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La Divina Commedia in piemontese 3

di Giuseppe Goria

Il Canto I dell’Inferno nella traduzione di Oreste Gallina

Nato a Mango d’Alba nel 1898. Latinista, professore di lettere, legato a Nino Costa e a Pinin Pacòt fin dai tempi dell’Accademia Militare, prima della Grande Guerra. Con Pacòt e Alfredo Formica fonda, nel 1927, la prima serie della rivista “Ij Brandé”. Scrive inizialmente nella lingua della koiné e poi nella parlata langarola, più aderente alla tematica “contadina” della sua poesia. Muore il 15 ottobre del 1985 ad Arona, dove è stato per molti anni Preside delle Scuole Medie.

Ël prim cant   ëd la “Divina Commedia” voltà an piemontèis da Oreste Gallina pubblicato in “Musicalbrandé” n.18, giugn 1963

Na neuit, lì vers metà dla nòstra vita

i son trovame ‘nt na boscaja scura,

con gnanca pì la marca dla stra drita.

E a dive coma a l’era a m’é ‘n po’ dura,

col diav  ëd boscasson , ma trist, ma trist

che, mach ch’i-j pensa, am ciapa na paùra!

Fé cont ch’i fùissa’nt j’onge dl’antecrist;

ma për conteve lòn ch’i l’hai trovaje

dirai dcò d’àutre ròbe ch’i l’hai vist.

A dive come e andoa i sia intraje,

savrìa nen, tant j’era andurmentà;

ma sai ch’am foratavo le ramaje.

Ansoma che là ‘ndrinta, va chë ‘t va,

i son rivà a l’ancò ‘d na val fingarda,

con tut   ël cheur an boca e disperà!

Quand … che con j’euj an su… tòh!…guarda guarda…

un brich anluminà dal sol ch’a men-a

su la stra giusta da na stra busiarda.

E, a cola vista,  ël cheur, dòp tanta pen-a

për cola neuit sì nèira e malorosa,

sento che ‘nt un moment as rasseren-a .

E come l’òm, con pressa timorosa,

surtend dal mar, con man e pe ‘n sla  riva ,

as vòlta a guardé l’onda minaciosa,

parèj, dcò mi, che ansios im la bativa,

i son voltame a docé dré dla schin-a,

al bòsch ch’a lassa mai n’ànima viva.

Peui, arpatame   ël fià na frisinin-a,

i taco a monté su … coma i podìa,

content  ëd rivé ansima a la colin-a .

Ma ‘ncaminà ch’ i son, gieusi che strija!

Una bestiassa tuta maciorlà

as para dnans… e pa ch’andèissa via,

ansi am sautava antorn, e an sa e an là,

coma  për dime: «Alé…. torna anderera!»

Mi…gnanca a dilo, im s’era già voltà.

E, nas an aria : òh meno mal ch’a l’era

già l’alba reusa, e ‘l sol, cola matin,

a s’arlegrava d’esse an primavera.

……………

giù fin-a al fond ‘d l’Infern; peui fame andé

a sente coi ch’a vivo dë speransa;

peui…via via, fin-a a l’uss ‘d San Pé.

“Va bin! Andoma…, e là, se l’ordinansa

a l’é che ti con Chila it peussi intré,

content, an Paradis…, mi n’ài bastansa”

Dit lòn , s’é ancaminasse. E mi: daré!

La Divina Commedia in piemontese

Giuseppe Goria

Le celebrazioni del VII centenario della morte di Dante sono iniziate da poco e già le uscite editoriali, le discussioni aperte, in Italia e all’estero, ci danno un’idea del peso della sua opera e della vitalità del suo messaggio.
Come Centro Studi Piemontesi siamo stati colpiti dal fatto che in più di un’ occasione si è fatto cenno a traduzioni regionali, ignorando tuttavia (o quasi) le prove date in piemontese o considerandole più o meno come un esercizio burlesco.
Pinin Pacòt trattò brevemente ne “Ij Brandé” delle traduzioni dantesche, antiche e moderne, proponendone una nello stesso numero, lasciandoci a bocca asciutta circa l’identità dell’autore, di cui diceva soltanto che si trattava di un magistrato (“Ij Brandé”, n. 7, 15/12/1946). Di magistrati che scrivessero in piemontese ce n’erano solo due: Alessio Alvazzi Del Frate e Giacinto Bozzi.
Dall’omaggio scritto in morte del secondo (1950) da Alvazzi Del Frate apprendiamo che Bozzi affermava l’interesse alle traduzioni dantesche regionali, tanto da proporne a Pacòt una firmata, lasciando intendere che ve n’erano altre non firmate. Il segreto diventa un segreto di Gianduja (non si può dire di Pulcinella) (“Ij Brandé”, n. 83, 15/02/1950, pag. 1: “mach una vòlta a l’ha vorsù buté ciàir sò nòm e cognòm; e a l’é stàita un-a dle soe passientìssime, për nen dì miracolose, tradussion da l’ Infern ëd Dante”. Alex si riferisce al n. 16, 1^ maggio 1947).

