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La poesia in piemontese di Giovanni Tesio

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Giovanni Tesio racconta il percorso di poeta in piemontese nelle sue più recenti pubblicazioni: Stantesèt sonet e Vita dacant e da canté per le edizioni della Ca dë Studi Piemontèis e Piture parolà e Nosgnor per Interlinea.

Oreste Gallina (Mango d’Alba 1898 – Arona 1985)

“Ci piace vedere in Oreste Gallina un precursore del riscatto dei “paisan” piemontesi dalla secolare miseria, che si è realizzato negli ultimi decenni proprio attraverso la terra e il lavoro, facendo della Langa, patrimonio mondiale dell’Unesco, delle sue vigne e dei suoi prodotti, un gioiello del made in Italy. E profeta, forse, del messaggio del cibo “buono, pulito e giusto”, che nasce prima di tutto dal rispetto del “paisan” e del suo lavoro, che Carlin Petrini e il suo “Slow food”, nati non a caso sulle stesse colline proprio mentre Gallina ci lasciava, giusto trent’anni fa, diffondono nel mondo intero” (dal resoconto del Convegno dedicato a Oreste Gallina nel 30° anniversario della scomparsa tenuto ad Arona il 16 aprile 2016).

     Nato a Mango d’Alba nel 1898. Latinista, professore di lettere, legato a Nino Costa e a Pinin Pacòt fin dai tempi dell’Accademia Militare, prima della Grande Guerra. Con Pacòt e Alfredo Formica fonda, nel 1927, la prima serie della rivista “Ij Brandé”. Scrive inizialmente nella lingua della koiné e poi nella parlata langarola, più aderente alla tematica “contadina” della sua poesia. Muore il 15 ottobre del 1985 ad Arona, dove è per tanti anni Preside delle Scuole Medie.

  Il suo itinerario poetico, dall’esordio di Freidolin-e, [Colchici] (1926) fino alla scelta antologica Arie langarole [Arie di Langa] (1970), passando per le tappe di mezzo costituite dai tre libri Canta, Péro! [Canta, Pietro!] (1933), Pare e fieul [Padre e figlio] (1946), Mia tèra [Mia terra] (1960), che è un po’ la summa poetica di una vita, è marcato dal passaggio cruciale da un mondo cittadino e d’occasione ad un mondo contadino e di elezione. “Non però irreversibilmente, se è vero che dopo Canta, Péro!, in questo senso il libro più rigoroso, molti dei componimenti del di fatto ultimo libro originale, Mia tèra, ritornano alla koiné e ai temi più convenzionali. Del resto anche quando Gallina sposa la parlata locale, lo fa secondo le prudenze che gli impone la sua seconda nascita: quella poetica e culturale della città vissuta specialmente all’insegna del sodalizio con Pacòt. Non dunque una discesa radicale lungo i gradi dell’essere, ma piuttosto la faticosa scoperta della pari dignità culturale di un mondo e di un linguaggio periferici, poeticamente affermata in equilibrato conguaglio di forme e di scambi lessicali: come dire un andirivieni frequente tra dialetto di Langa e koiné, stando a quanto conferma la stessa vicenda narrativa di Péro, personaggio eponimo. Péro vive in Langa, ma per una questione di campi e di confini dà il suo addio alla terra e va a conoscere il mare, salvo pentirsene presto e tornarsene a casa, per un soggiorno tuttavia breve, giusto il tempo per fare la sua dichiarazione d’amore a Catlin-a (Caterina) e riprendere la strada che va in città, a vivere di lavoro e nostalgia. Solo allora, come in un piccolo romanzo di formazione, Péro torna a casa definitivamente, si sposa, ha un figlio, lavora la terra e vive in pace con il ciclo delle stagioni, elegiacamente invecchiando come un saggio” (Giovanni Tesio).

