Archivi tag: Gustavo Mola di Nomaglio

1815: l’unione della Liguria al Regno di Sardegna

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Gustavo Mola di Nomaglio racconta le vicende dell’unione della Liguria al Regno di Sardegna nel 1815.

Al volume hanno collaborato:
Giuseppe Pichetto, Genova Sabauda, finalmente
Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio, L’unione liguro-piemontese: una storia sinuosa
Andrea Pennini, Egemonia ed Equlibrio. Il Regno di Sardegna nel “concerto europeo” di Vienna
Stefano Monti Bragadin, Riunione degli Stati di Genova a quelli di S.M. Sarda
Alberto Conterio, Il valore della storia e l’onestà d’informazione. Lo sguardo di un giornalista
Mario Riberi, Il sistema giudiziario in Liguria durante l’età napoleonica
Marcello Marzani, “Vegliare alla conservazione della pubblica, e privata sicurezza”. Istituzioni di polizia civili nei territori di terraferma del Regno di Sardegna all’indomani della Restaurazione
Elena Gianasso, Progetti e piani per Torino e per Genova negli anni della Restaurazione
Luciano Garibaldi, Presenze sabaude a Genova, pagine di cronaca. Le personalità di Casa Savoia maggiormente legate a Genova
Massimo Mallucci de’ Mulucci, Influenza ed azione delle famiglie genovesi nell’ambito del Regno di Sardegna
Fabrizio Marabello, Antiche relazioni dei Savoia col Finale: da Worms ai De Raymondi
Arabella Cifani, Franco Monetti, La Liguria e il Piemonte attraverso la pittura dei bamboccianti: il caso di una inedita veduta di Genova, capolavoro di Pietro Maurizio Bolckman

Le residenze sabaude: il castello di Moncalieri

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Andrea Merlotti racconta il rapporto tra il Castello di Moncalieri e la corte sabauda, con particolare attenzione ai soggiorni reali del XiX secolo, in riferimento al volume Il Castello di Moncalieri. Una presenza sabauda tra corte e città, a cura di Albina Malerba, Andrea Merlotti, Gustavo Mola di Nomaglio, maria Carla Visconti, edito dal Centro Studi Piemontesi in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Moncalieri

Il castello di Moncalieri tra corte e città

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Maria Carla Visconti, curatrice con Andrea Merlotti, Gustavo Mola di Nomaglio, Albina Malerba, del volume Il Castello di Moncalieri . Una presenza sabauda fra Corte e Città, pubblicato per i tipi del Centro Studi Piemontesi in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Città di Moncalieri, racconta la storia del castello e le sue diverse funzioni nel corso dei secoli.

il castello di moncalieri

Giovedì 23 luglio 2020 ore 18,30
Castello Reale di Moncalieri
Giardino delle Rose

presentazione del volume

Il Castello di Moncalieri
Una presenza sabauda fra Corte e Città

Pubblicato per i tipi del
Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis
In collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Città di Moncalieri

Saluti di
PAOLO MONTAGNA
Sindaco della Città di Moncalieri
LAURA POMPEO
Assessore alla Cultura della Città di Moncalieri

Intervengono

i curatori del volume
MARIA CARLA VISCONTI
ANDREA MERLOTTI
GUSTAVO MOLA DI NOMAGLIO
ALBINA MALERBA

e gli autori dei diversi saggi
CRISTINA LA ROCCA, ENRICO LUSSO, DANIELA CEREIA, PIER PAOLO MERLIN, PAOLO COZZO, ELENA GIANASSO, MARIA VITTORIA CATTANEO, LUISA BERRETTI, ROSANNA ROCCIA, PAOLO CORNAGLIA, GIANCARLO COMINO, PIERANGELO GENTILE, GIAN SAVINO PENE VIDARI, LORENZA SANTA, MARCO R. GALLONI, LAURA MORO, GIANNI OLIVA, LINO MALARA, MARCO DI BARTOLO, MICHELANGELO FERRERO

Leggi la scheda del libro

Info e prenotazioni:

Ufficio Cultura Comune di Moncalieri tel. 011/6401206 – 011/6401270
Centro Studi Piemontesi – tel. 011/537486 info@studipiemontesi.it

Corsari sabaudi

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

“non alle brezze del Mediterraneo ma ai gelati venti alpini, all’ombra dei ghiacciai del Monte Bianco”

