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Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’inventore piemontese dei fiammiferi

Nel corso di molti secoli, a partire dal medioevo, chimici ed alchimisti hanno dato vita con i loro esperimenti a svariati precursori dei fiammiferi, tra loro diversissimi. Un’acquisizione fondamentale per lo sviluppo dei fiammiferi fu la scoperta del fosforo, ottenuto per la prima volta dal chimico amburghese Hennig Brandt nel 1669, anche se per oltre 150 anni nessuno pensò a sfruttarne le possibili applicazioni in questo campo, sia per motivi di costi sia per la pericolosità degli originari prototipi. Non si può parlare di una sola invenzione o di un solo inventore, poiché i primi bastoncini incendiari erano estremamente diversi tra loro. L’invenzione degli “zolfanelli” è quindi contesa tra vari paesi.

Con riferimento a un periodo d’immaturi tentativi tecnici e commerciali sono particolarmente vive le rivendicazioni della Francia, che attribuisce l’invenzione a G. Chancel, ideatore di bastoncini messi in vendita a Parigi verso il 1806 che, incendiandosi per reazione chimica, non avevano ancora nulla a che vedere con quelli di moderna concezione comparsi di lì a poco. Il salto di qualità si ebbe, infatti, sul finire degli anni venti dell’ ‘800 con l’ideazione dei fiammiferi a sfregamento. Di questi gli inglesi attribuiscono l’invenzione ad un droghiere di Stockton-on-Teese, John Walker, che vendette i primi il 7 aprile 1727, i tedeschi a Ludwig Kammerer, i francesi a J. F. Derosne.

E l’Italia? Comunemente si ricordano per l’epoca primitiva esperimenti risalenti al 1785 e un ruolo non secondario nelle prime fasi dell’accensione a sfregamento. Ciò nonostante pare che l’invenzione dei fiammiferi spetti proprio a un italiano, un piemontese, Ludovico Peyla di Avuglione, studioso di chimica completamente dimenticato, appartenente ad una nobile famiglia carmagnolese. I documenti non sembrano lasciare spazio a dubbi: lo storico Antonio Manno scrive di lui in un suo manoscritto (finalmente consultabile on-line –www.vivant.it- dopo essere rimasto inedito per quasi un secolo) “Potrebbe rivendicare l’invenzione dei fiammiferi che, colla forma di cannellini fosforici, presentò nel 1779 al Re di Francia a all’imperatore d’Austria e n’ebbe regali”.  Sarebbero dunque successivi, seppur di poco, gli esperimenti francesi risalenti al 1780. Anche in un “Dizionario dell’industria” pubblicato a pochi anni di distanza (1792) l’invenzione è attribuita in modo certo a Peyla.

E per quanto riguarda l’accensione a sfregamento? Anche in questo campo sono due piemontesi (semidimenticati essi stessi, all’insegna del consueto understatement) a rivendicare l’invenzione e i perfezionamenti che avrebbero consentito di avviare produzioni di massa. L’inventore sarebbe l’ebreo fossanese Sansone Valobra che, coinvolto nei moti del ’21, fuggì in Toscana, trasferendosi poi a Napoli dove, anteriormente al 1828, produceva fiammiferi con capocchia a base fosforica. La sua impresa non ebbe fortuna, ma i diritti di “primogenitura” sembrano spettargli. Autore di fondamentali perfezionamenti fu, invece, un compaesano di Luigi Einaudi, il farmacista Domenico Ghigliano (il fiammifero del quale fu brevettato nel 1832). Dopo di lui la diffusione dei fiammiferi fu straordinaria e, mentre in Europa e America si assisteva alla nascita di numerosi insediamenti produttivi, proprio il Piemonte confermò il proprio primato, divenendo sede di alcuni tra i più antichi stabilimenti mondiali, alcuni con enormi capacità di produzione. A Torino la prima fabbrica fu forse quella dei Fratelli Albani, sorta nel 1833 sulle sponde della Dora. Altri stabilimenti furono realizzati nella periferia torinese a Moncalieri, Trofarello e Piobesi. In quest’area nel 1875 se ne contavano una decina, tra i quali spiccavano quelli creati da Luigi De Medici (con circa 850 operai producevano giornalmente oltre 7 milioni di zolfanelli in legno e 4 milioni in cera, destinati ai mercati di tutto il mondo), Francesco Lavaggi ed Ambrogio Dellachà, che nel 1880 avrebbe creato anche un grosso stabilimento a Buenos Aires.

