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La Divina Commedia in Piemontese 2

Giuseppe Goria

Le traduzioni di Giacinto Bozzi (Torino 1880 -1950)

Magistrato, compagno di Ginnasio di Giulio Segre che ne ha scritto il ricordo su “Ij Brandé”, n.83, 15 febbraio 1950.

A proposito della sua poesia e della sua traduzione di Dante, Segre scriveva: “Ij vers a l’han tentalo pì ‘d na vòlta e noi i l’oma lesù ant Ij Brandé ‘d còse fin-e, pien-e ‘d sentiment, riche d’oservassion; con na certa ingenuità nòstr amis  a l’é lassasse tiré a traduve an piemontèis quàich cant  ëd Dante, e, fin-a andova ch’as peul rivesse, ‘l tentativ a l’é riussì discretament bin”.

Da: 

CANT XXI DL’INFERN

“Ij Brandé”, n. 16, 1 magg, 1947

Parèj, an parland d’àutr che i arpòrto nen,

Përchè a sarìo ‘d ricòrd fòra del cas,

Da ‘n pont a ‘n pont, soma rivà ‘n sël pien. (1)

E, stand lì an mes, i l’oma ficà ‘l nas

Ant cola bòlgia andoa a sgarisso ij mòrt

Ma nèira coma an boca al luv ravas.

A më smijava a Venessia, daré ‘l pòrt,

D’invern, quand beuj la pèis drinta ai caudron

Për rangé ij bastiment ‘d tute le sòrt,

E chi n’ampianta un neuv, chi a-j fà un tacon

‘Nt le còste a n’àutr, tut frust, tut  ëd garela, (2)

Ch’a l’era forse mej vendlo al balon,

E, alé!, d’an sima an fond, dajla e martela,

Chi sambla ‘d rem, chi fa su ‘d còrde an mass

E chi a cus a dzorman biocie a la vela. (3)

Dcò lì l’istess; la pèis l’era un paciass

Che sensa feu, për un divin dissegn,

A brandava antacand tuti ij rivass.

Mi i vedìa mach le gògole  fé ij segn

E gnente d’àutr, an mes tut col arbeuj,

E gonfié an su e calé an giù goregn.

Mentre i slumava fiss, fërtandme j’euj,

Ël Magister l’ha dame në strincon

Disendme: “Guardte an sà,gavte dj’ambreuj!”

Mi son virame antlor come un mincion

Che, volend vëdde andoa a dev nen guardé,

A bogia avanti e a smicia a l’arculon

Pien ‘d na pavan-a ch’a lo fa tramblé:

E i l’hai vist un diavlass nèir e scaros

con na furia dl’infern cor-ne daré.

(1) il colmo dell’arco descritto dal ponte

(2) di traverso, di sbieco

(3) scampoli di nessun valore

CANT XXX DL’INFERN 

“Ij Brandé”, n. 7, 15 dicembre1946

(quasi certamente tradotto da Bozzi)

Mi l’hai ciamà : “ Chi son coj doi meschin,

ch’a fumo com d’invern le man bagnà,

a la toa drita strojassà davzin?”

“l’hai trovaje” – l’ha dit – “parèj cogià

quand son piovù dcò mi tacà sto pàira

e i chërdo che dij doi pì gnun bogg-rà.

Chila l’é cola fàussa ‘d Putifàira, (1)

E chiel l’é Sinon grech, fàuss com na spia:

Un spussa për la frev  e l’àutra a fiàira”.

Ma l’òmo ch’a l’avìa daje s’na bija

‘d pijesse coj nòm, l’ha arfilaje un paton

sla pansa gonfia coma na vëssìa.

Costa, tapà ‘n sël dur, a l’ha fàit bon!

E mastro Adam a l’ha slongaje an pien

‘nt  ël mes dla ghigna dcò un bel balordon,

disendje: “Bele che mi im bogia nen,

përchè im sento le gambe ambarassà,

pura co’l brass peuss dete lòn ch’at ven!”.

E l’àutr: “ Ti ‘t j’ere pa tant dës-ciolà

quand të mnavo a rustì, ma bin linger

quand it batìe ij sòld fàuss con dle massà!”.

…….

C.

(1) il traduttore usa la consuetudine piemontese di indicare le donne con il nome del consorte al femminile. Nel nostro caso la moglie di Putifarre  è Putifaira.

La Divina Commedia in piemontese

Giuseppe Goria

Le celebrazioni del VII centenario della morte di Dante sono iniziate da poco e già le uscite editoriali, le discussioni aperte, in Italia e all’estero, ci danno un’idea del peso della sua opera e della vitalità del suo messaggio.
Come Centro Studi Piemontesi siamo stati colpiti dal fatto che in più di un’ occasione si è fatto cenno a traduzioni regionali, ignorando tuttavia (o quasi) le prove date in piemontese o considerandole più o meno come un esercizio burlesco.
Pinin Pacòt trattò brevemente ne “Ij Brandé” delle traduzioni dantesche, antiche e moderne, proponendone una nello stesso numero, lasciandoci a bocca asciutta circa l’identità dell’autore, di cui diceva soltanto che si trattava di un magistrato (“Ij Brandé”, n. 7, 15/12/1946). Di magistrati che scrivessero in piemontese ce n’erano solo due: Alessio Alvazzi Del Frate e Giacinto Bozzi.
Dall’omaggio scritto in morte del secondo (1950) da Alvazzi Del Frate apprendiamo che Bozzi affermava l’interesse alle traduzioni dantesche regionali, tanto da proporne a Pacòt una firmata, lasciando intendere che ve n’erano altre non firmate. Il segreto diventa un segreto di Gianduja (non si può dire di Pulcinella) (“Ij Brandé”, n. 83, 15/02/1950, pag. 1: “mach una vòlta a l’ha vorsù buté ciàir sò nòm e cognòm; e a l’é stàita un-a dle soe passientìssime, për nen dì miracolose, tradussion da l’ Infern ëd Dante”. Alex si riferisce al n. 16, 1^ maggio 1947).