Corsari sabaudi

La marina sabauda nacque, ripetendo una suggestiva frase di Napoleone Albini (posta in apertura di uno studio sulla marineria savoiarda ai tempi di Emanuele Filiberto) «non alle brezze del Mediterraneo ma ai gelati venti alpini, all’ombra dei ghiacciai del Monte Bianco». I legni militari sabaudi fecero, infatti, le prime prove, non sul mare ma navigando, nel medioevo, sul Rodano e sul lago Lemano, ora per difendere i domini sabaudi, ora per sostenere l’azione offensiva delle truppe di terra fedeli ai conti di Savoia. Per assicurarsi la supremazia navale i conti adottarono una strategia ingegnosa. Chiamarono a Villeneuve, nei pressi di Chillon alcuni tra i migliori costruttori genovesi, capaci di realizzare imbarcazioni ben più solide e veloci dei battelli, opera di artigiani e carpentieri locali, che sino a quel momento avevano solcato le acque del lago.

Ancor prima di possedere uno sbocco costiero i sovrani sabaudi corsero il mare in cerca di gloria e d’avventura. Tra le imprese più antiche può esserne ricordata una del Conte Verde che, nel 1366, prese a nolo galere e navi da guerra veneziane e genovesi e fece vela, unico tra i principi cristiani, verso il Levante, in soccorso dell’Impero d’Oriente, minacciato da Bulgari e Turchi. Con la dedizione di Nizza del 1388 i Savoia si affacciarono stabilmente sul Mediterraneo e iniziarono ad accarezzare nuovi progetti d’espansione che non potevano prescindere dalla creazione di una marina militare. Nei tempi più remoti tuttavia la bandiera sabauda fu rappresentata sui mari soprattutto da navi «armate in corsa», possedute, cioè, da privati armatori cui era delegato, con l’appoggio dello Stato, il ruolo di «correre» il mare in tutte le direzioni a caccia di navi nemiche.

Le più antiche «patenti di corsa» di cui resta memoria risalgono all’inizio del secolo XVI. Sin dal loro apparire sulla scena della storia i corsari sabaudi furono temuti in tutto il Mediterraneo e dimostrarono d’essere capaci di far rispettare l’emblema dei propri sovrani dalle marinerie delle altre nazioni ed anche dai pirati barbareschi e dai musulmani che imperversavano con ferocia lungo le nostre coste, rapinando paesi e rapendo cristiani, su terra o per mare, onde renderli schiavi e soprattutto per richiederne il riscatto (grazie alle compagnie, associazioni e confraternite fondate per raccogliere le ingenti somme necessarie, decine di migliaia di cristiani poterono essere riscattati e fare ritorno nelle loro patrie ma di molti si perse purtroppo ogni traccia).

L’utilizzo dei corsari fu generalmente accettato, grazie all’esistenza di regole comportamentali che, pur non mancando notizia di abusi, venivano complessivamente rispettate. Nette erano le differenze tra corsari e pirati: i primi facevano guerra e “man bassa” soltanto contro il commercio di nazioni nemiche, i secondi non rispettavano nessuna bandiera e mettevano in atto ogni sorta di violenza.
L’epopea della guerra di corsa sabauda ebbe in ogni tempo i suoi eroi. Nel ‘500 fu mitica la figura del corsaro nizzardo Giovanni Moretto, che conquistò enormi prede e mise a segno beffe leggendarie e imprese coraggiose a danno dei francesi e dei musulmani, ad un certo momento loro alleati.

Durante la guerra contro la Francia rivoluzionaria si resero celebri per le loro battaglie nel golfo di Genova altri due nizzardi, il conte Gaetano De May ed il conte Ermenegildo Torrini di Fogasierras, che si opposero ad oltranza, anche quando tutto era ormai perduto, agli invasori. Nella seconda metà del ‘700 contro la guerra di corsa si scatenarono polemiche in tutt’Europa ma nello Stato sabaudo si levarono molte voci in sua difesa, e tra queste quella dello storico e giurista Domenico Alberto Azuni, che ritenne degni di biasimo i detrattori dei corsari e di elogio questi ultimi, che nella guerra di corsa mettevano generosamente a repentaglio i loro beni e la loro vita.
Solo col congresso di Parigi del 1856 si giunse, con l’adesione di quasi tutti gli Stati, compreso il Regno di Sardegna, ad un accordo internazionale che, decretando la fine dell’epoca dei corsari, pose fine, in tempi assai più recenti di quanto comunemente si pensi, anche all’epopea dei corsari sabaudi.