In Gallina la poesia della terra perde ogni connotazione moraleggiante o coloristica. La terra non è solo la proprietà: «L’é queicòsa ‘d pì che la campagna, queicòsa ‘d pì che la natura. E col queicòsa ‘d pì a l’é l’òm». E la sua lingua è quell’idioma che è tutt’uno con «la tèra che, prim an nòst parlé, a l’ha cantà Oreste Gallina » .
“In fondo poi, c’è sempre un melanconico indugio nei ricordi, un senso del tempo e delle stagioni della terra e della vita, come s’addice ad una natura sensibile che il suo paese, la sua gente e la sua cultura, maturarono in poesia, dal classico accento e dalla scottante verità lirica” (Gino Giordanengo)
Il Centro Studi “Beppe Fenoglio” ha proposto all’Amministrazione comunale di Alba l’intitolazione di una via che è stata a lui intitolata il 30 aprile 2013.

MIA TERA… !
«a me pare »
Parla, me cheur, ch’it bate sensa pas,
sperdù parèj ‘d na ciòca an fond dla val;
parla për ti, ma dislo lòn ch’it l’has,
ch’it ses così s-ciassà ch’it ëm fas mal.
[…]
At torno fòrse i seugn viscà dal sol
e spatarà dal vent quand ch’i durmìa,
cunà dal crij ‘d le siale, ai pé ‘d na rol,
i rissolin ant l’erba ch’a fiorìa?
Guarda, me cheur, i seugn a son farfale,
l’é inùtil ch’i të sbate e ch’i t’arbate:
lor a svolato al sol, së sfriso j’ale,
a casco an tèra e peui, guardje, a son gate!
[…] Veuj sentme monté su për le nariss,
intré ant ij dij, ant j’òss, fin-a ‘nt la miola,
l’odor dla tèra, ‘l gëmme11 dle radis
e le canson che a mi as dëstisso an go/la!
N’hai pro ‘d soris ëd boche ambërlifà,
n’hai basta d’arie dròle e d’impostura,
me cheur a seufr, a sëcca ‘nt la sità,
i sarai quàder12 , ma veuj d’aria pura!
[…]
Là, j’é la smens dla volontà d’assel,
la smens dla pas, dla gòj, la smens dla fòrsa,
che mi l’hai nen përchè tò arbut novel,
ti, pare, t’has vestilo ‘d n’autra scòrsa16 !
E adess, për me maleur, l’hai mach ëd feuje,
che ‘l vent a s-cianca, ël vent ëd la sità;
e i podrai nen canté, s’i peuss nen cheuje
jë spi d’òr an sle pere ‘d mia carzà.
L’hai da manca dël sol e dla frëscura:
l’hai mach un seugn ch’a rij mentre a s’avsin-a:
pòrtme, pare, lassù ‘nt col’aria pura,
lassù mi veuj arnasse! An sla colin-a!

La mia terra. A mio padre. Parla, mio cuore, che batti senza pace, / sperduto come una campana in fondo alla valle;/ parla per te, ma dì che cosa hai,/ che sei così stretto da farmi male.//[…]Ti tornano forse i sogni accesi dal sole/ e sparsi dal vento quando dormivo,/ cullato dal canto delle cicale, ai piedi di una quercia,/ i riccioli nell’erba che fioriva?// Guarda, mio cuore, i sogni sono farfalle, / è inutile che ti dibatta e ti agiti:/ loro svolazzano al sole, si sbriciolano le ali,/ cadono a terra e poi, guardale, sono bruchi! // […] Voglio sentirmi salire su per le narici, / entrare nelle dita, nelle ossa, fino al midollo, / l’odore della terra, il gemito delle radici/ e le canzoni che a me si spengono in gola!// Ne ho abbastanza di bocche truccate,/ ne ho abbastanza di arie strane e d’impostura,/ il mio cuore soffre, appassisce in città,/ sarò quadrato, ma voglio aria pura!// […] Là, c’è il seme della volontà d’acciaio,/ il seme della pace, della gioia, il seme della forza,/ che io non ho perché il tuo giovane germoglio,/ tu, padre, l’hai vestito di un’altra corteccia!// E adesso, per sfortuna, ho solo foglie, / che il vento strappa, il vento di città;/ e non potrò cantare, se non posso raccogliere/ le spighe d’oro sulle pietre della mia carreggiata.// Ho bisogno del sole e della frescura:/ ho soltanto un sogno che mi sorride mentre si avvicina:/ Portami, padre, lassù in quell’aria pura,/ lassù voglio rinascere! Sulla collina!