Sulle tracce di Luigi Riccardo Piovano

Al tempo dell’articolo di Pacòt non era tuttavia ancora uscita l’edizione dantesca piemontese per eccellenza, quella di Luigi Riccardo Piovano.
Edizione alquanto misteriosa, a dire il vero, perché, l’autore (APS avrebbe detto Eco: a proprie spese) non lascia praticamente traccia (manca pure la data di pubblicazione). Le edizioni “a proprie spese” non godono oggi di attenzioni recensorie, tantomeno cinquant’anni fa un Dante in piemontese. L’unica indicazione fu, sull’ultima pagina, “tip. Stigra Torino”. L’anno fu il 1973, e lo si evince utilizzando i motori di ricerca de “La Stampa” e dei vari periodici regionali, che non furono certo prodighi di informazioni, ma piuttosto inclini a cogliere il pittoresco, sia del personaggio Piovano, sia dell’approccio al Sommo.
Il 28/06/1973 “La Stampa” si limita a comunicare che “un lettore, Luigi Riccardo Piovano, ha tradotto in piemontese la Divina Commedia di Dante Alighieri. La prima parte (Inferno) è uscita in questi giorni e gli è costata tre anni di lavoro. Il Piovano ne ha offerto cento copie a Specchio dei tempi per contribuire alla sottoscrizione per l’ambulatorio dei bambini spastici…”. Seguono poche altre informazioni, ma non sul libro! La stessa “Stampa” il 6/09/1973, nella rubrica “Saper spendere bene” gli dedica un articolo/intervista intitolato Elixir di lunga vita (“La Stampa”, 6/09/1973); sotto la sua foto con il suo “look” garibaldino, si accenna appena ai “tre anni di fatica, che per lui sono stati quasi un divertimento” ma, onorando il titolo, lo si porta ad esempio di vivere e mangiar sano: verdura a iosa, poco vino, niente caffè e liquori, acqua non gasata al mattino, bici e poi ancora bici.

Poche informazioni biografiche su Luigi Riccardo Piovano ci vengono da “Cronache Chieresi” (“Cronache Chieresi”, 6/07/1973; 13/07/1973), e ancora da “La Stampa” (“La Stampa”, 26/11/1978): il traduttore era nato a luglio 1891 a Perosa Argentina da una famiglia in cui i nonni erano proprietari agricoli originari di Andezeno. Il padre era sottufficiale del Regio Esercito e portava con sé la famiglia nei suoi spostamenti.
Ufficiale dei bersaglieri nella campagna di Libia e nella Grande Guerra, fu ferito più volte, anche gravemente. Nel periodico “Torino. Rivista mensile municipale” (“Torino”, n. 6, giugno 1935) lo troviamo premiato per il suo civismo nell’affrontare un animale imbizzarrito per le vie di Torino. Nella sua maturità si era poi trasferito ad Andora, in Liguria, che lasciava alla fine degli anni 70 per un giro d’Europa con altri arzilli ex-militari ed amici.
È nelle “Cronache Chieresi” che comunque troviamo le informazioni più consistenti sulla traduzione della Divina Commedia, ma …a partire dal 1966 (“Cronache Chieresi”, 28/01/1966), non dal 1973, per cui si può ipotizzare che il lavoro abbia avuto una gestazione più lunga di quanto detto, e che alcuni appassionati già conoscessero una prima edizione. Nel gennaio 1966, infatti, cogliamo i primi passi dell’opera, presentata con un breve saggio in grafia virigliana. Non sappiamo se a all’epoca il Piovano fosse così orientato o se la redazione delle Cronache abbia modificato la grafia (ciò che ahimè succedeva e succede).
Di Luigi Riccardo Piovano i giornali parlarono ancora pochi anni dopo, per un bel tirimbalin (per dirla alla barba Tòni), circa un misconosciuto dipinto michelangiolesco di sua proprietà. Se ne trova traccia nei giornali del tempo, insieme con altre notizie di cronaca “leggera”, visto che il Piovano aveva il dono della simpatia. Le attività in campo piemontese destavano interesse più come curiosità che altro.
Il dipinto in discussione era una Crocefissione, dipinta per Vittoria Colonna, datata 1545, ritrovata nel 1917 a Villa Bramafarina a Saluzzo. Il Piovano, che aveva formazione artistica, ed era anche pittore, scrisse pure dei saggi per difendere la tesi michelangiolesca, ma senza riscontro da parte della critica: la perizia più illustre, di Roberto Longhi, attribuiva il disegno (la composizione) a Michelangelo, ma l’esecuzione al suo allievo Venusti (“La Stampa”, 30/12/75).
Una parziale rivincita, paradossalmente, l’ebbe nel 1976 (“La Stampa”,17/11/1976), quando una lettera-ordinanza del Ministero dei beni culturali gli vietava di vendere all’estero il dipinto, riconoscendone in qualche modo il notevole interesse, anche se non l’attribuzione michelangiolesca. I suoi interessi artistici furono ancora alla ribalta nella trasmissione Portobello, popolarissima negli anni 70 (26/11/1978).
Muore ad Andora (Savona) nel 1989.

Sulle prove dantesche in piemontese, si consiglia la lettura dell’articolo ben documentato scritto da Dario Pasero su “La Voce” nel 2019 (“La Voce”, 29/11/2019. www.gioornalelavpoce.it). E nel sito ne daremo via via alcuni esempi, cominciando da Luigi Riccardo Piovano.

Luigi Riccardo Piovano (1891-1989)

CANT X DL’INFERN

Mi stasìa guardand col përzoné
ch’a l’era drit an pe tut ampalà
come ‘nsima un infern da dominé.

E mè maestro, dasendme na manà,
a l’ha possame ‘n mes ai penitent
disendme ch’im tenèissa botonà.

Col-là, come a l’ha vistme lì present,
a l’ha guardame con un fé sdegnos,
peui l’ha ciamà: “Chi j’ero ij tò parent?”.

E mi për vorèj esse scropolos
i son ëstàit sincer e bin precis.
Anlora a l’ha guardame pensieros,

e peui l’ha dit: “A j’ero fier nemis;
e ‘nt ij contrast ëd bòte soma dasne:
doe vòlte l’hai butaje ‘nt ij pastiss”.

“Ma se soma scapà, soma tornasne,
e prima e dòp – a chiel l’hai rëspondù –
ij vòstri son scapà e peui son restasne”.

