che a casca

com un ariss antorn a na castagna mura:

e a no parëss antlora che ant l’aria diversa

d’un mond sensa pressa

a canta e a piora mës-cià për mascarìa

tuta la gòj e tut ël mal dla vita,

tuta la blëssa ’d n’aragnà ‘nt ël sol,

tut lë sgiaj ëd na lòdola

sfrisà al vòle da na reusa ‘d piomb.

(1968)

Nelle ore. Nelle ore che trasformano in tormenta il ribollire della vita,/ la scorza dura del nostro cuore sembra che cada/ come un riccio intorno ad una castagna matura:/ e ci sembra allora che nell’aria diversa/ di un mondo senza fretta/canti e pianga mescolandoli per stregoneria/ tutta la felicità e tutto il male della vita,/ tutta la bellezza di una ragnatela nel sole,/ tutto il ribrezzo di una allodola/ fatta a pezzi al volo da una rosa di piombo.

In the Hours. In the hours that transform into a tempest the bustle of life,/ the hard rind of our hearts seems to fall/ like a husk around a ripe chestnut:/ then it seems to us that in the different air/ of an unhurried world/ there sings and weeps, mingling them through magic,/ all the happiness and all the evil of life,/ all the beauty of a spider’s web in the sunlight,/ all the horror of a skylark/ shredded in mid-flight by a spray of lead.

una poesia per questi giorni

GIOVANNI TESIO: Professore, critico letterario, studioso di letteratura italiana con una gran messe di saggi su poeti e scrittori italiani e piemontesi. Da alcuni anni si dedica con impegno alla poesia. Citiamo soltanto i due libri di Sonetti, pubblicati per le edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Stantesèt sonèt, Prefazione di Lorenzo Mondo, postfazione di Albina Malerba (Pagg. IX-108, 2015); e Vita dacant e da canté, Prefazione di Pietro Gibellini (Pagg. XIII-380 ,2017).

Pubblichiamo qui un suo sonetto inedito dedicato a questi nostri difficili giorni.

                      S’a-i é chi a canta da pogieuj e fneste

                      i veuj pa dì ch’a l’abio nen le teste

                      combin ch’i treuva che fé festa ai mòrt

                      a sia ‘n po’ da mat o spirit fòrt.

                      La nav dij fòj ch’ambarca ‘l pess ëd noi

                      con l’ilusion ëd fé na còsa bon-a

                      e noi tuj lì a remé, o che brajoma,

                      për nen pensé che soma ‘n t’un garboj.

                      Mi penso ai mòrt ch’i peuss nen compagné

                      ai mòrt ch’a van da soj drinta la neuit

                      e a cole file ‘d bare sensa deuit.

                      E treuvo che al doman va bin pensé

                      e penso ch’a sia bel fin-a canté

                      ma riesso nen a varì ‘n mi col veuid.

Traduzione

Se c’è chi canta da balconi e finestre/ non voglio dire che non abbiamo le teste/ benché io trovi che far festa ai morti/ sia un po’ da matti o da spiriti forti.// La nave dei folli che imbarca il peggio di noi/ con l’illusione di fare una cosa buona/ e noi tutti lì a remare, o che gridiamo,/ per non pensare che siamo in un groviglio.// Io penso ai morti che non posso accompagnare/ ai morti che vanno da soli nella notte/ e a quelle file di bare senza grazia.// E trovo che al domani va bene pensare/ e penso che sia bello anche cantare/ ma non riesco a guarire in me quel vuoto.