Il 25 aprile nella poesia in piemontese

Giuseppe Goria

Il Piemonte ha testimoniato la tragedia della Seconda Guerra Mondiale attraverso le pagine di scrittori in lingua italiana come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Nuto Revelli e tanti altri.
Nelle loro pagine si possono leggere con diverso accento le diverse parole che compongono la coralità di quella tragedia: la distruzione, la fame, la morte, l’altrove, la persecuzione, la perdita della dignità, la volontà di riscatto. Benché meno conosciuti, anche gli scrittori in piemontese hanno testimoniato quel momento storico e vogliamo ricordare il momento della Liberazione di Torino con le parole di poeti che vissero – quasi tutti – in prima persona quell’ultima fase della guerra.

Credo che un po’ tutti conoscano Coj ch’a marcio an prima fila, di Nino Costa dedicata al figlio Mario, caduto in Val di Susa, e “a tutti i patrioti morti per l’Italia”, o la lucida visione – sempre attuale – della “nita nèira dle miserie uman-e” ( “mota nera delle miserie umane”), habitat naturale “dij verm drinta soe tan-e” (“dei vermi nelle loro tane”).
Vorrei proporre nomi, meno noti, che mi pare giusto rimettere in evidenza.

Inizio con Ettore Piazza (Carpignano S. 1901 – Genova 1962), membro del CLN novarese, attivista del PCI, poeta nel piemontese di Carpignano. La sua unica raccolta, Canto ancora a bocca chiusa, con prefazione di Davide Lajolo, è del 1977. Spigoliamo alcune immagini, dove si allungano le ombre del funerale di un Garibaldino, morto

fin da marz dal quareuntacinch –
e l’ànima secreta dël pais
squasi vargognosa da mostressi
greunda sota l’eucc dël sol
al pass dël fineral” (da Carpigneun)

‘l di dla seu pruma azion
fin da marz dël quareuntacinch
batèsim dal feuv
batèsim dal seungh
batèsim dla mòrt.

Vòii ‘l cai , negra la stra,
sfida a todesch e fascista

(“il giorno della sua prima azione/ fine marzo 1945/ battesimo del fuoco / battesimo del sangue / battesimo della morte-/ .. Vedo le case, nera la strada,/ sfida a tedeschi e fascisti / ” fine marzo 1945- / e l’anima segreta del paese / quasi vergognosa di mostrarsi / grande sotto l’occhio del sole / al passo del funerale”)

Sentiamo poi la rabbia sorda di Carlo Regis (Mondovì 1929 – 2017) che ricorda su una lapide di Piassa Magior di Mondovì un’atrocità del 1945:

“Mace ‘d sangh su la piassa stamatin,
an sle pere grise, sul murajon scrostà,
doi pòvri fagòt, un prèive e dij sassin:
a costa mace ‘d sangh la libertà.

( “Macchie di sangue sulla piazza stamattina / sulle pietre grigie, sul muro scrostato, / due poveri fagotti, un prete e degli assassini: / a queste macchie di sangue la libertà”).

È la rabbia cupa della nostra gente, “gent ch’a sà nen brajé, / che cito a travaja,/ ma ch’a dësmentia nen” (“gente che non sa gridare,/ che silenziosa lavora,/ ma che non dimentica”, “Se…”).
Umberto Luigi Ronco (Pamparato 1913 – Roma 1997), poeta e pittore del secondo futurismo, ferma un istante di speranza e di morte:

Adess, ël partisan,
a l’é lì, sol ant la neuit, a confidene
che chiel a l’ha lesù
andrinta ai nòstri cheur.
A l’ha lesù
ij nòstri desideri ‘d Libertà,
la nòstra fiusa ant j’òmo lìber ëd doman.

Tut sòn a l’ha lesù, ‘nt ël cheur uman
l’òm cogià sensa vita dzora ij sorch:
ël partisan
con ij dij rèid e ross ëd sangh
fòrt angripà a la sengia ‘d sò fusil,
con la boca fongà ‘nt la tèra nèira
come un garij ‘d persi
s-ciapà dal sol.

