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Giovedì Santo: la tradizione della “lavanda dei piedi”

Storia, storie, luoghi, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’uso della “lavanda dei piedi” nella liturgia della Chiesa cattolica nelle funzioni del giovedì santo è assai noto. Nel corso dei secoli i vescovi e i superiori di gerarchie ecclesiastiche hanno ripetuto ogni anno il gesto del lavaggio dei piedi a tredici poveri. A questa consuetudine rituale non si sono sottratti gli stessi Pontefici, lavando nel giorno che commemora l’Ultima Cena i piedi di tredici sacerdoti di varie nazioni, vestiti da apostoli. Assai meno noto è il fatto che nel giorno del giovedì santo anche i sovrani europei rammentavano a se stessi il dovere dell’umiltà, lavando con le proprie mani, nel corso di una cerimonia complessa e ricca di atti suggestivi e simbolici, i piedi a tredici poveri.

Pietro Lorenzetti, La lavanda dei piedi. Basilica inferiore di San Francesco, Assisi (1310-1319)

I Savoia non facevano eccezione, anzi tenevano in modo particolare a mantenere viva questa tradizione. Alla corte sabauda la cerimonia, che era denominata Lavabo (con termine mutuato, nel nome ma non nei contenuti, dal rituale di purificazione delle mani del sacerdote nel corso della Messa) non si svolgeva soltanto il giovedì santo ma anche in occasione dell’ostensione della Sindone. Al Lavabo seguiva la cerimonia della Cena Domini, in cui il sovrano, il principe ereditario e gli altri “Signori del sangue” servivano a tavola i tredici poveri. Un minuzioso cerimoniale regolava lo svolgimento del Lavabo e della Cena Domini. Dopo la scelta dei poveri da parte dell’Elemosiniere si svolgeva in San Giovanni una Messa solenne. Di qui si passava a palazzo reale, dove era allestita una grande sala, predisposta tanto per il lavaggio quanto per il pranzo. Prima dell’inizio della cerimonia uno dei cappellani di corte distribuiva a S.A.R. e a quanti gli prestassero aiuto delle tovaglie da usarsi come grembiuli, poi si provvedeva alla “lavanda” e al dono di vestiti nuovi di “color argentino” ad ogni povero presente.
Nella parte della sala in cui si svolgeva il banchetto tutto era allestito con gran “magnificenza e solennità”, nella stessa forma adottata nei conviti solenni. Qui veniva preparata una tavola ad imitazione di quella dell’Ultima Cena. Il sovrano, in piedi, a capo scoperto, cinto da un “bianchissimo lino di tela finissima d’Olanda” serviva ad uno ad uno i poveri versando ad ognuno di loro il vino. I piatti gli venivano porti da grandi funzionari della Corona, dai principi del Sangue e dai cavalieri della SS. Annunziata. A mano a mano che i poveri finivano di mangiare ciascuna delle tredici portate previste, le abbondanti rimanenze venivano poste in grandi ceste appositamente preparate, già contenenti piatti e tovaglioli di cui si faceva omaggio ai parenti dei poveri intervenuti, onde potessero portare il tutto alle loro case. Ogni povero riceveva inoltre un’elemosina di una moneta d’oro.


Il dinamismo sabaudo nel campo della beneficenza e della sperimentazione e diffusione di primigenie forme assistenziali ad ampio raggio è cosa ben conosciuta e non bisogna credere che il Lavabo e la Cena Domini fossero soltanto gesti d’ostentazione o di degnazione fini a se stessi. Non per caso una tra le massime cariche dello Stato era, per volontà dei Savoia, quella del Primo Elemosiniere, che certo non si limitava a distribuire le elemosine del giovedì santo o del giorno della SS. Annunziata (quando quindici ragazze povere – cui venivano lavati i piedi da Madama Reale – ricevevano in dono dal sovrano vestiti e una dote di 200 Lire ciascuna da utilizzarsi al momento del loro matrimonio) ma doveva erogare elemosine ai carcerati, valutare le richieste d’aiuto economico che giungevano dagl’indigenti, sovrintendere all’ospedale dei poveri di Torino “acciò detto ospedale e li poveri che vivono in esso abbiano chi li assista ed invigili sopra tutto ciò che può occorrere”. Con la Lavanda dei piedi ai poveri erano perciò ben lungi dall’esaurirsi gli impulsi caritativi dei sovrani sabaudi, per i quali la cerimonia rappresentava semplicemente un alto momento simbolico.
GMN