G.M.N.

Na lòsna an fior/Un lampo in fiore

Nel nostro tradizionale calendario de “I colloqui del lunedì” della primavera 2020 – tutti tristemente rinviati per i motivi che ben conosciamo – il 6 aprile era in programma la presentazione del libro pubblicato nella collana di Letteratura piemontese moderna n. 22 del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Na lòsna an fior

Poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio

 a cura di Albina Malerba e Dario Pasero

Versione in lingua inglese di Celestino De Iuliis

Prefazione di Giovanni Tesio

 Il volumetto raccoglie le poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio (Torino 1942-Toronto 2006), accompagnate dalla traduzione in italiano e in inglese.

Filologo, Professore all’Università di Toronto, tra i fondatori del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, autore di molti studi su temi di linguistica e letteratura piemontese, Clivio è stato anche poeta per un breve segmento della sua vita, forma letteraria in cui amava utilizzare anche termini ed espressioni del piemontese antico, ormai in disuso nel XX secolo. I testi sono collocati secondo la cronologia della loro edizione nelle varie riviste che li hanno ospitati, mantenendone la grafia, peraltro perfettamente aderente alla “Pacotto-Viglongo”, al cui perfezionamento lui stesso aveva collaborato negli anni Settanta. “Tutt’altro che un esercizio a latere – scrive Giovanni Tesio nella Prefazione – è la poesia di Gianrenzo P. Clivio. Non numerosa, no, ma solida e profonda, sicuramente lirica, tendenzialmente poematica, ossia non frammentistica, e meno che mai frammentaria. Clivio porta nella sua poesia la sua passione di studioso…”.   Il libro, pubblicato nella ricorrenza dei cinquant’anni di fondazione della Ca dë Studi Piemontèis, vuole essere una testimonianza di gratitudine, di affetto, di continuità. “Le paròle ‘d poesìa sono la pera ch’a dura e nel ricordo di rinnova”.

Proseguendo nel percorso della nostra piccola antologia di poesie in piemontese, tratta da Na lòsna an fior, proponiamo la poesia

Ant j’ore

di Gianrenzo P. Clivio

Ant j’ore ch’a men-o an tormenta l’arbeuj ëd la vita,

la scòrsa dura dël nòst cheur a smija che a casca

com un ariss antorn a na castagna mura:

e a no parëss antlora che ant l’aria diversa

d’un mond sensa pressa

a canta e a piora mës-cià për mascarìa

tuta la gòj e tut ël mal dla vita,

tuta la blëssa ’d n’aragnà ‘nt ël sol,

tut lë sgiaj ëd na lòdola

sfrisà al vòle da na reusa ‘d piomb.

(1968)

Nelle ore. Nelle ore che trasformano in tormenta il ribollire della vita,/ la scorza dura del nostro cuore sembra che cada/ come un riccio intorno ad una castagna matura:/ e ci sembra allora che nell’aria diversa/ di un mondo senza fretta/canti e pianga mescolandoli per stregoneria/ tutta la felicità e tutto il male della vita,/ tutta la bellezza di una ragnatela nel sole,/ tutto il ribrezzo di una allodola/ fatta a pezzi al volo da una rosa di piombo.

In the Hours. In the hours that transform into a tempest the bustle of life,/ the hard rind of our hearts seems to fall/ like a husk around a ripe chestnut:/ then it seems to us that in the different air/ of an unhurried world/ there sings and weeps, mingling them through magic,/ all the happiness and all the evil of life,/ all the beauty of a spider’s web in the sunlight,/ all the horror of a skylark/ shredded in mid-flight by a spray of lead.