(da Partisan con folar ansangonà)

(Adesso, il partigiano,/ è lì, solo nella notte, a confidarci/che lui ha letto/ dentro i nostri cuori./ Ha letto / i nostri desideri di Libertà,/ la nostra speranza negli uomini liberi di domani.//Tutto ciò ha letto, nel cuore umano,/ l’uomo disteso senza vita sopra i solchi: il partigiano/ con le dita rigide e rosse di sangue/ strtto forte alla cinghia del suo fucile,/ con la bocca affondata nella terra nera/ / come un nocciolo di pesca/ spaccato dal sole).

Armando Mottura (Torino 1905 – 1976), rivolto spesso a tematiche sociali, in particolare negli ultimi testi, così dà voce al Lament dël partigian :

Fischia il vento…soffia la bufera
…le panse veuide e pòchi strass adòss…
Tut provisòri antorn! Na còsa vèra:
sta rabia sorda ch’is portoma ant j’òss!

(Fischia il vento…/ le pance vuote e pochi stracci addosso…/Tutto provvisorio intorno! Una cosa vera:/ questa rabbia sorda che ci portiamo dentro le ossa!).

Se Nino Costa colloca la patria del resistente in quella montagna dov’è possibile un ripristino di umanità e di dignità (La mia patria l’é sla montagna / l’é sla montagna servaja) anche Armando Mottura vede in quella scelta un’elezione:

E ti, montagna nòstra, granda e pura,
t’ën guerne, bon-a mare, ant ij tò brass
(idem).

(E tu, montagna nostra, grande e pura, / ci reggi, buona madre, nelle tue braccia)

Tavo Burat (Stezzano, BG, 1932 – Biella 2009) coglie in una delle tante immagini di morte un luccichio di speranza legata alla stessa natura della montagna:

Ël Partigian regala al vent
ant n’ambrassada drùa
costa soa cros eterna
anzolivà ‘d fërpe ‘d sol
e ‘d lerme ‘d galaverna.
(da Pasqua)

(Il partigiano regala al vento / in un abbraccio vigoroso/ questa sua croce eterna / ornata con merletti di sole / e lacrime di brina).

Meno emozionale (meditato ma non vissuto), più pacato ed etico è il messaggio di Giovanni Tesio, che invita a ricordare i valori di quei giorni non solo nelle tempeste, ma proprio nei giorni migliori:

… Ma peui – se sòn a conta pì che tut –
a l’é përchè ch’an lassa na consigna:
ëd fesse resistent ‘nt ij di brut
ma cò ‘n coj bej, coj ëd j’arcòlt ën vigna …

( Ma poi – se questo conta più di tutto –/ è perché ci lascia una consegna:/ di farci resistenti nei giorni brutti/ ma anche in quelli belli, quelli dei raccolti in vigna).

Chiudo questa piccola rassegna (brillante di luce propria per incompletezza) con Tavio Cosio (Villafalletto 1923 – 1989), spessiari dal Mel , farmacista di Melle, scrittore vivacissimo in piemontese ed in occitano alpino, che in questa lingua volle ricordare le vittime civili a cui è intestata la via Tre Martiri di Melle. Pare assistere ad una medievale danza macabra, una Totentanz valligiana:

passa la Mòrt, lo dalh estrech en punh
passa un àngel ente l’àire, a vòl rasent
marca tres noms sus lo carnet di Martres

(da Dralha Tres Martres)

(passa la Morte, la falce stretta in pugno, / passa un angelo nell’aria, a volo rasente, / scrive tre nomi sul libro dei Martiri).

…E con grande rincrescimento per tutti quelli non citati (tanti!) invito i lettori a scoprirli.