CANT XI DËL PURGADEURI

“Òh! – mi l’hai dije – ti ‘t ses Oderis,
l’onor d’Agobio, si? L’onor ‘d col arte
che miniatura a l’é ciamà a Paris?”

“Fratel – l’ha dit – risplendo ‘d pì le carte
che miniand a va Franco ‘l bolognèis,
l’onor l’é sò, bzògna che ‘l mè ‘t lo scarte.

Da viv sarìo pa stàit tanto cortèis
d’amëtti ‘n chiel la superiorità,
përchè j’era ambissios, l’é bin intèis.

Për la superbia adess son castigà
e ‘nt l’antipurgateuri ancor sarìa,
ma mi da viv përdon i l’hai ciamà.

La glòria uman-a presto a l’é svanìa,
e ‘n mes al mond pochìssim temp a dura,
tranne che dòp pòchi glorios a-i sia.

Chërdìa Cimabue ‘n la pitura
d’esse ‘l pì grand, ma adess l’é superà
da Giotto, pì famos për soa bravura”.

PARADIS CANT I

La glòria dël Signor che tut a peul
s’espand për l’univers për soa virtù
o tant o pòch second come ch’a veul.

An cel, dove pì splend, mi l’hai vëdù
còse che për podèj-je bin spieghé
né sà né peul chi che da là ven giù;

përchè a Dio volendse concentré
nòstra atension a së sprofonda tant
che la memòria a jë sta nen daré.

Però le cose che ‘d col regno sant
a son restame drinta la memòria
adess sarà materia dël mè cant.

Il 25 aprile nella poesia in piemontese

Giuseppe Goria

Il Piemonte ha testimoniato la tragedia della Seconda Guerra Mondiale attraverso le pagine di scrittori in lingua italiana come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Nuto Revelli e tanti altri.
Nelle loro pagine si possono leggere con diverso accento le diverse parole che compongono la coralità di quella tragedia: la distruzione, la fame, la morte, l’altrove, la persecuzione, la perdita della dignità, la volontà di riscatto. Benché meno conosciuti, anche gli scrittori in piemontese hanno testimoniato quel momento storico e vogliamo ricordare il momento della Liberazione di Torino con le parole di poeti che vissero – quasi tutti – in prima persona quell’ultima fase della guerra.

Credo che un po’ tutti conoscano Coj ch’a marcio an prima fila, di Nino Costa dedicata al figlio Mario, caduto in Val di Susa, e “a tutti i patrioti morti per l’Italia”, o la lucida visione – sempre attuale – della “nita nèira dle miserie uman-e” ( “mota nera delle miserie umane”), habitat naturale “dij verm drinta soe tan-e” (“dei vermi nelle loro tane”).
Vorrei proporre nomi, meno noti, che mi pare giusto rimettere in evidenza.

Inizio con Ettore Piazza (Carpignano S. 1901 – Genova 1962), membro del CLN novarese, attivista del PCI, poeta nel piemontese di Carpignano. La sua unica raccolta, Canto ancora a bocca chiusa, con prefazione di Davide Lajolo, è del 1977. Spigoliamo alcune immagini, dove si allungano le ombre del funerale di un Garibaldino, morto

fin da marz dal quareuntacinch –
e l’ànima secreta dël pais
squasi vargognosa da mostressi
greunda sota l’eucc dël sol
al pass dël fineral” (da Carpigneun)

‘l di dla seu pruma azion
fin da marz dël quareuntacinch
batèsim dal feuv
batèsim dal seungh
batèsim dla mòrt.

Vòii ‘l cai , negra la stra,
sfida a todesch e fascista

(“il giorno della sua prima azione/ fine marzo 1945/ battesimo del fuoco / battesimo del sangue / battesimo della morte-/ .. Vedo le case, nera la strada,/ sfida a tedeschi e fascisti / ” fine marzo 1945- / e l’anima segreta del paese / quasi vergognosa di mostrarsi / grande sotto l’occhio del sole / al passo del funerale”)

Sentiamo poi la rabbia sorda di Carlo Regis (Mondovì 1929 – 2017) che ricorda su una lapide di Piassa Magior di Mondovì un’atrocità del 1945:

“Mace ‘d sangh su la piassa stamatin,
an sle pere grise, sul murajon scrostà,
doi pòvri fagòt, un prèive e dij sassin:
a costa mace ‘d sangh la libertà.

( “Macchie di sangue sulla piazza stamattina / sulle pietre grigie, sul muro scrostato, / due poveri fagotti, un prete e degli assassini: / a queste macchie di sangue la libertà”).

È la rabbia cupa della nostra gente, “gent ch’a sà nen brajé, / che cito a travaja,/ ma ch’a dësmentia nen” (“gente che non sa gridare,/ che silenziosa lavora,/ ma che non dimentica”, “Se…”).
Umberto Luigi Ronco (Pamparato 1913 – Roma 1997), poeta e pittore del secondo futurismo, ferma un istante di speranza e di morte:

Adess, ël partisan,
a l’é lì, sol ant la neuit, a confidene
che chiel a l’ha lesù
andrinta ai nòstri cheur.
A l’ha lesù
ij nòstri desideri ‘d Libertà,
la nòstra fiusa ant j’òmo lìber ëd doman.

Tut sòn a l’ha lesù, ‘nt ël cheur uman
l’òm cogià sensa vita dzora ij sorch:
ël partisan
con ij dij rèid e ross ëd sangh
fòrt angripà a la sengia ‘d sò fusil,
con la boca fongà ‘nt la tèra nèira
come un garij ‘d persi
s-ciapà dal sol.

(da Partisan con folar ansangonà)

(Adesso, il partigiano,/ è lì, solo nella notte, a confidarci/che lui ha letto/ dentro i nostri cuori./ Ha letto / i nostri desideri di Libertà,/ la nostra speranza negli uomini liberi di domani.//Tutto ciò ha letto, nel cuore umano,/ l’uomo disteso senza vita sopra i solchi: il partigiano/ con le dita rigide e rosse di sangue/ strtto forte alla cinghia del suo fucile,/ con la bocca affondata nella terra nera/ / come un nocciolo di pesca/ spaccato dal sole).