Sacri Monti

Tra le mete tradizionali di un tempo d’antan per il di dla marendëtta (Pasquetta, il Lunedì dell’Angelo) c’erano i Sacri Monti, oggi patrimonio Unesco

Dei Sacri Monti parlerà Guido Gentile giovedì 9 aprile su radio RAI terzo programma,  alle ore 22.30 .

E suggeriamo la lettura del libro

La strada del Fiammingo. Dal Brabante al Monferrato: i Tabachetti di Fiandra, di Graziella Riviera, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2017, pagg. VI-358, ill. a colori

Dinant-sur-Meuse, 8 luglio 1587. Orfano e privo di mezzi, ricco solo di talento e di tenacia, Jean de Wespin detto Tabaguet lascia a vent’anni il natìo Brabante per imboccare la strada che porta a sud, verso le Alpi e l’Italia. È l’inizio di una lunga avventura che dalle rive della Mosa lo condurrà al Po, al Monferrato e alla Valsesia, fino a Varallo e a Crea, dove più tardi lo raggiungerà il fratello Nicolas. Lassù il giovane si rivelerà presto come uno dei più significativi artisti dei Sacri Monti piemontesi fra Cinque e Seicento. Ma prima dovrà superare drammi familiari, guerre e malattie, e soprattutto affrontare la sfida più importante, quella per ottenere la vittoria contro se stesso e l’amore pieno della sua donna.

Costruita sulle basi di una rigorosa documentazione storica, ma raccontata con i criteri della narrazione romanzesca, la vicenda si muove dai capolavori della scultura mosana e della pittura fiamminga al fervore artistico promosso dalla Chiesa della Controriforma in Piemonte e Lombardia; dalle grandi processioni figurate dei Paesi Bassi ai nuovi itinerari di cappelle sulle boscose colline nostrane, affollate di gruppi statuari evocatori dei Misteri del Rosario e della Passione di Cristo.

I due fratelli protagonisti, conosciuti in Italia come Giovanni e Nicola Tabachetti, attraversano le guerre di Fiandra e del Monferrato, vivono assedi, epidemie, conflitti religiosi. Nel loro percorso, fra realtà e immaginazione, incontrano la regina Margot di Navarra, sfiorano la visita a Varallo di Carlo Emanuele I di Savoia con l’Infanta Catalina Micaela e il viaggio nuziale sul Po della loro figlia Margherita, sposa di Francesco Gonzaga di Mantova.

Dai traffici internazionali del porto di Anversa ai microcosmi vivaci e laboriosi di Crea e Varallo, Moncalvo e Casale, Salabue, Forneglio, Costigliole d’Asti: Jean e Nicolas firmano contratti con Priori e canonici, si immergono nella vita quotidiana di cantieri e mercati, infondono nelle loro composizioni di argilla un’originale vena nordica, drammatica ed emozionante.

Li accompagna in controluce la figurina svelta e vivace della piccola Theodora Caccia, figlia del pittore Guglielmo e sensibile interprete, come il padre, della fede del territorio. Sullo sfondo la presenza costante del Gran Teatro dei Sacri Monti, spettacolare pietrificato scenario di devozione subalpina; respiro potente di sacralità mistica e misteriosa.

“La vicenda – scrive l’autrice – è nota agli studiosi ma sconosciuta al grande pubblico. Ho pensato valesse la pena di raccontarla, immergendola nel suo tempo e nei suoi paesaggi”.