Buona Pasqua/ Bon-a Pàsqua

Disegno di Daniela Rissone

Saba Sant

as deurb l’ora benedìa,
coma reusa dësbandìa
dla Passion ch’a l’é fiorìa


Resurrexit

s’àussa për l’aria legera
un vòl amprovis d’angej bianch.
Nìvole ‘d liri slargà
‘s deurvo s’n’asur ëd paradis:
j’òmini a l’han un soris,
ël prim dël cheur consolà

“Sabato Santo…/ si apre l’ora benedetta, / come rosa sbocciata/ della Passione che è fiorita”
“Resurrexit…si alza per l’aria leggera/ un volo improvviso di angeli bianchi// Nuvole di gigli sparsi/si aprono su un azzurro di paradiso:/ gli uomini hanno un sorriso,/ il primo del cuore consolato…”

Aldo Daverio (1906-1966)

Ramoliva/Domenica delle Palme

In piemontese la “Ramoliva”, lett. “ramo d’olivo”, è la Domenica delle Palme. Diversi i proverbi legati a questa giornata, ne citiamo uno beneaugurante: “La Ramoliva a vest ëd fior la riva/ La Domenica delle Palme veste di fiori la riva”. La tradizione popolare e religiosa vuole che in questo giorno si porti in casa un ramo d’ulivo benedetto, augurio di gentilezza e di pace.

Per il significato della voce ramolivo, è da segnalare che nel latino ecclesiastico l’ulivo ha sostituito la palma nella denominazione della Domenica delle Palme…si è poi aggiunto il sostantivo ramo dando origine all’espressione di dla ramoliva[citazione da Repertorio Etimologico Piemontese-REP, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015]

Disegno di DANIELA RISSONE per il Centro Studi Piemontesi

Ramoliva

Una bella poesia di Nino Costa (Torino, 28 giugno 1886 – 5 novembre 1945), che pare una preghiera scritta per i giorni che stiamo vivendo

Duminica dle Palme, alegra e viva,

ch’it marche ‘l pass a la stagion fiorìa,

pòrta ‘nt le nòstre ca ‘n po’ d’armonìa,

ponta ‘ns ij nòstri lett la ramoliva.

Sla mia bela sità pien-a ‘d baldansa,

sle mie tere ‘d Piemont pien-e ‘d promësse

dësperd le nebie, pasia le tristësse,

sëmna ‘l travaj, la pas e l’abodansa.

Dal gran dij camp e da j’arbut dle vigne

ten distante le brin-e e le tempeste;

goerna j’anime oneste e disoneste

dai seugn cativ e la frev maligne.

Mostra a jë sgnori la passion dij pòver,

e mostra ai pòver la passion d’jë sgnor…

Për coi ch’a seufro daje ‘m pòch d’amor;

për tuti jë sperdù prontie ‘n ricòver,

e quand ch’a-i torna Pasqua benedìa

con le baodëtte ch’a së spantio ‘n cel,

disie ch’an pòrta sò regal pì bel:

lòn ch’a-i manca ‘nt ël mond: la Poesìa

L’ulivo benedetto. Domenica delle Palme, allegra e viva,/ che cadenzi il passo alla primavera,/ porta nelle nostre case un po’ d’armonia,/ appunta sui nostri letti l’ulivo benedetto. // Sulla mia bella città piena d’ardimento, / sulle mie terre di Piemonte piene di promesse / disperdi le nebbie, rasserena le tristezze, / semina lavoro, pace e abbondanza. // Dal grano dei campi e dai virgulti delle vigne / tieni lontane le brine e le tempeste; / cura le anime oneste e disoneste / dai sogni cattivi e dalle febbri maligne. // Rivela ai ricchi il tormento dei poveri, / ed ai poveri il tormento dei ricchi…/ A coloro che soffrono regala un po’ d’amore; / a tutti gli sperduti prepara un rifugio, // e quando torna la Pasqua benedetta / con lo scampanio che si diffonde in cielo, /dille che ci porti il suo regalo più bello:/ ciò che manca al mondo: la Poesia.

[Tutta l’opera di Nino Costa è pubblicata dall’editore Viglongo.  Citiamo Ramoliva e traduzione da: Nino Costa, Cento poesie, prefazione di Albina Malerba e Giovanni Tesio, La biblioteca di Papa Francesco, edizione speciale per Corriere della Sera, Milano, 2014, per concessione di Viglongo, Torino, 1995, 2013].