Storia, storie, luoghi, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

CAROUGE

Gustavo Mola di Nomaglio

Il turista che percorrendo le strade di Ginevra attraversi il ponte sull’Arve in direzione di Carouge si trova improvvisamente proiettato in uno scenario urbanistico del tutto diverso da quello che si è lasciato alle spalle. A breve distanza dal centro ginevrino si aprono le lunghe vie rettilinee di quella che sembra, a prima vista, una cittadina piemontese con un incontaminato aspetto settecentesco. Qui, dal punto di vista architettonico, il tempo pare essersi fermato.         

A Carouge i più antichi insediamenti umani risalgono all’epoca romana; il minuscolo abitato del paese sorgeva alla confluenza di quattro importanti strade dirette al ponte sull’Arve, verso Ginevra. Nell’alto medioevo il borgo è menzionato (nella forma <<Villa quadruvio>>) nel 516; in quell’anno Sigismondo, figlio di Gundobaldo, vi fu incoronato re di Borgogna. Solo a partire dal secolo XIII le notizie sul paese si fanno più precise. Entrato a far parte assai presto dei domini sabaudi con vaste zone circostanti il borgo ebbe per secoli un peso marginalissimo rispetto a quello di Ginevra, ma il suo destino cambiò quando i Savoia persero definitivamente il possesso della città. Sinché durarono le rivendicazioni sabaude sul Ginevrino (e con esse una sorta di guerra fredda tra il Piemonte e la repubblica calvinista) Carouge ebbe un ruolo eminentemente d’avamposto strategico.

Il trattato di Torino del 1754 riconoscendo finalmente la sovranità di Ginevra e fissando definitivamente i confini tra la Repubblica e la Savoia, fece nascere nel regno sardo la volontà di creare a ridosso del distretto ginevrino un importante centro sabaudo. Già da tempo in Piemonte si pensava a nuove strategie d’espansione a nord delle Alpi; Carouge ebbe in esse un ruolo centrale. Dal piccolo borgo originario fu quasi inventato dal nulla, in breve tempo, un insediamento con popolazione eminentemente cattolica (ma in cui si registrava una discreta apertura d’idee in materia di religione) in grado di creare una competizione politica, religiosa ed economica con la protestante Ginevra. Carlo Emanuele III nel 1740 favorì con franchigie fiscali l’insediamento di numerose industrie. Vittorio Amedeo III trasformò il paese in capoluogo di provincia, annettendo al suo distretto 42 villaggi separati dal Chiablese e dal Faucigny e concesse che si svolgessero due grandi fiere annuali. In pochi anni la popolazione crebbe da meno di 600 a quasi 5000 abitanti. Nel 1786 giunse la concessione del titolo di città.

Per sostenere una crescita tanto rapida furono formulati lungimiranti ed originali progetti urbanistici. Parecchi architetti piemontesi elaborarono per Carouge differenti piani regolatori. Geniale in particolare fu l’intervento di Filippo Nicolis di Robilant che si distinse dalle proposte in parte utopistiche dei suoi predecessori (Garella, Piacenza e Manera) per la sua concretezza. Robilant seppe inglobare senza sopprimerlo l’originale nucleo abitativo formatosi a cavallo della strada romana di Ginevra e diede prova –come rileva Augusto Cavallari Murat nella Storia del Piemonte pubblicata nel 1960 per iniziativa di Renzo Gandolfo- di una maturità urbanistica non comune, grazie alla quale la <<forma nuova>> si fece continuatrice della <<vecchia>> conferendo vitalità all’aggregato urbano. Il piano regolatore del Robilant può ancor oggi essere definito affascinante per la sua semplicità, chiarezza ed eleganza. I lavori per attuarlo procedettero rapidamente ma molte opere restarono incompiute a causa dell’occupazione da parte della Francia rivoluzionaria del 1792: non fu terminato un grande palazzo municipale, il palazzo reale rimase incompiuto (nel 1808 l’edificio divenne sede di una filatura che occupava seicento operai) e la stessa sorte ebbe l’albergo dei poveri.