GMN

Per un approfondimento v. anche: La bandiera di Savoia sul mare, in “Studi Piemontesi”, vol. XXX, (2001), 2, pp. 397-415.

i Pichetto dal Biellese a Torino: dall’arte della lana all’arte del ferro

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi
Famiglie imprenditoriali

I Pichetto dal Biellese a Torino: dall’arte della lana all’arte del ferro

I primi passi da imprenditore del “fabbro” Giuseppe Pichetto (1850-1922) – iniziatore nel secondo Ottocento di un’industria artistica a lungo ben conosciuta in Italia ed Europa – non sembrano differire da quelli di altri industriali e uomini d’affari piemontesi che, come Giovanni Agnelli, Luigi Rossi, Marcel Bich poterono contare, anteriormente ai loro exploit personali, su solide basi economiche.
Pichetto nacque a Veglio Mosso il 7 novembre 1850, da una vecchia famiglia locale, il cui cognome compariva da tempo tra quelli impegnati nell’industria laniera radicata nella zona: già nel 1775 Giovanni Battista e Dionigio Pichetto figuravano in Mosso nello “Stato de’ fabbricatori aventi lanifici in Biella e nelle terre della provincia”.

Giuseppe Pichetto, Ringhiera in ferro battuto e scolpito per Scalone Castello Reale di Racconigi.
Da: Cartella Persistenza delle opere in ferro di Giuseppe Pichetto senior. Sei tavole e sei fotografie offerte da Giuseppe Pichetto junior, Torino 1986.
Le tavole della Cartella “sono state riprodotte dall’album, Lavori in ferro, pubblicato nel 1911 dal Cavaliere del Lavoro Giuseppe Pichetto […]. L’album originale è composto di 100 tavole: ne sono state scelte sei […]. Progettazione, ricerche, ricognizioni dei luoghi e fotografie di Giorgio Avigdor, su idea di Giuseppe Pichetto”. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.

Giuseppe Pichetto compì i primi studi nel paese natale, forse sotto la guida di uno dei non rari sacerdoti appartenenti alla sua famiglia, ed iniziò, giovanissimo, un mestiere ben diverso da quello che l’avrebbe reso famoso tra i propri contemporanei, facendo lo scrivano a Veglio, presso il notaio Prina. Ben presto, appassionato di meccanica, lo troviamo però a Torino, a frequentare scuole tecniche. È poco più che un ragazzo quando, mettendo a frutto gli insegnamenti impartitigli nei momenti liberi dal “serruriere” di Mosso Santa Maria, Antonio Galoppo, inventa una cassaforte a cilindro ed un congegno per aprire porte e finestre a distanza.
Con l’intento di studiare l’evoluzione dell’industria metallurgica mondiale, Pichetto effettuò viaggi in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1879, al suo ritorno a Torino, fondò in corso Vittorio Emanuele II 21 un’“Officina per costruzioni in ferro”. In breve tempo aprì varie succursali in Italia e all’estero, dotando la propria fabbrica, secondo quanto si legge in un articolo del primo Novecento, «di ogni miglior macchina utensile e d’ogni moderno trovato della Scienza» e formando maestranze altamente specializzate.

Giuseppe Pichetto, Ringhiera per Scalone in ferro fucinato, Villa Boasso, Alba.
Da: Cartella Persistenza delle opere in ferro di Giuseppe Pichetto senior. Sei tavole e sei fotografie offerte da Giuseppe Pichetto junior, Torino 1986.
Le tavole della Cartella “sono state riprodotte dall’album, Lavori in ferro, pubblicato nel 1911 dal Cavaliere del Lavoro Giuseppe Pichetto […]. L’album originale è composto di 100 tavole: ne sono state scelte sei […]. Progettazione, ricerche, ricognizioni dei luoghi e fotografie di Giorgio Avigdor, su idea di Giuseppe Pichetto”. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.