Na lòsna an fior/Un lampo in fiore

Nel nostro tradizionale calendario de “I colloqui del lunedì” della primavera 2020 – tutti tristemente rinviati per i motivi che ben conosciamo – il 6 aprile era in programma la presentazione del libro pubblicato nella collana di Letteratura piemontese moderna n. 22 del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Na lòsna an fior

Poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio

 a cura di Albina Malerba e Dario Pasero

Versione in lingua inglese di Celestino De Iuliis

Prefazione di Giovanni Tesio

 Il volumetto raccoglie le poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio (Torino 1942-Toronto 2006), accompagnate dalla traduzione in italiano e in inglese.

Filologo, Professore all’Università di Toronto, tra i fondatori del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, autore di molti studi su temi di linguistica e letteratura piemontese, Clivio è stato anche poeta per un breve segmento della sua vita, forma letteraria in cui amava utilizzare anche termini ed espressioni del piemontese antico, ormai in disuso nel XX secolo. I testi sono collocati secondo la cronologia della loro edizione nelle varie riviste che li hanno ospitati, mantenendone la grafia, peraltro perfettamente aderente alla “Pacotto-Viglongo”, al cui perfezionamento lui stesso aveva collaborato negli anni Settanta. “Tutt’altro che un esercizio a latere – scrive Giovanni Tesio nella Prefazione – è la poesia di Gianrenzo P. Clivio. Non numerosa, no, ma solida e profonda, sicuramente lirica, tendenzialmente poematica, ossia non frammentistica, e meno che mai frammentaria. Clivio porta nella sua poesia la sua passione di studioso…”.   Il libro, pubblicato nella ricorrenza dei cinquant’anni di fondazione della Ca dë Studi Piemontèis, vuole essere una testimonianza di gratitudine, di affetto, di continuità. “Le paròle ‘d poesìa sono la pera ch’a dura e nel ricordo di rinnova”.

Proseguendo nel percorso della nostra piccola antologia di poesie in piemontese, tratta da Na lòsna an fior, proponiamo la poesia

Ant j’ore

di Gianrenzo P. Clivio

Ant j’ore ch’a men-o an tormenta l’arbeuj ëd la vita,

la scòrsa dura dël nòst cheur a smija che a casca

com un ariss antorn a na castagna mura:

e a no parëss antlora che ant l’aria diversa

d’un mond sensa pressa

a canta e a piora mës-cià për mascarìa

tuta la gòj e tut ël mal dla vita,

tuta la blëssa ’d n’aragnà ‘nt ël sol,

tut lë sgiaj ëd na lòdola

sfrisà al vòle da na reusa ‘d piomb.

(1968)

Nelle ore. Nelle ore che trasformano in tormenta il ribollire della vita,/ la scorza dura del nostro cuore sembra che cada/ come un riccio intorno ad una castagna matura:/ e ci sembra allora che nell’aria diversa/ di un mondo senza fretta/canti e pianga mescolandoli per stregoneria/ tutta la felicità e tutto il male della vita,/ tutta la bellezza di una ragnatela nel sole,/ tutto il ribrezzo di una allodola/ fatta a pezzi al volo da una rosa di piombo.

In the Hours. In the hours that transform into a tempest the bustle of life,/ the hard rind of our hearts seems to fall/ like a husk around a ripe chestnut:/ then it seems to us that in the different air/ of an unhurried world/ there sings and weeps, mingling them through magic,/ all the happiness and all the evil of life,/ all the beauty of a spider’s web in the sunlight,/ all the horror of a skylark/ shredded in mid-flight by a spray of lead.

una poesia per questi giorni

GIOVANNI TESIO: Professore, critico letterario, studioso di letteratura italiana con una gran messe di saggi su poeti e scrittori italiani e piemontesi. Da alcuni anni si dedica con impegno alla poesia. Citiamo soltanto i due libri di Sonetti, pubblicati per le edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Stantesèt sonèt, Prefazione di Lorenzo Mondo, postfazione di Albina Malerba (Pagg. IX-108, 2015); e Vita dacant e da canté, Prefazione di Pietro Gibellini (Pagg. XIII-380 ,2017).