Nel 1814 la cittadina fu restituita al Piemonte ma due anni, dopo in base al trattato di Torino del 16 marzo 1816, fu annessa a Ginevra. Probabilmente anche la perdita della testa di ponte sabauda di Carouge contribuì ad indirizzare sempre più le strategie d’espansione dei Savoia verso l’Italia.

Per saperne di più si segnala:

Luciano Tamburini, Carouge “città inventata”, in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno, a cura di Gianrenzo P. Clivio e Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1975, pp.195-209, ill.

una poesia per questi giorni

GIOVANNI TESIO: Professore, critico letterario, studioso di letteratura italiana con una gran messe di saggi su poeti e scrittori italiani e piemontesi. Da alcuni anni si dedica con impegno alla poesia. Citiamo soltanto i due libri di Sonetti, pubblicati per le edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Stantesèt sonèt, Prefazione di Lorenzo Mondo, postfazione di Albina Malerba (Pagg. IX-108, 2015); e Vita dacant e da canté, Prefazione di Pietro Gibellini (Pagg. XIII-380 ,2017).

Pubblichiamo qui un suo sonetto inedito dedicato a questi nostri difficili giorni.

                      S’a-i é chi a canta da pogieuj e fneste

                      i veuj pa dì ch’a l’abio nen le teste

                      combin ch’i treuva che fé festa ai mòrt

                      a sia ‘n po’ da mat o spirit fòrt.

                      La nav dij fòj ch’ambarca ‘l pess ëd noi

                      con l’ilusion ëd fé na còsa bon-a

                      e noi tuj lì a remé, o che brajoma,

                      për nen pensé che soma ‘n t’un garboj.

                      Mi penso ai mòrt ch’i peuss nen compagné

                      ai mòrt ch’a van da soj drinta la neuit

                      e a cole file ‘d bare sensa deuit.

                      E treuvo che al doman va bin pensé

                      e penso ch’a sia bel fin-a canté

                      ma riesso nen a varì ‘n mi col veuid.

Traduzione

Se c’è chi canta da balconi e finestre/ non voglio dire che non abbiamo le teste/ benché io trovi che far festa ai morti/ sia un po’ da matti o da spiriti forti.// La nave dei folli che imbarca il peggio di noi/ con l’illusione di fare una cosa buona/ e noi tutti lì a remare, o che gridiamo,/ per non pensare che siamo in un groviglio.// Io penso ai morti che non posso accompagnare/ ai morti che vanno da soli nella notte/ e a quelle file di bare senza grazia.// E trovo che al domani va bene pensare/ e penso che sia bello anche cantare/ ma non riesco a guarire in me quel vuoto.

Nonostante tutto è primavera

Pinin Pacòt

Torino, 20 febbraio 1899 – Castello d’Annone (Asti), 16 dicembre 1964

Negli anni dopo la prima guerra mondiale, in un clima di decadenza e di progressivo abbandono del piemontese, raccoglie attorno alla rivista “Ij Brandé” (1927) le forze nuove per ripensare un programma di seri studi storico-filologici, come base di rinnovamento e rinascita della poesia e della lingua piemontese sentita e vissuta con coscienza critica e impegno artistico. Con Andrea Viglongo elabora anche i principi per la codificazione della grafia piemontese. Vicino al movimento dei Félibres di Mistral, a Crissolo, nell’agosto del 1961, fonda con alcuni poeti piemontesi e provenzali “L’Escolo dόu Po”, premessa per il risveglio della cultura provenzale nelle vallate del Piemonte.

Renzo Gandolfo con Pinin Pacòt, lo scultore Pietro Canonica, il Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, il Senatore Teodoro Bubbio, alla Famija Piemontèisa di Roma.

La sua opera poetica è raccolta nel volume, Poesìe e pàgine ‘d pròsa, pubblicato in prima edizione nel 1967, a cura di Renzo Gandolfo,  per iniziativa della Companìa dij Brandé, con il concorso dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino e sotto gli auspici della Famija Turinèisa e della Famija Piemontèisa di Roma, con la Prefazione di Gustavo Buratti, poi in edizioni successive, dal Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, a cura di Renzo Gandolfo e Albina Malerba, con l’aggiunta quasi a postfazione del saggio di Riccardo Massano, Pinin Pacòt artista e poeta.