Armando Mottura (Torino 1905 – 1976), rivolto spesso a tematiche sociali, in particolare negli ultimi testi, così dà voce al Lament dël partigian :

Fischia il vento…soffia la bufera
…le panse veuide e pòchi strass adòss…
Tut provisòri antorn! Na còsa vèra:
sta rabia sorda ch’is portoma ant j’òss!

(Fischia il vento…/ le pance vuote e pochi stracci addosso…/Tutto provvisorio intorno! Una cosa vera:/ questa rabbia sorda che ci portiamo dentro le ossa!).

Se Nino Costa colloca la patria del resistente in quella montagna dov’è possibile un ripristino di umanità e di dignità (La mia patria l’é sla montagna / l’é sla montagna servaja) anche Armando Mottura vede in quella scelta un’elezione:

E ti, montagna nòstra, granda e pura,
t’ën guerne, bon-a mare, ant ij tò brass
(idem).

(E tu, montagna nostra, grande e pura, / ci reggi, buona madre, nelle tue braccia)

Tavo Burat (Stezzano, BG, 1932 – Biella 2009) coglie in una delle tante immagini di morte un luccichio di speranza legata alla stessa natura della montagna:

Ël Partigian regala al vent
ant n’ambrassada drùa
costa soa cros eterna
anzolivà ‘d fërpe ‘d sol
e ‘d lerme ‘d galaverna.
(da Pasqua)

(Il partigiano regala al vento / in un abbraccio vigoroso/ questa sua croce eterna / ornata con merletti di sole / e lacrime di brina).

Meno emozionale (meditato ma non vissuto), più pacato ed etico è il messaggio di Giovanni Tesio, che invita a ricordare i valori di quei giorni non solo nelle tempeste, ma proprio nei giorni migliori:

… Ma peui – se sòn a conta pì che tut –
a l’é përchè ch’an lassa na consigna:
ëd fesse resistent ‘nt ij di brut
ma cò ‘n coj bej, coj ëd j’arcòlt ën vigna …

( Ma poi – se questo conta più di tutto –/ è perché ci lascia una consegna:/ di farci resistenti nei giorni brutti/ ma anche in quelli belli, quelli dei raccolti in vigna).

Chiudo questa piccola rassegna (brillante di luce propria per incompletezza) con Tavio Cosio (Villafalletto 1923 – 1989), spessiari dal Mel , farmacista di Melle, scrittore vivacissimo in piemontese ed in occitano alpino, che in questa lingua volle ricordare le vittime civili a cui è intestata la via Tre Martiri di Melle. Pare assistere ad una medievale danza macabra, una Totentanz valligiana:

passa la Mòrt, lo dalh estrech en punh
passa un àngel ente l’àire, a vòl rasent
marca tres noms sus lo carnet di Martres

(da Dralha Tres Martres)

(passa la Morte, la falce stretta in pugno, / passa un angelo nell’aria, a volo rasente, / scrive tre nomi sul libro dei Martiri).

…E con grande rincrescimento per tutti quelli non citati (tanti!) invito i lettori a scoprirli.

la via della montagna

Torino Sette, il settimanale de “La Stampa”, seppur ridimensionato perché privo di quella gran messe di appuntamenti che declinavano le nostre settimane torinesi e piemontesi, continua ad arrivare nelle nostre case, grazie a Cristina Caccia e Alma Toppino…

Pubblichiamo qui il testo di Albina Malerba, uscito venerdì 27 marzo 2020 nella rubrica “An piemontèis”, che segnala un volume molto denso e interessante La via della montagna, del filosofo piemontese Francesco Tomatis, pubblicato da Bompiani.

foto di Simon Matzinger – pexels.com

Ël lìber a s’ëntitola “La via della Montagna”, a l’ha scrivulo Francesco Tomatis, për le edission Bompiani (2019, pp. 686, € 20). Tomatis, anlev ëd Pareyson,  a l’é professor ëd filòsofia teoretica a l’Università ‘d Salerno, ma a l’é ‘d Carù, a l’é alpinista e “garante scientifico di Mountain Wilderness”. I na parloma ambelessì, nen mach përchè a l’é un lìber ch’a ven a taj lese an costi temp maleuros: “per volgere gli occhi lassù, ai monti e anche oltre cime, è necessario rallentare il passo, affinare sensi e pensieri, ascoltare con l’anima ogni respiro”,  ma përchè  ant ël percors dlë studi, s-ciass e apassionant, l’autor  – coma a scriv Giuseppe Goria ant la recension ch’a l’ha fàit an “Studi Piemontesi”, XLVIII, 2, 2019 – “conosce bene l’affermazione heideggeriana per cui ‘il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora’”, e a va a l’arserca ‘d poeta che con sò lengagi pì s-cet e genit an parlo ‘d montagna, e a scriv ëd poeta coma Barba Tòni Baudrier (Barba Tòni Bodrero), che “ha composto, nell’ascolto delle più remote voci degli avi…, un sogno multicolore e paradisiacamente bianco…”; ëd Remigio Bertolino, poeta ‘d Mondvì, “il maestro della montagna…che può ben additarsi quale ‘miglior fabbro del parlar materno’”, e ‘d tante vos dle valade ocitane e dël Piemont: Anghilante, Salvagno, Mariano… ma trovoma ‘dcò ‘d figure come Giorgio Maria Lombardi, Roberto Einaudi, Fredo Valla, Gianni Vattimo, j’alpinista pì avosà Bonatti, Messner, i Sacri Monti, artista come Ugo Giletta, musicista, ‘l CAI, tut un mond ch’a varda e a parla ‘d montagna, lesù e sentì con j’euj d’un filosof-poeta. Bianca Dorato a sarìa stàita franch bin an cost catalogh… Na letura nen sempia ma ch’an arpossa vers l’àut, ant l’abim dl’esistensa: “verticalità illimite e orizzonte finito, libertà e comunione, Deità e uomo, cura e natura”.

Suggeriamo l’ampia recensione dedicata al libro, a firma di Giuseppe Goria, pubblicata sulla rivista “Studi Piemontesi”, dicembre 2019, vol. XLVIII, numero 2, pp. 709-710.