Pubblichiamo qui un suo sonetto inedito dedicato a questi nostri difficili giorni.

                      S’a-i é chi a canta da pogieuj e fneste

                      i veuj pa dì ch’a l’abio nen le teste

                      combin ch’i treuva che fé festa ai mòrt

                      a sia ‘n po’ da mat o spirit fòrt.

                      La nav dij fòj ch’ambarca ‘l pess ëd noi

                      con l’ilusion ëd fé na còsa bon-a

                      e noi tuj lì a remé, o che brajoma,

                      për nen pensé che soma ‘n t’un garboj.

                      Mi penso ai mòrt ch’i peuss nen compagné

                      ai mòrt ch’a van da soj drinta la neuit

                      e a cole file ‘d bare sensa deuit.

                      E treuvo che al doman va bin pensé

                      e penso ch’a sia bel fin-a canté

                      ma riesso nen a varì ‘n mi col veuid.

Traduzione

Se c’è chi canta da balconi e finestre/ non voglio dire che non abbiamo le teste/ benché io trovi che far festa ai morti/ sia un po’ da matti o da spiriti forti.// La nave dei folli che imbarca il peggio di noi/ con l’illusione di fare una cosa buona/ e noi tutti lì a remare, o che gridiamo,/ per non pensare che siamo in un groviglio.// Io penso ai morti che non posso accompagnare/ ai morti che vanno da soli nella notte/ e a quelle file di bare senza grazia.// E trovo che al domani va bene pensare/ e penso che sia bello anche cantare/ ma non riesco a guarire in me quel vuoto.

Nonostante tutto è primavera

Pinin Pacòt

Torino, 20 febbraio 1899 – Castello d’Annone (Asti), 16 dicembre 1964

Negli anni dopo la prima guerra mondiale, in un clima di decadenza e di progressivo abbandono del piemontese, raccoglie attorno alla rivista “Ij Brandé” (1927) le forze nuove per ripensare un programma di seri studi storico-filologici, come base di rinnovamento e rinascita della poesia e della lingua piemontese sentita e vissuta con coscienza critica e impegno artistico. Con Andrea Viglongo elabora anche i principi per la codificazione della grafia piemontese. Vicino al movimento dei Félibres di Mistral, a Crissolo, nell’agosto del 1961, fonda con alcuni poeti piemontesi e provenzali “L’Escolo dόu Po”, premessa per il risveglio della cultura provenzale nelle vallate del Piemonte.

Renzo Gandolfo con Pinin Pacòt, lo scultore Pietro Canonica, il Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, il Senatore Teodoro Bubbio, alla Famija Piemontèisa di Roma.

La sua opera poetica è raccolta nel volume, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, pubblicato in prima edizione nel 1967, a cura di Renzo Gandolfo,  per iniziativa della Companìa dij Brandé, con il concorso dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino e sotto gli auspici della Famija Turinèisa e della Famija Piemontèisa di Roma, con la Prefazione di Gustavo Buratti, poi in edizioni successive, dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, con l’aggiunta quasi a postfazione del saggio di Riccardo Massano, Pinin Pacòt artista e poeta.

Per iniziativa del Centro Studi Piemontesi Pinin Pacòt è ricordato con “tre pere e na cita targa”, un menhir, ai Giardini Cavour di Torino e con l’intitolazione di una via cittadina.

Primavera

Deurb la fnestra, poeta, che ‘l sol a së spatara an toa stansa:

a-i nassrà na speransa, minca uns eugn che at ancanta.

E le rόndole svice at diran le rijente paròle,

che a përfumo le viòle, che la lòdola a canta.

E deurb l’ànima a st’ària pien-a ‘d vòli ant ël cel e ‘d rijade,

e ‘d përfum e ‘d cantade, e dë smens frissonante,

përchè ti it peusse vive le vite pi àute e profonde,

për che it perde e it confonde con j’osei e le piante;

për che it sente e che it cante le vive creature sorele,

le còse sempie e bele, con toa vos fàita pura,

ansema a la rόndola che a vòla për l’ària seren-a,

con la pianta che a pen-a, con la pera che a dura.