Graziella Riviera: Torinese di radici monferrine ha lavorato alla RAI come autrice e regista realizzando numerosi programmi televisivi e radiofonici: fra questi i telefilm Lunedì dell’Angelo; Un sogno a Colonia, in collaborazione con la WDR; gli sceneggiati Guido Gozzano; La Signora dei Misteri (Carolina Invernizio); e il pluriennale programma in diretta Colloqui per RadioDue.  In qualità di giornalista ha curato servizi di arte, musica e spettacoli per il settore Cultura del TGR Piemonte, collaborando con le testate nazionali e le trasmissioni Bellitalia e TG Leonardo. Appassionata di storia e folklore, continua ricerche e studi sul territorio.

 Sul nostro canale YouTube il video della presentazione

Il Castello di Moncalieri. Una presenza sabauda fra Corte e Città

Su La Stampa/Torinosette di venerdì 3 aprile, Bruno Gambarotta ha dedicato la sua rubrica “Storie di Città”, al libro sul Castello di Moncalieri, pubblicato dal Centro Studi Piemontesi con il patrocinio e la collaborazione della Città di Moncalieri. Il volume doveva essere presentato nelle sale del Castello il 14 marzo. Come tutte le iniziative anche questo evento purtroppo è stato rinviato.

In attesa di poter riprogrammare la presentazione, ecco la scheda del volume. Chi fosse interessato può scrivere al Centro Studi Piemontesi (info@studipiemontesi.it; redazione@studipiemontesi.it; lara.ferrando@studipiemontesi.it ). Provvederemo alla spedizione il prima possibile.

Il Castello di Moncalieri. Una presenza sabauda fra Corte e Città, a cura di Albina Malerba, Andrea Merlotti, Gustavo Mola di Nomaglio, Maria Carla Visconti, pagg. XIV-422, ill. a colori (Prezzo di copertina € 58,00. ISBN 978-88-8262-292-3).

Il volume, di grande formato e riccamente illustrato, è il primo che si proponga di raccontare la storia del Castello dalle origini al 1926, quando terminò definitivamente le funzioni di residenza. Storici, storici dell’arte e dell’architettura hanno lavorato insieme per costruire un volume che racconti la vicenda del Castello con un esito unico nel pur ricco panorama della produzione editoriale sulle residenze sabaude. Storici, storici dell’arte e storici dell’architettura hanno lavorato insieme per costruire un volume che racconti la vicenda del Castello, con un esito che crediamo, almeno per il momento, pressoché unico nel pur ricco panorama della produzione editoriale sulle Residenze sabaude. Sospeso fra echi di medioevo e un Risorgimento di cui restano le poche sale sopravvissute al riuso militare e all’incendio del 2008, il Castello fu amata residenza collinare e testimone di molti eventi importanti della storia dei Savoia e del loro stato, una storia che si intreccia con quella della città e del fiume ai suoi piedi.

Contributi di: Cristina La Rocca, Enrico Lusso, Daniela Cereia, Pier Paolo Merlin, Andrea Merlotti, Paolo Cozzo, Elena Gianasso, Maria Vittoria Cattaneo, Luisa Berretti, Rosanna Roccia, Paolo Cornaglia, Giancarlo Comino, Pierangelo Gentile, Gian Savino Pene Vidari, Maria Carla Visconti, Lorenza Santa, Gustavo Mola di Nomaglio, Marco R. Galloni, Laura Moro, Gianni Oliva, Lino Malara. Marco Di Bartolo, Michelangelo Ferrero. Prefazione del Sindaco, Paolo Montagna, e di Laura Pompeo, Assessore alla Cultura e al Turismo della Città di Moncalieri.

Ramoliva/Domenica delle Palme

In piemontese la “Ramoliva”, lett. “ramo d’olivo”, è la Domenica delle Palme. Diversi i proverbi legati a questa giornata, ne citiamo uno beneaugurante: “La Ramoliva a vest ëd fior la riva/ La Domenica delle Palme veste di fiori la riva”. La tradizione popolare e religiosa vuole che in questo giorno si porti in casa un ramo d’ulivo benedetto, augurio di gentilezza e di pace.