Giornata Mondiale della Poesia 21 marzo 2017

Il Centro Studi Piemontesi p1

Ca dë Studi Piemontèis 

per la

Giornata Mondiale della Poesia 

21 marzo 2017

 Pcita antologìa piemontèisa  Piccola antologia piemontese soagnà da / a cura di Albina Malerba

 

 

EDOARDO IGNAZIO CALVO (1773-1804)

Fàula X

Ël balon volant e le grùe

Un gròss balon volant ch’s’era elevà

an aria con un ton ‘d magnificensa,

incontra un vòli ‘d grùe për la stra;

 

chiel-sì, gonfi ‘d se stess, dla soa presensa,

pensand d’essi padron dël cel, dij vent,

a-j ha ciamje tute a l’ubidiensa,

 

disendje:-E voi, chi seve? E che ardiment

d’avnime an paradis sëcché la glòria,

d’andé così spasgiand mè apartement?

 

I veuj pì nen sufrì sta vòstra bòria,

e voi, s’pretende ancor d’aussé ‘l cachèt,

pensé ch’i peuss fiacheve la sicòria.-

 

Le grùe sentiend lò, pien-e ‘d dispet

a-j han rispòst:-E voi, che bestia seve?

Chi ‘v ha portave sì, l’é-lo ‘l folèt?

 

Përchè ch’j’aspete ancheuj mach a mostreve?

D’alora ch’noi i vnoma su da sì,

e pur n’é mai rivane d’incontreve!-

 

A-j replica ‘l balon: – Adess a mì!

Ghèra, ch’i vad a feve na bignëtta!

Partì gheusaja, presto! Eve capì?-

 

Ma disend lò ‘s dëstaca la s-cionfëtta,

dont a-i era ‘l feu sot, e’l gran balon

a l’é restà rupì giust com ‘n erbëtta.

 

calvo
Ritratto del medico Edoardo Ignazio Calvo, poeta civile del Piemonte. Torino, Archivio del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis.

Sta fàvola a veul dì ch’ha son ‘d mincion

coj taj ch’a son ‘d subrich e ‘s levo an aria

përchè ch’a son guarnì ‘d piume ‘d pavon;

 

venta pensé che ‘d vòlte ‘l vent a varia,

e coj ch’a son  son mach gonfi a fòrsa ‘d fum,

se a-j càpita na bisa un pò contraria,

 

a perdo ‘l feu da sot, e sò volum.

Dal volume E.I.  Calvo, Poesie piemontesi e scritti italiani e francesi, edizione del bicentenario a cura di Gianrenzo P. Clivio, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1973.

 

NINO COSTA  (1886-1945)

Rassa Nostran-a

Ai Piemontèis ch’a travajo fòra d’Italia

 

Nella sua omelia in piazza Vittorio a Torino Papa Francesco ha citato in italiano, con commozione, i versi di una poesia in lingua piemontese di Nino Costa, che sappiamo essergli particolarmente cara. Ecco il testo integrale in piemontese.

Dritt e sincer, còsa ch’a son, a smìo:

teste quadre, polss ferm e fidigh san:

a parlo pòch, ma a san còsa ch’a dìo:

bele ch’a marcio adasi, a van lontan.

 

Saraié, murador e sternighin,

mineur e campagnin, saron e fré:

s’ai pias gargarisé quaich bota ‘d vin,

j’é gnun ch’ai bagna ‘l nas për travaié.

 

Gent ch’a mërcanda nen temp e sudor:

– rassa nostran-a libera e testarda –

tut ël mond a conòss chi ch’a son lor

e, quand ch’a passo… tut ël mond ai goarda:

 

“Biond canavsan con j’euj color dël cel,

robust e fier parei dij sò castei.

Montagnard valdostan dai nerv d’assel,

mascc ëd val Susa dur come ‘d martei.

 

Facie dle Langhe, robie d’alegrìa,

fërlingòtt dës-ciolà dij pian verslèis,

e bielèis trafigon pien d’energìa

che për conòssje ai va set ani e ‘n meis.

 

costa
Il monumento al poeta Nino Costa al Valentino, Torino (particolare)

Gent ëd Coni: passienta e ‘n pò dasianta

ch’a l’ha le scarpe gròsse e ‘l servel fin,

e gent monfrin-a che, parland, a canta,

ch’a mossa, a fris, a beuj… come ij sò vin.

 

Tut ël Piemont ch’a va cerchesse ‘l pan,

tut ël Piemont con soa parlada fiera

che ‘nt le bataje dël travaj uman

a ten auta la front… e la bandiera”.

 

O bionde ‘d gran, pianure dl’Argentin-a

“fazende” dël Brasil perse ‘n campagna,

i sente mai passé n’ ”aria” monfrin-a

o ‘l ritornel d’una canson ‘d montagna?

 

Mine dla Fransa, mine dl’Alemagna

ch’ël fum a sercia ‘n gir parei ‘d na frangia,

vojautre i peule dì s’as lo guadagna,

nòstr ovrié, col tòch ëd pan ch’a mangia.

 

Quaich vòta a torno e ij sòld vansà ‘d bon giust

ai rendo ‘n ciabotin o ‘n tòch ëd tèra

e ‘nlora a ‘nlevo le soe fiëtte ‘d sust

e ij fiolastron ch’a l’han vinciù la guèra.

 

Ma ‘l pì dle vòlte na stagion përdùa

o na frev o ‘n maleur dël sò mësté

a j’anciòda ‘nt na tomba patanua

spersa ‘nt un camposanto foresté.*

*L’ Autore allude al padre, come lui “biond canavsan con j’euj color dël cel”, morto oltre oceano in emigrazione.

Dalla raccolta Sal e peiver, Torino, ©Viglongo, 1998 (10° edizione). L’intera opera poetica di NINO COSTA è pubblicata da Viglongo in edizioni ricondotte agli originali, con presentazioni di A. Viglongo

 

PININ PACT (1899-1964)

Am basta na fnestra…

Am basta na fnestra

përché ant ël cel

l’ànima mia

as perda.

Ant l’ària…

Ant l’ària

l’é un sofi

ëd lus

che an sla rama

a l’improvis

a tërmola

e ‘l cel

su soa grassia

as anchin-a.