Primavera. Apri la finestra, poeta, che il sole si sparga nella tua stanza:/ nascerà una speranza, per ogni sogno che ti incanta. //E le rondini svelte ti diranno le ridenti parole, / che profumano le viole, che l’allodola canta. // E apri l’anima a quest’aria colma di voli nel cielo e di risate, / e di profumi e canzoni, e di semi frizzanti, //  perché tu possa vivere vite più alte e profonde,/ per perderti e confonderti con gli uccelli e le piante; // per sentire e cantare le vive creature sorelle,/ le cose semplici e belle, con la tua voce fatta pura,//  insieme alla rondine che vola per l’aria serena, / con l’albero che soffre, con la pietra  che dura.

Il papa e la consolata

Riproponiamo la poesia di Nino Costa, “La Consolà“, citata dal Papa nell’intervista a Papa Francesco di Domenica Agasso, su “La Stampa” del 20 marzo 2020.

A randa dij rastei dla Tor roman-a

-ultim avans d’un’epoca dëstissa –

con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a

la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare

ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija

e a ten da cont le soe memòrie care,

ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,

d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;

pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,

e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa

dle glòrie dle passion d’un’autra età –

ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,

fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda

dsora dël mond ël son dle soe campan-e

come na vos ch’a prega e as racomanda

për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,

la Madonin-a bianca sla colòna,

goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass

a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.

Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta

come sesì da ‘n sens ëd confussion:

n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,

n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –

për tant si pòch che la superbia an chita –

ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa

ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan

quand ch’a në mnavo sì a benedission,

che nòsta mama a në tnisìa për man

e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra

lagiù, lagiù, trames a doi ciairin

në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,

le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse

dj’impression e dij seugn dla prima età!

J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,

ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa

tacà la mama – pià da sburdiment –

e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa

la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,

a goarda con l’antica meravìa

le richësse e ij tesòr dla gran sità

posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,

dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton

ch’a diso da stërmà la soa coron-a

e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,

a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor

sota le vòlte freide e patanuve,

l’é sle muraje sensa gnun color

trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!

stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent

ch’ i seve brut e pien ëd poesìa

ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,

j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss

j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive

fin ch’i restoma su cost mond balòss.

…….

Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama

e ij sangiut a fan grop drinta la gola,

ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama

it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,

ignorant e sapient, giovnòt e vej –

quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor

an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,

it contoma ij maleur dle nòstre ca

për chi t’an giute con tò cheur pietos,

ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,

confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor

t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin

na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco

-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –

tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,

come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,

e t’i-j goarde con l’istess sorìs

la “monigheta” con la scufia bianca,

e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta

-quand che la ciòca dël maleur a son-a –

la verdurera con la siarpa ‘n testa

e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje

ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,

dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,

da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,

da la Crosëtta al parch dël Valentin

j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra

j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,

cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:

come l’acqua d’un fium la vita a passa

ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo  il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti… Ave Maria.

Concorso letterario dedicato a gipo

Segnaliamo a chi fosse interessato la possibilità di partecipare al concorso letterario in lingua piemontese dedicato a “GIPO FARASSINO” sul tema

“MÈ PIEMONT: MONTAGNE, SEUGN, ANCIARM E AMICISSIA”

Per la SEZIONE A – RACCONTI IN LINGUA PIEMONTESE sono ammessi racconti in lingua piemontese, inediti e mai premiati in altri concorsi, della lunghezza massima di 10.000 battute

Per la SEZIONE B – POESIE IN LINGUA PIEMONTESE sono ammesse poesie in lingua piemontese della lunghezza massima di 30 versi,

In entrambi i casi LA GRAFÌA UTILISÀ A DOVRÀ ESSE COLA “STÒRICA”, CIAMÀ ‘DCÒ “PIEMONTÈISA MODERNA” O “DIJ BRANDÉ”.

Il bando completo può essere scaricato dal sito
http://amilcaresolferini.com/bandi