Per iniziativa del Centro Studi Piemontesi Pinin Pacòt è ricordato con “tre pere e na cita targa”, un menhir, ai Giardini Cavour di Torino e con l’intitolazione di una via cittadina.

Primavera

Deurb la fnestra, poeta, che ‘l sol a së spatara an toa stansa:

a-i nassrà na speransa, minca uns eugn che at ancanta.

E le rόndole svice at diran le rijente paròle,

che a përfumo le viòle, che la lòdola a canta.

E deurb l’ànima a st’ària pien-a ‘d vòli ant ël cel e ‘d rijade,

e ‘d përfum e ‘d cantade, e dë smens frissonante,

përchè ti it peusse vive le vite pi àute e profonde,

për che it perde e it confonde con j’osei e le piante;

për che it sente e che it cante le vive creature sorele,

le còse sempie e bele, con toa vos fàita pura,

ansema a la rόndola che a vòla për l’ària seren-a,

con la pianta che a pen-a, con la pera che a dura.

Primavera. Apri la finestra, poeta, che il sole si sparga nella tua stanza:/ nascerà una speranza, per ogni sogno che ti incanta. //E le rondini svelte ti diranno le ridenti parole, / che profumano le viole, che l’allodola canta. // E apri l’anima a quest’aria colma di voli nel cielo e di risate, / e di profumi e canzoni, e di semi frizzanti, //  perché tu possa vivere vite più alte e profonde,/ per perderti e confonderti con gli uccelli e le piante; // per sentire e cantare le vive creature sorelle,/ le cose semplici e belle, con la tua voce fatta pura,//  insieme alla rondine che vola per l’aria serena, / con l’albero che soffre, con la pietra  che dura.

Il papa e la consolata

Riproponiamo la poesia di Nino Costa, “La Consolà“, citata dal Papa nell’intervista a Papa Francesco di Domenica Agasso, su “La Stampa” del 20 marzo 2020.

A randa dij rastei dla Tor roman-a

-ultim avans d’un’epoca dëstissa –

con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a

la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare

ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija

e a ten da cont le soe memòrie care,

ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,

d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;

pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,

e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa

dle glòrie dle passion d’un’autra età –

ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,

fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda

dsora dël mond ël son dle soe campan-e

come na vos ch’a prega e as racomanda

për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,

la Madonin-a bianca sla colòna,

goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass

a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.

Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta

come sesì da ‘n sens ëd confussion:

n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,

n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –

për tant si pòch che la superbia an chita –

ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa

ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan

quand ch’a në mnavo sì a benedission,

che nòsta mama a në tnisìa për man

e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra

lagiù, lagiù, trames a doi ciairin

në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,

le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse

dj’impression e dij seugn dla prima età!

J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,

ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa

tacà la mama – pià da sburdiment –

e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa

la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,

a goarda con l’antica meravìa

le richësse e ij tesòr dla gran sità

posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,

dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton

ch’a diso da stërmà la soa coron-a

e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,

a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor

sota le vòlte freide e patanuve,

l’é sle muraje sensa gnun color

trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!

stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent

ch’ i seve brut e pien ëd poesìa

ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,

j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss

j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive

fin ch’i restoma su cost mond balòss.

…….

Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama

e ij sangiut a fan grop drinta la gola,

ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama

it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,

ignorant e sapient, giovnòt e vej –

quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor

an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,

it contoma ij maleur dle nòstre ca

për chi t’an giute con tò cheur pietos,

ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,

confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor

t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin

na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco

-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –

tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,

come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,

e t’i-j goarde con l’istess sorìs

la “monigheta” con la scufia bianca,

e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta

-quand che la ciòca dël maleur a son-a –

la verdurera con la siarpa ‘n testa

e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje

ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,

dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,

da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,

da la Crosëtta al parch dël Valentin

j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra

j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,

cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:

come l’acqua d’un fium la vita a passa

ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo  il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti… Ave Maria.