Ant la neuit… 

it penso

coma un ciàir

che mia man

a rez.

Toa man… 

pacot
Monumento al poeta Pinin Pacòt ai Giardini Cavour, TorinoAnt la neuitToa man

na feuja

legera

che as pòsa

e pa ancora tranquila

a frisson-a

për tèra.

An tò sguard…

An tò sguard

spali ‘d nivole

as piega ‘l beussiel

su na colin-a

vërda lontan-a

che as drissa ciàira

dài mè ani masna.

Tënnre le feuje…

Tënnre le feuje dj’orm

sël verd pi scur dij pin

e la lus che a filtra

tra ij ricam

dle rame legere

e ‘l cheur che a nija

ant l’ària

s’avisca an cel na nivola

solitària.

 

I strenzo ‘l ricòrd…

I strenzo ‘l ricòrd

ëd ti

ant ël creus ëd mia man

e so calor l’è doss

che squasi i lo scoto

coma un bësbij ant lë sangh

ma se i deurbo la man

am ampiniss ël cel

con ël bate ‘d soe ale.

Tò pensé…

Tò pensé

am anvlupa

i biàuto

ant una ciàira

eva corìa.

Dal volume: Pinin Pacòt, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, ristampa anastatica dell’edizione del 1967, prefazione di Gustavo Buratti, con l’aggiunta a postafazione di un ritratto critico di Riccardo Massano, Pinin pacòt artista e poeta. Nuova ristampa nel centenario della nascita del poeta a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, Torino, Centro Studi Piemontesi- Ca dë Studi Piemontèis, 2000.

 

LUIGI OLIVERO  (1909-1996)

“Maalesh”  * “in arabo: rassegnazione, pazienza”.

  Tut a comensa e peuj

tut a finìss. L’ancheuj

a l’è ‘l tramont ëd ier

e già l’alba ‘d doman:

gnente che un buf leger

tra le palme ‘d doe man.

 

E tut passa e a passrà.

Mai gnente a rësterà.

Tut a nass e as dësbela

për fiorì, dësfiorì:

na carëssa ‘d piasì.un dolor a scancela

 

olivero
Luigi Olivero nella sua casa di Roma (Foto di A. Malerba)

Gnente ch’a dura al mond:

Tut nija ant ël profond.

Come a meuiro ij soris,

come a meuiro ij maleur,

ij cambrada e ij nemis

a meuiro ant ël mè coeur.

 

Chërde ant l’eternità

Quand as viv na giornà?

Chërde ant ij seugn d’amor

Quand a së spèrdo al vent?…

Lasseme indiferent

– sensa ni rij, ni pior –

gòde ‘l sol splendrïent

–          e la lun-a d’argent.

 

BIANCA DORATO (1933 – 2007)

 Lassé ch’i dreuma

Lassé ch’i dreuma

përchè mach ant ël seugn

mi i peuss andé

a le leuve damont

e argaleme ‘nt l’arcòrd

 

Dnans a mè passdorato

mistà ‘d lus a fiorìo

tut am parlava

con paròle sacrà

 

Mach pì ant ël seugn

dnans a mi montagne

àute mi i vëddo

-dnans a mi muraje

candie ‘d fiòca nuvissa

 

Come an revada

pianà ‘d ciairor i lasso

-a l’é tant dossa

costa pass d’andurmìa

(ciuto pen-e e dolor)

 

Lassé ch’i dreuma

la gòj a l’é për mi

ancora e ancora

dré dla seuja dël seugn

 

Ora e sempe am traversa

 

GIANRENZO P. CLIVIO

(Torino 18 gennaio1942 – Toronto, Canada, 22 gennaio 2006)

Un di marcc-rai da sol

A gem sota tò pugn ël tavo ëd nosera

e a smija ch’at mossa an drinta ‘l vin brulé:

a ti ch’it fure ‘l mè pi car amis

l’é tuta dverta com ëdnans a Dé

mia ànima d’ancheuj!

Goblòt ëd branda costa sèira:

minca na stissa a l’é na gran-a

passà al gariòt ëd në spovrin dle masche,

ùltima gòj, contradansa e contraltar,

dongion d’una speransa!, për voi,

òmini moch, ch’i marce an trantoland,

parej dij cioch…

                   It làudo, ò Mossant, ò S-cèt, ch’it ëm ancioche!

                   Ti ‘t ses la sàiva, l’ùltima sàiva, ëd costa tèra…

Pòche béstie an sle colin-e, òmini

pòchi – tuti gris – apres la slòira a la matin d’otugn;

e pra d’erbass, ronze e gratacui, e nen na man da deje feu.

Drocheri ‘d veje tor, ciabòt ëd pere, rive d’arbron,

sle piasse dij pais vej sensa giovo,

e ant ij pais ij pra dla fera, ancoronà d’urtije:

tèra che tò abandon, ross, it piores ant ël sangh

ëd j’arovej a mass s’ij vataron baross.

Sensa can ch’a baulo, cassin-e langareule:

èire canavsan-e, sensa masnà ch’a gieugo.

Ёl tòr noviss monta pi nen la vaca

a la stagion dl’amor!

Ahidé! A l’é ben l’ora dj’ànime bastarde

ch’an anciarmo parej dle serp oslere:

slussi d’assel, për la tèra monfrin-a,

e ant ël vent pa dle nòstre, le paròle:

                   It làudo, ò Fort, ò Dru, ch’it ëm ësbòrgne!

                   Ti ‘t ses la gòj, l’ùltima gòj, ëd costa tèra…

I l’hai ciamà për nen dëdnans la bërgerìa.

L’uss ëd malëzzo con un càuss d’amor e ‘d ràbia

a l’é drocà. Parej ëd na carëssa.

Fin-a l’eva dël baciass smiava bastarda.

J’òmini strach an fons dla val,

piturà le fomne, fumeria nèira paress ch’a dagna,

an sla toa trun-a, ò fier Piemont,

ch’l’é daspërtut, e sensa fior, e sensa lus.

A bacaja ‘l fumlam, le masnà a uco.

Lassù, gnanca pi n’òm ch’a-i passa.

It làudo, sent mila vire it làudo, o vin monfrin,

                   it làudo, ò vin monfrin ch’it ëm andeurme!