Sulle tracce di Luigi Riccardo Piovano

Al tempo dell’articolo di Pacòt non era tuttavia ancora uscita l’edizione dantesca piemontese per eccellenza, quella di Luigi Riccardo Piovano.
Edizione alquanto misteriosa, a dire il vero, perché, l’autore (APS avrebbe detto Eco: a proprie spese) non lascia praticamente traccia (manca pure la data di pubblicazione). Le edizioni “a proprie spese” non godono oggi di attenzioni recensorie, tantomeno cinquant’anni fa un Dante in piemontese. L’unica indicazione fu, sull’ultima pagina, “tip. Stigra Torino”. L’anno fu il 1973, e lo si evince utilizzando i motori di ricerca de “La Stampa” e dei vari periodici regionali, che non furono certo prodighi di informazioni, ma piuttosto inclini a cogliere il pittoresco, sia del personaggio Piovano, sia dell’approccio al Sommo.
Il 28/06/1973 “La Stampa” si limita a comunicare che “un lettore, Luigi Riccardo Piovano, ha tradotto in piemontese la Divina Commedia di Dante Alighieri. La prima parte (Inferno) è uscita in questi giorni e gli è costata tre anni di lavoro. Il Piovano ne ha offerto cento copie a Specchio dei tempi per contribuire alla sottoscrizione per l’ambulatorio dei bambini spastici…”. Seguono poche altre informazioni, ma non sul libro! La stessa “Stampa” il 6/09/1973, nella rubrica “Saper spendere bene” gli dedica un articolo/intervista intitolato Elixir di lunga vita (“La Stampa”, 6/09/1973); sotto la sua foto con il suo “look” garibaldino, si accenna appena ai “tre anni di fatica, che per lui sono stati quasi un divertimento” ma, onorando il titolo, lo si porta ad esempio di vivere e mangiar sano: verdura a iosa, poco vino, niente caffè e liquori, acqua non gasata al mattino, bici e poi ancora bici.

Poche informazioni biografiche su Luigi Riccardo Piovano ci vengono da “Cronache Chieresi” (“Cronache Chieresi”, 6/07/1973; 13/07/1973), e ancora da “La Stampa” (“La Stampa”, 26/11/1978): il traduttore era nato a luglio 1891 a Perosa Argentina da una famiglia in cui i nonni erano proprietari agricoli originari di Andezeno. Il padre era sottufficiale del Regio Esercito e portava con sé la famiglia nei suoi spostamenti.
Ufficiale dei bersaglieri nella campagna di Libia e nella Grande Guerra, fu ferito più volte, anche gravemente. Nel periodico “Torino. Rivista mensile municipale” (“Torino”, n. 6, giugno 1935) lo troviamo premiato per il suo civismo nell’affrontare un animale imbizzarrito per le vie di Torino. Nella sua maturità si era poi trasferito ad Andora, in Liguria, che lasciava alla fine degli anni 70 per un giro d’Europa con altri arzilli ex-militari ed amici.
È nelle “Cronache Chieresi” che comunque troviamo le informazioni più consistenti sulla traduzione della Divina Commedia, ma …a partire dal 1966 (“Cronache Chieresi”, 28/01/1966), non dal 1973, per cui si può ipotizzare che il lavoro abbia avuto una gestazione più lunga di quanto detto, e che alcuni appassionati già conoscessero una prima edizione. Nel gennaio 1966, infatti, cogliamo i primi passi dell’opera, presentata con un breve saggio in grafia virigliana. Non sappiamo se a all’epoca il Piovano fosse così orientato o se la redazione delle Cronache abbia modificato la grafia (ciò che ahimè succedeva e succede).
Di Luigi Riccardo Piovano i giornali parlarono ancora pochi anni dopo, per un bel tirimbalin (per dirla alla barba Tòni), circa un misconosciuto dipinto michelangiolesco di sua proprietà. Se ne trova traccia nei giornali del tempo, insieme con altre notizie di cronaca “leggera”, visto che il Piovano aveva il dono della simpatia. Le attività in campo piemontese destavano interesse più come curiosità che altro.
Il dipinto in discussione era una Crocefissione, dipinta per Vittoria Colonna, datata 1545, ritrovata nel 1917 a Villa Bramafarina a Saluzzo. Il Piovano, che aveva formazione artistica, ed era anche pittore, scrisse pure dei saggi per difendere la tesi michelangiolesca, ma senza riscontro da parte della critica: la perizia più illustre, di Roberto Longhi, attribuiva il disegno (la composizione) a Michelangelo, ma l’esecuzione al suo allievo Venusti (“La Stampa”, 30/12/75).
Una parziale rivincita, paradossalmente, l’ebbe nel 1976 (“La Stampa”,17/11/1976), quando una lettera-ordinanza del Ministero dei beni culturali gli vietava di vendere all’estero il dipinto, riconoscendone in qualche modo il notevole interesse, anche se non l’attribuzione michelangiolesca. I suoi interessi artistici furono ancora alla ribalta nella trasmissione Portobello, popolarissima negli anni 70 (26/11/1978).
Muore ad Andora (Savona) nel 1989.