Dalla fucina di Pichetto uscirono autentiche opere d’arte, che ne fecero il fornitore privilegiato della Casa Reale, della nobiltà e dell’alta borghesia. La sua opera fu richiesta anche all’estero, in Francia (dove operava la succursale di Parigi) e in altri paesi, non esclusa la Turchia, dove gli furono commissionati importanti lavori per il palazzo sultanale di Costantinopoli. Molte opere, nonostante le distruzioni dovute allo spasmodico bisogno di ferro dei periodi bellici, si conservano tuttora: basti ricordare gli splendidi Cancelli in ferro battuto con guarniture in bronzo del palazzo della Regina Margherita a Roma oppure, a Torino, la cancellata lungo l’ala nuova di Palazzo Reale, su via XX settembre e i cancelli della Mole antonelliana o, ancora, a Racconigi, la ringhiera in ferro battuto e scolpito per lo scalone del castello reale.

Giuseppe Pichetto, Cancelli in ferro battuto e guarniture in bronzo, Palazzo Margherita – Roma
Da: Lavori in ferro di Giuseppe Pichetto. L’architettura dei mestieri intelligenti. Sei fotografie di Giorgio Avigdor con un testo di Andreina Griseri, Torino 1987. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.

Di anno in anno il prestigio di Pichetto si accrebbe, al punto che nel 1908 fu creato Cavaliere del Lavoro, affiancandosi ai nomi di maggior prestigio dell’imprenditoria piemontese del tempo, come Giovanni Agnelli, Silvano Venchi, Vittorio Tedeschi, Giacomo Bosso, Teofilo Rossi, Felice Piacenza e Oreste Catella.
All’attività produttiva egli congiunse un impegno sociale e filantropico (fu tra l’altro consigliere e finanziatore delle Scuole-Officine serali, fondate nel 1887 e poste sotto la presidenza onoraria del Re) e svolse un ruolo attivo nelle organizzazioni che rappresentavano gli imprenditori, quali la Lega industriale, l’Associazione Generale fra Industriali e Commercianti e l’Associazione dell’Industria Meccanica ed Arti affini.

Giuseppe Pichetto, Cancellata in ferro fucinato. Villino C. Dellachà – Torino
Da: Lavori in ferro di Giuseppe Pichetto. L’architettura dei mestieri intelligenti. Sei fotografie di Giorgio Avigdor con un testo di Andreina Griseri, Torino 1987. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.
Archivio del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Torino
Archivio del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Torino

Allo scoppio della prima guerra mondiale il Genio militare arruolò la maggior parte degli operai delle Officine Pichetto: non era più il tempo di forgiare opere d’arte ma cannoni. L’azienda rimase praticamente paralizzata, sinché Giuseppe non fu costretto a cessare l’attività, cedendo successivamente la fabbrica. Ma l’avventura imprenditoriale della famiglia non finì qui. Dopo la sua morte (5 dicembre 1922) le tradizioni imprenditoriali furono continuate dai figli Antonio Virginio ed Angelo. Il primo, ingegnere, dopo esperienze in campo automobilistico in Italia divenne progettista di motori sportivi della Bugatti. Il secondo, studioso di chimica, allievo di Ponzio, compì ricerche che gli valsero premi importanti, alcuni conferitigli dall’Accademia dei Lincei. Negli anni Venti fondò l’Istituto Chimico Subalpino, acquistando qualche tempo dopo la F.lli Maraschi, un’importante ed antica azienda torinese produttrice di essenze, estratti ed aromi, tuttora operante (denominata attualmente Maraschi & Quirici, in seguito alla fusione con la Ercole Quirici) nel campo della chimica naturale. Questa tuttora legata al nome di un altro Giuseppe Pichetto, il Presidente del Centro Studi Piemontesi, anche lui Cavaliere del Lavoro e già, tra altri prestigiosi incarichi istituzionali, Presidente dell’Unione Industriale e della Camera di commercio di Torino il cui nome sottolinea la bisecolare continuità delle intraprese economiche familiari.

gmn

Esposizione Italiana di Architettura, Torino 1890. Medaglia d’oro conferita a Giuseppe
Pichetto (1850-1923) per la realizzazione, nella sua fonderia, di uno splendido grifone

Da: Torino Internazionale. Le grandi Expo tra Otto e Novecento, catalogo della mostra del 2015 alla Biblioteca della Regione Piemonte, a cura di Albina Malerba e Gustavo Mola di Nomaglio, introduzione storica di Pier Luigi Bassignana, Torino, Collana “Mostre della Biblioteca della Regione Piemonte” n. 37, Torino, Consiglio regionale del Piemonte, 2015

Cartoline dai nostri Saloni del Libro #SalToEXTRA

Il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis ha partecipato con un suo stand fin dalla prima edizione del Salone Internazionale del Libro Torino, e era prenotato per l’Edizione 2020!
Da 33 anni come oggi, da Torino Esposizioni al Lingotto, siamo sempre stati gioiosamente impegnati ad allestire il nostro Stand.
Un amarcord di immagini, persone, iniziative, impegno, lavoro….che affidiamo a qualche fotografia dalle migliaia che custodiamo nell’Archivio istituzionale…., nell’attesa di rivederci presto al Lingotto.