Per il significato della voce ramolivo, è da segnalare che nel latino ecclesiastico l’ulivo ha sostituito la palma nella denominazione della Domenica delle Palme…si è poi aggiunto il sostantivo ramo dando origine all’espressione di dla ramoliva[citazione da Repertorio Etimologico Piemontese-REP, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015]

Disegno di DANIELA RISSONE per il Centro Studi Piemontesi

Ramoliva

Una bella poesia di Nino Costa (Torino, 28 giugno 1886 – 5 novembre 1945), che pare una preghiera scritta per i giorni che stiamo vivendo

Duminica dle Palme, alegra e viva,

ch’it marche ‘l pass a la stagion fiorìa,

pòrta ‘nt le nòstre ca ‘n po’ d’armonìa,

ponta ‘ns ij nòstri lett la ramoliva.

Sla mia bela sità pien-a ‘d baldansa,

sle mie tere ‘d Piemont pien-e ‘d promësse

dësperd le nebie, pasia le tristësse,

sëmna ‘l travaj, la pas e l’abodansa.

Dal gran dij camp e da j’arbut dle vigne

ten distante le brin-e e le tempeste;

goerna j’anime oneste e disoneste

dai seugn cativ e la frev maligne.

Mostra a jë sgnori la passion dij pòver,

e mostra ai pòver la passion d’jë sgnor…

Për coi ch’a seufro daje ‘m pòch d’amor;

për tuti jë sperdù prontie ‘n ricòver,

e quand ch’a-i torna Pasqua benedìa

con le baodëtte ch’a së spantio ‘n cel,

disie ch’an pòrta sò regal pì bel:

lòn ch’a-i manca ‘nt ël mond: la Poesìa

L’ulivo benedetto. Domenica delle Palme, allegra e viva,/ che cadenzi il passo alla primavera,/ porta nelle nostre case un po’ d’armonia,/ appunta sui nostri letti l’ulivo benedetto. // Sulla mia bella città piena d’ardimento, / sulle mie terre di Piemonte piene di promesse / disperdi le nebbie, rasserena le tristezze, / semina lavoro, pace e abbondanza. // Dal grano dei campi e dai virgulti delle vigne / tieni lontane le brine e le tempeste; / cura le anime oneste e disoneste / dai sogni cattivi e dalle febbri maligne. // Rivela ai ricchi il tormento dei poveri, / ed ai poveri il tormento dei ricchi…/ A coloro che soffrono regala un po’ d’amore; / a tutti gli sperduti prepara un rifugio, // e quando torna la Pasqua benedetta / con lo scampanio che si diffonde in cielo, /dille che ci porti il suo regalo più bello:/ ciò che manca al mondo: la Poesia.

[Tutta l’opera di Nino Costa è pubblicata dall’editore Viglongo.  Citiamo Ramoliva e traduzione da: Nino Costa, Cento poesie, prefazione di Albina Malerba e Giovanni Tesio, La biblioteca di Papa Francesco, edizione speciale per Corriere della Sera, Milano, 2014, per concessione di Viglongo, Torino, 1995, 2013].

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’inventore piemontese dei fiammiferi

Nel corso di molti secoli, a partire dal medioevo, chimici ed alchimisti hanno dato vita con i loro esperimenti a svariati precursori dei fiammiferi, tra loro diversissimi. Un’acquisizione fondamentale per lo sviluppo dei fiammiferi fu la scoperta del fosforo, ottenuto per la prima volta dal chimico amburghese Hennig Brandt nel 1669, anche se per oltre 150 anni nessuno pensò a sfruttarne le possibili applicazioni in questo campo, sia per motivi di costi sia per la pericolosità degli originari prototipi. Non si può parlare di una sola invenzione o di un solo inventore, poiché i primi bastoncini incendiari erano estremamente diversi tra loro. L’invenzione degli “zolfanelli” è quindi contesa tra vari paesi.