                   Ti’t sèi ra mimòria, l’ùltima, dra mè tèra…

Mi sai che un di marcc-rai da sol

sla tèra piemontèisa, an mes

a gent strangera e a fieuj dësradisà:

venturand i passrai torna, com un neuv Gianpetadé,

për le colin-e dël Monfrà, ant un’ària nissa,

e an sla piassa dël mërcà ‘d minca pais

ëd fije bërnufie, masche dël temp neuv,

con la facia amblëttà am faran dë svergne.

I seu pa nen, se spìrit i sareu, o i sareu còrp:

ma i seu franch ben che un dì marcc-reu da sol

sla tèra piemontèisa.

 

Për ij cit 

Le buateclivio

Catlinin l’ha na buata

ch’a l’é bela pèj ‘d na gata.

As la buta an sò letin,

però prima a-j dà un basin.

 

Sta citin-a a l’ha ’d buate

ch’a son pròpe gnente mate.

Ansi chila a-j veul tant bin

e as je ten sempe davzin.

LA BAMBOLA.  Caterinetta ha una bambola che è bella come una gatta.  Se la mette nel suo lettino, però prim le dà un bacino.  Questa bambina ha delle bambole che non sono proprio per gnente matte.  Anzi lei gli vuole tanto bene e se le tiene sempre vicino.

 

Ël negòssi dle dësmore

An giojera a-i é un trenin

ch’a l’é pròpe tan carin.

A fà marcia anans e andré,

basta ‘1 véder ësgnaché.

Peui an drinta a-i son ’d binari

e dë scambi feroviari,

ëd vagon ch’a pòrto ‘1 gran

e ‘d vagon fin ch’a-i na van.

Toca pa con cola man!

A-i son cò ‘d locomotive,

bele tant ch’a smijo vive.

A-i é ‘1 tènder co’l carbon

e ‘d dësmore co’ij boton.

Medeòt veul un vagon,

Miclinòt veul na stassion.

Sò papà, ch’a l’é tant brav,

ved un treno su na trav

che për parte a-i va na ciav.

Medeòt a veul caté

un bel treno për giughé.

Sò papà a dev paghé

e peui torna travajé.

IL NEGOZIO DI GIOCATTOLI.  In vetrina c’è un trenino che è proprio tanto carino.  Fa marcia avanti e indietro, basta il vetro schiacciare.  Poi dentro ci sono dei binari e degli scambi ferroviari, dei vagoni che portano il grano e dei vagoni finché ce ne vogliono.  Non toccare con quella mano!  Ci sono anche delle locomotive, belle tanto che sembrano vive.  C’è il tender con il carbone e dei giocattoli con i bottoni.  Medeolino vuole un vagone, Michelino vuole una stazione.  Il loro papà, che è tanto bravo, vede un treno sopra un trave che per partire ci vuole una chiave.  Medeolino vuol comprare un bel treno per giocare.  Il loro papà deve pagare e poi di nuovo lavorare.

Dal volume: Gianrenzo P. Clivio, Trenin, dësmore e buate, poesiòte piemontèise pr’ij cit, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2001.

 

ATTILIO SPALDO (1914-1997)

 Sèira turinèisa

Sèira grisa d’invern che tut a nija

drinta la nebia: a marcia a testa bassa

bin pòca gent e a va coma sburdìa

ant l’ombra còtia che d’antorn la fassa.

 

Son euj ëd luv, che silensios a sghija,

le lus d’un àuto, e a smijo a na ramassa

ij branch d’un erbo, ant ël pugn sèch, ’d na strija.

Sul cheur as pòsa coma un vel ëd giassa.

 

Ma da quàich part, chissà da ’ndova, a ven,

bin conossù, un profum pròpe nostran,

spaldo
Attilio Spaldo con Camillo Brero

dësvié n’onda d’arcòrd e d’alegrìa.

 

Scòla, teatro, primi amor: seren

e bej j’ero coj di già tant lontan:

profum dle “brusatà”, che ’d poesìa!

 

TAVO BURAT (1932-2009)

 Piemontèis che mi son

Dabon mi i l’hai nen d’àutre soste

da fòra dal mond ëd mia lenga.

‘L piemontèis a l’é mè pais.

Mi i l’hai gnente d’àutr da difende

mach ës lagh ëd laità bujenta

coma na colobia sarvaja

che d’andrin e fòra am nuriss.

 

‘L piemontèis a l’é mè pais.

Gnun d’àutri drapò d’andeje dapressburat

che coste paròle ‘d rista tròp dura

bagnà tëssùa con la mia saliva

e che a quata a j’euj mè còrp patanù.

‘L piemontèis a l’é mè pais.

Tuta la resta a l’é mach d’anviron.

Piemontese ch’io sono. Certo non ho altro rifugio / fuori dal mondo della mia lingua. / Il piemontese è il mio paese. / non ho altro da difendere / soltanto questo lago di siero bollente / come una selvaggia mistura per animali / che dentro e fuori mi nutre. // Nessun altra bandiera da seguire / che queste parole di canapa troppo rigida / inumidita tessuta con la mia slaiva / e che agli occhi cela il mio corpo nudo. / Il piemontese è il mio paese. / Tutto il resto è soltanto dintorni.

Dal volume: Tavo Burat, Poesìe, introduzione di Sergio M. Gilardino, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2008.

 

CARLO REGIS  (1929-2017)

Ciò frust

Son butàme a tnì da cont

ij ciò frust

risurènt ò lustr

stòrt ò drit

sensa testa

con la ponta manòcia

ò la gamba da cesa

con lë snoj dobià.

 

Al moment bonregis

ij long son tròp curt

ij curt son tròp longh

ij cit son tròp gròss

ij gròss bajo ’nt ël ghèrb,

e còs a-i resta

al prim crèp ëd martél

pèrda la testa.

………………

Lo seu,

sèrvo manch a fé feu

ant ël potagé

ò ’l verdaram për le vis;

ma mi

– tornidor ëd lun-e –

i n’heu tanti.