Maria Teresa Reineri con la sua biografia di Anna di Orléans
#SalTo19: si parla dell’Archivio del Centro Studi Piemontesi con Andrea Ludovici e Rosanna Roccia
#SalTo 18: Graziella Riviera e Bruno Gambarotta presentano La strada del Fiammingo
Enrico Eandi
Federico Bona, Roberto Sandri-Giachino, Roberto Placido , Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio
Con Elena Gianasso
Albina malerba, Tavo Burat, Giovanni Tesio
Il nostro stand con Lara Ferrando
Allo stand con Lara Ferrando e Valeria Moser
La sindaca Chiara Appendino, con Albina Malerba e Giulia Pennaroli
Massimo Bray al nostro stand, con Albina Malerba e Giulia Pennaroli
Stand in allestimento
Dietro le quinte
#SalTO18: Alberto Cavaglion, Giuseppe Pichetto, Simonetta Tombaccini, Sandra Rebershack, Albina Malerba presentano La nazione Ebrea di Nizza
Franca Varallo, Marco Carassi, Rita Marchiori
Un particolare dello stand
Il convegno “Comunicare le lingue meno diffuse in Piemonte” nello spazio del Consiglio regionale del Piemonte
Il REP- Repertorio Etimologico Piemontese
il nostro stand, con Giulia Pennaroli e Adriano Savio
#SalTo2010 Conferenza Salviamo la memoria e il futuro, con Emanuele Filiberto di Savoia.
Uno dei disegni realizzati da Daniela Rissone per il Centro Studi Piemontesi

Proponiamo dal nostro canale YouTube il video di alcuni incontri delle scorse edizioni del Salone del Libro:

#SalTo19 Cinquant’anni al servizio della cultura – in occasione dei 50 anni del Centro Studi Piemontesi, con Giuseppe Pichetto, Rosanna Roccia, Franco Cravarezza, Graziella Riviera, Albina Malerba, autori e collaboratori di “Studi Piemontesi”

#Salto18 Presentazione Per l’immagine dello stato di Elena Gianasso, con l’Autrice e Costanza Roggero

#Salto18 Presentazione Anna Maria d’Orléans di Maria Teresa Reineri, con l’Autrice e Gustavo Mola di Nomaglio

#Salto18 Presentazione La strada del fiammingo di Graziella Riviera. Con l’Autrice intervengono Bruno Gambarotta, Renata Lodari, Rosanna Roccia; letture di Laura Riviera

#Salto 18 Presentazione La Nazione Ebrea di Nizza di Simonetta Tombaccini. Con l’Autrice intervengono Giuseppe Pichetto, Albina Malerba, Sandra Rebershack, Alberto Cavaglion

Cirio, le conserve più famose del mondo

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

È cominciata in via Borgo Dora nel 1856
l’avventura straordinaria del piemontese Francesco Cirio, di Nizza Monferrato
Le conserve e i pelati più famosi nel mondo

As nature creates, Cirio preserves*
dallo slogan di una celebre campagna pubblicitaria internazionale della Cirio

Il 9 gennaio del 1900 moriva a Roma Francesco Cirio. A Torino lo ricorda e ne tramanda il volto una targa murata in Piazza della Repubblica 24. Il suo nome fu ed è sinonimo di industria conserviera. I contemporanei lo definivano «l’italiano più famoso del mondo». Era, perciò, anche il più famoso piemontese e torinese. Nacque a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836. Il padre era un piccolo commerciante con alle spalle qualche sfortunata iniziativa nel commercio delle granaglie. Che Cirio fosse piemontese – e che sia stato a lungo cittadino di Torino – dovrebbe essere arcinoto: ne hanno parlato i giornali, lo riferiscono le enciclopedie e numerosi autori. Eppure basta un rapido sondaggio per notare che molti continuano ad associarlo a Napoli e al meridione d’Italia, dove egli sviluppò grandiose imprese industriali ed agrarie, tuttora universalmente note e, superate burrascose vicissitudini, prospere.