LUNA DI MARZO

La Luna

Il 24 marzo arriverà la luna nuova: luna di marzo.

Molte sono le credenze legate alla luna.

In campagna tenevano in conto la luna per seminare: con la luna nuova, durante il primo quarto, non si deve seminare altrimenti le piantine cresceranno solo in altezza, ma non saranno fruttuose. Si semina di luna calante. La luna diventerà “buona” dopo otto giorni, cioè dopo il primo quarto. C’è chi dice che trascorso il venerdì (“passatole il venerdì sopra”) allora la luna diventa buona anche se fosse venuta al giovedì (cioè il giorno prima). Con la luna nuova non si deve tagliare la legna, altrimenti tarla. Per lo stesso motivo anche la tela non si deve tagliare di luna nuova. Il bucato delle lenzuola (che una volta si faceva con acqua bollente e cenere) non si doveva fare di luna nuova, altrimenti non risultavano candide.

Se si taglia il fieno di luna nuova ammuffirà.

La luna nuova è soltanto adatta per i raccolti.

Se la luna viene con la pioggia, vuol dire che avremo brutto tempo.

E così via….

Degli effetti della Luna sulle attività umane ne ha scritto Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere:

1 luglio 1942

E sempre Pavese ne La luna e i falò, capitolo nono: “…Allora credi anche nella luna? – La luna, – disse Nuto, – bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano. Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le più grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come il Valino non saprà nient’altro ma la terra la conosceva”

LA Consolà di Nino costa

Nino Costa (Torino, 28 giugno 1886 – 5 novembre 1945)

Punto di transizione tra due età, raccoglie l’eredità poetica del passato, ma la vivifica con moderna sensibilità dando voce alle memorie, alle tradizioni, alla civiltà del Piemonte, e inaugura una nuova stagione della poesia piemontese, sulla quale si innesta l’opera di Pinin Pacòt.

La Consolà

A randa dij rastei dla Tor roman-a

-ultim avans d’un’epoca dëstissa –

con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a

la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare

ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija

e a ten da cont le soe memòrie care,

ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,

d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;

pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,

e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa

dle glòrie dle passion d’un’autra età –

ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,

fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda

dsora dël mond ël son dle soe campan-e

come na vos ch’a prega e as racomanda

për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,

la Madonin-a bianca sla colòna,

goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass

a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.

Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta

come sesì da ‘n sens ëd confussion:

n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,

n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –

për tant si pòch che la superbia an chita –

ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa

ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan

quand ch’a në mnavo sì a benedission,

che nòsta mama a në tnisìa për man

e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra

lagiù, lagiù, trames a doi ciairin

në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,

le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse

dj’impression e dij seugn dla prima età!

J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,

ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa

tacà la mama – pià da sburdiment –

e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa

la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,

a goarda con l’antica meravìa

le richësse e ij tesòr dla gran sità

posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,

dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton

ch’a diso da stërmà la soa coron-a

e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,

a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor

sota le vòlte freide e patanuve,

l’é sle muraje sensa gnun color

trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!

stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent

ch’ i seve brut e pien ëd poesìa

ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,

j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss

j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive

fin ch’i restoma su cost mond balòss.

Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama

e ij sangiut a fan grop drinta la gola,

ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama

it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,

ignorant e sapient, giovnòt e vej –

quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor

an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,

it contoma ij maleur dle nòstre ca

për chi t’an giute con tò cheur pietos,

ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,

confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor

t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin

na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco

-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –

tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,

come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,

e t’i-j goarde con l’istess sorìs

la “monigheta” con la scufia bianca,

e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta

-quand che la ciòca dël maleur a son-a –

la verdurera con la siarpa ‘n testa

e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje

ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,

dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,

da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,

da la Crosëtta al parch dël Valentin

j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra

j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,

cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:

come l’acqua d’un fium la vita a passa

ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo  il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti…Ave Maria.