 

CAMILLO BRERO

 La nòstra bela lenga piemontèisa

Quand che ij fieuj e j’anvod

parleran pi la nòstra bela lenga piemonteìsa

‘dcò le muraje a ‘rfaceran “Vergògna”

ai savant e ai potent ch’a l’han baratala

–         la nòstra bela langa piemontèisa –

con tranta ‘dné e ‘1 giov dla lenga dj’àutri.

 

Quand che i fieuj e j’anvod parleran pi

la nòstra bela lenga piemontèísa

– e noi e ij Grand saroma arson lontan

d’una vos dròla ‘d na cossiensa veja

ij dàir, le pere, ij ròch la parleran

la nòstra bela lenga piemontèisa,

j’eve dij nòstri fium la canteran

la nòstra bela lenga píemontèisa,

 

la lòsna e ‘1 tron a la diran sle nìvole

la nòstra bela lenga piemontèísa,

ël vent la crijerà tra la tempesta

la nòstra bela lenga piemontèisa,

la lun-a ëd neuit la confidrà a le faje

le nòstra bela lenga piemontèisa,

ëd di a risplenderà ant la lus dël sol

la nòstra bela lenga piemontèísa.

 

La nòstra bela lenga píemontèsa

tradìa e dismentià,

la nòstra bela lenga piemontèisa.

Oh, mia bela lega piemontèisa

che ant ël mè sangh it vive!

 

GIOVANNI TESIO

 Sonèt LXXVII

Poesìa a viv – inùtil – da sola

e a sta daspërchila, gnun-e pietà,

s’a basta subiela e chila, paròla,

sla canta e a t’ëncanta com na mistà.

 

L’é pa la rason ch’a peussa ferila

përchè ‘n gir arson-a sensa dì gnente.

Essend n’armonìa ‘ntoca sentila

s’a l’é ‘n tël silensi ch’as fassa sente.

 

A-i é pa ‘d motiv ‘d romp-la ‘n quat tòch

come s’angigno ij cacàm pì fabiòch

che peuj a la fin combin-o bin pòch.

 

La cita lession ch’i peussa mai fé

a l’é un-a sola: ‘d lassesse ‘ndé

për fé mës-cëtta dël cheur e dël pré.

La poesia vive – inutile – da sola/ e sta da sola, nessuna pietà,/ se basta fischiettarla e lei, parola,/ se la canta e ti incanta come un’immagine.// La ragione non può ferirla/ perché lei intorno risuona senza dire niente./ Essendo un’armonia bisogna sentirla/ se è nel silenzio che si faccia sentire.// Non ci sono motivi si romperla in quattro pezzi/ come s’ingegnano di fare i sapienti più sciocchi/ che poi alla fine combinano ben poco.// La piccola lezione che possa fai fare/ è una sola: di lasciarsi andare/ per rimescolare il cuore e il ventriglio.

Dal volume : Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt, prefazione di Lorenzo Mondo, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis. 2015.

 

REMIGIO BERTOLINO

Ënvern

Ënvern,

temp da armita.

Pèi   ̉d n’ancioa

im no stògn

ënt la cusin-a.

La truta dla lun-a

a mòrda la riso dël frà…

 

Peu,

rissorà ënt ij lënseu,

i scot

ij giari ch’i balo sle slure,

patate ch’i ròlo

ën fada a l’eternità.

 

BARBAFIORE     [Domenico Boetti]

Vita

Le lacrime ëndrugio la tèra

ij soris torno a fela fiorì

Il mio epitaffio 

Passava da sì…

L’amor

L’amor o l’é

un virus

se o riva al cheur

soma panà

Arcancel

Ël cel fa

la roa

Longaaa…

Un apostolo dopo la risurrezione di Cristo

J’heu sempe dilo

che Chel-lì

o j’ava na marcia ën pì

Solitudine

I son fame un fax….

 

SERGIO NOTARIO   [Giari Tre Nos]

 Un gognin e na Comëtta

[…]

Ma jer matin,

guardand ant ël giornal,

am s’é slargasse ’l cheur

a l’improvis!

Bele là, an cole tère

andoa ij masnà

a conòsso mach la gramissia,

i l’hai vist na maravija,

coma na mascarìa ’d na faja

che ’l cheur t’arpata.

Arlongh la stra batùa,

antërmes ai soldà

a ai chèr armà,

un gognin

con un gramissel ëd fil

ch’a corìa, pa sbaruà,

ant ël cel bleu

a sonavo baudëtta

ël giàun limon e ’l ross feu

dla soa bela Comëtta.

 

GIUSEPPE GORIA

 Ël temp  e le còse

Ël temp drinta le còse ampërzonà

at vàita sot la mascra dël present,

prisma ch’a brila al top e a l’é lusent

ëd ciàir ch’a l’é dl’antan ch’as é giassà.

 

Quars e cristaj ’d milanta e pì color

o giajolà com ij milèis ëd di,

ij raj a fan dongion strenzend sesì

n’àmen che se dolor ’t sas pa o folor.

 

’Nt la sfera dël mascon, mistà ch’a reva,

col temp passà, sla broa dël creus dl’abim

’s ëspòrz com un relit ch sl’onda ’s leva

 

e da l’argorgh dël temp marì ch’a ’rbeuj

’t eufr un nen-temp, un déjà-vu, un maisin

ëd lòn ch’a l’é stàit jer, ma a viv ancheuj.

 

ultima

 

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per la Giornata Mondiale della Poesia

21 marzo 2017

90 anni con “Ij Brandé”

An-làuda-d-nòsta-stòria-anvit-web

Nel 2017 ricorrono i 90 anni dalla fondazione de Ij Brandé

Mercoledì 1° marzo alle 17, a Palazzo Cisterna (Via Maria Vittoria 12, Torino)

porteranno i loro ricordi e le loro testimonianze Censin Pich, Sergi Girardin, Giusep Gorìa, Gianfranch Gribaud, Albina Malerba, Dario Pasé, Michél Pont, Candida Rabbia, accompagnati dalle letture di Rosanna Galleggiante e Giorgio Serra.

La manifestazione è stata promossa da Gioventura Piemontèisa con Ca dë Studi Piemontèis, Teatro Zeta, Union Associassion Piemontèise ant ël Mond, La Slòira e il patrocinio della Città Metropolitana di Torino.

Ingresso libero