Lavorando duramente sin da bambino per aiutare la famiglia, in difficoltà economiche, Cirio non poté studiare e, per questo vari biografi lo definiscono un semi analfabeta. In realtà fu un autodidatta di eccezionali capacità. Sterratore nella Cittadella di Alessandria, manovale a Genova, garzone in un pastificio di Torino, fissò la propria dimora nella capitale sabauda nel 1850. Dal 1847 commerciava ortaggi tra Nizza Monferrato e Fenestrelle, avendo quale mezzo di trasporto solo le proprie gambe. A Torino comprava pomodori e ortaggi a Porta Palazzo e li rivendeva in altre zone. Nei ritagli di tempo confezionava per conto terzi ceste destinate a Nizza Mare. A sera scaricava vagoni di frutta e verdura. Proprio Nizza Mare, ancora “piemontese”, e poi Parigi, furono sede di suoi commerci di una certa consistenza. Messo da parte un piccolo capitale, nel 1856 aprì a Torino, in via Borgo Dora 24, una fabbrica di conserve.

Già i Lancia, prima delle loro avventure nel mondo dell’automobile, di qui si erano affermati in campo conserviero in Europa. Cirio, partendo dalle loro intuizioni, inventò nuovi metodi di conservazione (sostenendo nel 1869 controversie contro Luigi Dompé, che accampava diritti di priorità di cui non fu riconosciuto il fondamento). In breve fondò uno stabilimento di contenitori capaci di conservare inalterati ortaggi freschi, carni, caffè ed altri alimenti che le sue aziende inscatolavano a ritmi sempre più vertiginosi, spedendoli in tutto il mondo.

Fu anticipatore ed iniziatore della bonifica dell’agro romano, mise a coltura intensiva nel sud Italia migliaia di ettari di terre in completo abbandono, promosse lo sviluppo della rete ferroviaria, procurò lavoro e benessere a tanti italiani, offrendo loro un’alternativa all’emigrazione. Il successo fu tale da procurargli l’accusa di essere un vero monopolista. Le sue aziende italiane producevano ed esportavano, in effetti, ogni anno migliaia di vagoni in più rispetto a tutte le altre concorrenti messe insieme, milioni e milioni di scatole partivano in ogni direzione. Anche con esse il nome di Torino, prima di quello di Napoli, ha attraversato, associato a quello di Cirio, il mondo.

Gustavo Mola di Nomaglio

Chocolat Cicolata Cioccolato e … Nocciole

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Nel secondo volume del Dictionnaire historique e biographique de la Suisse (Neuchatel, 1924) si legge, alla voce “Chocolat”, che il padre dell’industria cioccolatiera svizzera, François-Louis Cailler, trasse l’ispirazione per fondare la sua impresa da due italiani. In effetti Cailler, ebbe l’idea di fabbricare cioccolato in grande durante un soggiorno in Piemonte, attorno al 1818. Qui ebbe modo di vedere all’opera non soltanto i piccoli artigiani che lavoravano manualmente cacao e zucchero, ma anche già uno stabilimento industriale con qualche inizio di meccanizzazione. Non per caso Torino è sempre stata considerata la capitale europea del cioccolato e anche oggi, pur essendo gli svizzeri a farla da padroni in questo campo, la città ne rimane l’indiscussa capitale storica, mentre permangono in esercizio alcuni insediamenti produttivi di assoluta eccellenza. Pare che il primo a portare con sé una certa quantità di cacao in Piemonte sia stato, a metà ‘500, Emanuele Filiberto, al rientro nei suoi Stati dopo l’esilio. In breve l’uso della cioccolata si diffuse a Torino, dapprima sotto forma di bevanda. La “bavareisa”, antenata del “bicerin”, era già largamente consumata (quanto meno nei caffè e nelle famiglie abbienti) nel primo ‘700.

Una grande novità, destinata a rafforzare la supremazia di Torino e a gettare le basi di straordinari successi commerciali, risale agli anni napoleonici, quando i cioccolatieri torinesi, di fronte alla penuria di cacao (Napoleone e i suoi seguaci non si accontentavano di trafugare le opere d’arte) iniziarono a mescolare con esso piccole quantità di polvere di nocciole. Il pubblico apprezzò la miscela, economica e squisita, premiando i produttori con consumi sostenuti. Il primo a produrre il nuovo cioccolato a livello industriale fu, negli anni venti dell’800, Michele Prochet: in società con Caffarel (entrambi appartenevano a famiglie del Pinerolese dal quale più tardi sarebbe giunto a Torino per fabbricare cioccolato anche Talmone) diede vita al “Gianduja”, mille volte imitato, ma mai eguagliato fuori dal Piemonte.