Sulle prove dantesche in piemontese, si consiglia la lettura dell’articolo ben documentato scritto da Dario Pasero su “La Voce” nel 2019 (“La Voce”, 29/11/2019. www.gioornalelavpoce.it). E nel sito ne daremo via via alcuni esempi, cominciando da Luigi Riccardo Piovano.

Luigi Riccardo Piovano (1891-1989)

CANT X DL’INFERN

Mi stasìa guardand col përzoné
ch’a l’era drit an pe tut ampalà
come ‘nsima un infern da dominé.

E mè maestro, dasendme na manà,
a l’ha possame ‘n mes ai penitent
disendme ch’im tenèissa botonà.

Col-là, come a l’ha vistme lì present,
a l’ha guardame con un fé sdegnos,
peui l’ha ciamà: “Chi j’ero ij tò parent?”.

E mi për vorèj esse scropolos
i son ëstàit sincer e bin precis.
Anlora a l’ha guardame pensieros,

e peui l’ha dit: “A j’ero fier nemis;
e ‘nt ij contrast ëd bòte soma dasne:
doe vòlte l’hai butaje ‘nt ij pastiss”.

“Ma se soma scapà, soma tornasne,
e prima e dòp – a chiel l’hai rëspondù –
ij vòstri son scapà e peui son restasne”.

CANT XI DËL PURGADEURI

“Òh! – mi l’hai dije – ti ‘t ses Oderis,
l’onor d’Agobio, si? L’onor ‘d col arte
che miniatura a l’é ciamà a Paris?”

“Fratel – l’ha dit – risplendo ‘d pì le carte
che miniand a va Franco ‘l bolognèis,
l’onor l’é sò, bzògna che ‘l mè ‘t lo scarte.

Da viv sarìo pa stàit tanto cortèis
d’amëtti ‘n chiel la superiorità,
përchè j’era ambissios, l’é bin intèis.

Për la superbia adess son castigà
e ‘nt l’antipurgateuri ancor sarìa,
ma mi da viv përdon i l’hai ciamà.

La glòria uman-a presto a l’é svanìa,
e ‘n mes al mond pochìssim temp a dura,
tranne che dòp pòchi glorios a-i sia.

Chërdìa Cimabue ‘n la pitura
d’esse ‘l pì grand, ma adess l’é superà
da Giotto, pì famos për soa bravura”.

PARADIS CANT I

La glòria dël Signor che tut a peul
s’espand për l’univers për soa virtù
o tant o pòch second come ch’a veul.

An cel, dove pì splend, mi l’hai vëdù
còse che për podèj-je bin spieghé
né sà né peul chi che da là ven giù;

përchè a Dio volendse concentré
nòstra atension a së sprofonda tant
che la memòria a jë sta nen daré.

Però le cose che ‘d col regno sant
a son restame drinta la memòria
adess sarà materia dël mè cant.