Il nocciolo aveva precedentemente avuto in terra subalpina un’importanza marginale rispetto ad altri alberi da frutto, come il castagno, in primis, e il noce. In breve tempo esso si trasformò per il Piemonte (habitat di cultivar capaci di dare, ancor prima che l’intervento degli agronomi ne migliorasse ulteriormente le caratteristiche, un prodotto di sapore e resa eccezionali) in una sorta di gallina dalle uova d’oro. A qualcuno sembrò naturale, poiché, da sempre, al legno del nocciolo ed ai suoi semi e frutti, si accompagnavano leggende e credenze che gli conferivano un’aura di beneaugurante magia e mistero. Non per caso col legno di questa pianta erano preferibilmente fatte anche le bacchette divinatorie utilizzate per cercare acqua, miniere, oro o tesori nascosti. Originario probabilmente dell’Asia Minore, il nocciolo (o còrilo, o avellano, traendo nome dalla città campana di Avella, dove si coltivava in tempi remoti) era già noto agli antichi romani, che usavano donare i suoi rami fruttiferi quale augurio di felicità. Per i popoli germanici la nocciola era simbolo di fecondità, tanto che sappiamo di matrimoni nel corso dei quali i partecipanti gridavano “nocciole, nocciole” agli sposi; tre giorni dopo la moglie avrebbe distribuito a tutti alcuni di questi frutti, segno che il matrimonio era stato consumato. Ma l’uso della nocciola quale simbolo di fertilità ricorre in molti altri luoghi. In Normandia, durante il medioevo si usava, ad esempio, dare alle vacche tre colpi con una bacchetta di nocciolo per propiziare un’abbondante produzione di latte.
La nocciola (avellana) è anche una figura dell’araldica, chiamata a rappresentare amore segreto o virtù nascoste, ad eccezione della croce avellana (fatta di quattro nocciole) che campeggia sopra il globo imperiale: in cui principalmente si deve leggere l’usuale auspicio di fertilità e benessere.

Un benessere di cui per tanti corilicoltori piemontesi i noccioli non sono stati avari. Oggi in Piemonte si contano circa ventimila ettari di terreno coltivati a nocciolo (con un fortissimo incremento negli ultimi dieci anni). Le aziende impegnate sono ben oltre 3000, con forte concentrazione nelle Langhe che producono, complessivamente, oltre 240.000 quintali di frutti caratterizzati da profumo, sapore e, in generale, qualità senza concorrenti. Un’altissima percentuale dell’intera produzione è certificata Igp, costituendo una delle ricchezze tipiche della regione.
gmn

Per la storia recente di produzione cioccolato con le nocciole cfr. Renata Allìo, Cioccolatieri senza cacao. Note sui problemi dell’industria dolciaria torinese nel 1946, in “Studi Piemontesi”, giugno 2002, vol. XXXI, fasc. 1.

palazzo birago di borgaro

Una dimora juvarriana per la Camera di commercio di Torino

L’elegante volume illustrato, si apre con un inquadramento storico del prestigioso ente che vi si è insediato, la Camera di commercio di Torino, a cura di Michele Rosboch e Andrea Pennini. Lo studio di Elena Gianasso, esito di aggiornate indagini archivistiche nonché sintesi e valutazione delle più autorevoli risultanze bibliografiche, costituisce un contributo di grande rilievo non solo, come è ovvio per Palazzo Birago di Borgaro ma anche per la storia architettonica di Torino in generale, ricco di nuove valutazioni, intuizioni e acquisizioni che ne fanno un punto di riferimento per le indagini future. Anche se non mancavano specifici studi a livello architettonico o storico- genealogico sul palazzo, come pure sul suo committente e sulla sua interessantissima casata (universalmente riconosciuta come una delle principali famiglie storiche italiane) un lavoro complessivo e – necessariamente – riassuntivo era da tempo atteso e auspicato dalla comunità accademica, dagli studiosi della storia urbana, economica e sociale – non solo torinese o piemontese -, come pure dai cultori degli studi storico-genealogici e araldici o dai semplici appassionati o curiosi della storia sabauda e delle sue eredità. Eredità sempre più preziose, non soltanto con lo sguardo rivolto all’indietro, ma ancor più guardando al futuro di Torino, per l’interesse che suscitano a livello internazionale e per la capacità di attrazione nei confronti di un turismo colto e raffinato, destinato a divenire, nei contesti economici che sembrano potersi delineare, una risorsa sempre meno marginale, anzi, irrinunciabile. Gli avi dei Birago di Vische e di Borgaro, come documenta il saggio di Gustavo Mola di Nomaglio (basato non solo su vaste indagini bibliografiche ma anche su ricerche in seno a raccolte di carte ed archivi privati) ebbero sin dal medioevo grande importanza nella storia lombarda. Dal XV secolo e specialmente nel XVI un ramo della famiglia primeggiò in Francia. Alcuni suoi rappresentanti guidarono in nome del Re francese l’occupazione del Piemonte a danno di Casa Savoia. Compare così nella Torino cinquecentesca Renato Birago (il cui nome fu anche francesizzato nella forma René de Birague) destinato a divenire in Piemonte il massimo rappresentante del potere oltralpino nelle terre subalpine. Oggi in città ne è ancora vivo il ricordo anche per essere stato il primo proprietario del castello del Valentino. Ma la storia architettonica torinese è da antica data scandita da altre significative presenze che si affiancano a quella, che su tutte emerge, di Palazzo Birago di Borgaro. Mola di Nomaglio si sofferma anche su alcuni, forse insolubili, misteri che si ricollegano alla serie di palazzi appartenenti al ramo primogenito della famiglia in via Vanchiglia, dai sotterranei dai quali si raggiungeva da una parte il Po, dall’altra Palazzo Madama.

Nell’antico regime rivestiva, per molti aspetti, notevole rilevanza l’appartenenza ad Ordini cavallereschi. I Birago, come riassume Tomaso Ricardi di Netro nell’ultimo contributo del volume, furono insigniti dei più importanti Ordini in assoluto, inclusi quelli supremi di Francia e di Savoia. Che la Camera di commercio di Torino, da sempre lungimirante promotrice di sviluppo e innovazione abbia a suo tempo (sotto la presidenza di Giuseppe Pichetto) salvato un gioiello architettonico della città acquisendo con opera meritoria il palazzo che fu dei Birago Alfieri di Borgaro e oggi ne affidi alle pagine di questo libro la memoria storica e artistica è un atto di fiducia verso le nuove generazioni e contributo all’identità, alla conoscenza, alla bellezza di Torino e del Piemonte. Ideali e missione iscritti negli atti fondativi del Centro Studi Piemontesi, sempre perseguiti nei suoi cinquant’anni di attività scientifica e editoriale.
Il volume è stato pubblicato con il concorso e la collaborazione della Camera di commercio di Torino sotto la presidenza di Vincenzo Ilotte oggi passata a Dario Gallina.

Il Palazzo (in via Carlo Alberto 16), edificio realizzato da Filippo Juvarra nel 1716/1717 per Augusto Renato Birago di Borgaro, generalissimo delle armate del Regno di Sardegna e cavaliere della Santissima Annunziata, è sin dalla sua costruzione considerato a livello internazionale il più elegante e prestigioso palazzo privato di Torino. Ciò nonostante mancava sino ad oggi una monografia ad esso specificatamente dedicata, ad un tempo storica, architettonica ed artistica, come d’uso quando si scrive la storia di un palazzo. Questa lacuna risaltava in modo particolare soprattutto se si confrontava palazzo Birago di Borgaro con altri storici edifici torinesi trasformatisi in progresso di tempo da dimore famigliari a sedi istituzionali, come, per citare solo qualche esempio, i palazzi Lascaris di Ventimiglia, Valperga, Galleani di Barbaresco, Vallesa di Martiniana e Turinetti di Pertengo, divenuti il cuore pulsante di enti pubblici, banche o di importanti aziende.
Il volume, Palazzo Birago di Borgaro. Una dimora juvarriana per la Camera di commercio di Torino (a cura di Elena Gianasso, Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio, fotografie di Paolo Siccardi. ISBN 978-88-8262-289-3) pubblicato nell’anno juvarriano dal Centro Studi Piemontesi con la collaborazione della Camera di Commercio industria artigianato e agricoltura di Torino, viene a colmare questa lacuna.

Le foto, tratte dal volume, sono di Paolo Siccardi