Con riferimento a un periodo d’immaturi tentativi tecnici e commerciali sono particolarmente vive le rivendicazioni della Francia, che attribuisce l’invenzione a G. Chancel, ideatore di bastoncini messi in vendita a Parigi verso il 1806 che, incendiandosi per reazione chimica, non avevano ancora nulla a che vedere con quelli di moderna concezione comparsi di lì a poco. Il salto di qualità si ebbe, infatti, sul finire degli anni venti dell’ ‘800 con l’ideazione dei fiammiferi a sfregamento. Di questi gli inglesi attribuiscono l’invenzione ad un droghiere di Stockton-on-Teese, John Walker, che vendette i primi il 7 aprile 1727, i tedeschi a Ludwig Kammerer, i francesi a J. F. Derosne.

E l’Italia? Comunemente si ricordano per l’epoca primitiva esperimenti risalenti al 1785 e un ruolo non secondario nelle prime fasi dell’accensione a sfregamento. Ciò nonostante pare che l’invenzione dei fiammiferi spetti proprio a un italiano, un piemontese, Ludovico Peyla di Avuglione, studioso di chimica completamente dimenticato, appartenente ad una nobile famiglia carmagnolese. I documenti non sembrano lasciare spazio a dubbi: lo storico Antonio Manno scrive di lui in un suo manoscritto (finalmente consultabile on-line –www.vivant.it- dopo essere rimasto inedito per quasi un secolo) “Potrebbe rivendicare l’invenzione dei fiammiferi che, colla forma di cannellini fosforici, presentò nel 1779 al Re di Francia a all’imperatore d’Austria e n’ebbe regali”.  Sarebbero dunque successivi, seppur di poco, gli esperimenti francesi risalenti al 1780. Anche in un “Dizionario dell’industria” pubblicato a pochi anni di distanza (1792) l’invenzione è attribuita in modo certo a Peyla.

E per quanto riguarda l’accensione a sfregamento? Anche in questo campo sono due piemontesi (semidimenticati essi stessi, all’insegna del consueto understatement) a rivendicare l’invenzione e i perfezionamenti che avrebbero consentito di avviare produzioni di massa. L’inventore sarebbe l’ebreo fossanese Sansone Valobra che, coinvolto nei moti del ’21, fuggì in Toscana, trasferendosi poi a Napoli dove, anteriormente al 1828, produceva fiammiferi con capocchia a base fosforica. La sua impresa non ebbe fortuna, ma i diritti di “primogenitura” sembrano spettargli. Autore di fondamentali perfezionamenti fu, invece, un compaesano di Luigi Einaudi, il farmacista Domenico Ghigliano (il fiammifero del quale fu brevettato nel 1832). Dopo di lui la diffusione dei fiammiferi fu straordinaria e, mentre in Europa e America si assisteva alla nascita di numerosi insediamenti produttivi, proprio il Piemonte confermò il proprio primato, divenendo sede di alcuni tra i più antichi stabilimenti mondiali, alcuni con enormi capacità di produzione. A Torino la prima fabbrica fu forse quella dei Fratelli Albani, sorta nel 1833 sulle sponde della Dora. Altri stabilimenti furono realizzati nella periferia torinese a Moncalieri, Trofarello e Piobesi. In quest’area nel 1875 se ne contavano una decina, tra i quali spiccavano quelli creati da Luigi De Medici (con circa 850 operai producevano giornalmente oltre 7 milioni di zolfanelli in legno e 4 milioni in cera, destinati ai mercati di tutto il mondo), Francesco Lavaggi ed Ambrogio Dellachà, che nel 1880 avrebbe creato anche un grosso stabilimento a Buenos Aires.

G.M.N.

Na lòsna an fior/Un lampo in fiore

Nel nostro tradizionale calendario de “I colloqui del lunedì” della primavera 2020 – tutti tristemente rinviati per i motivi che ben conosciamo – il 6 aprile era in programma la presentazione del libro pubblicato nella collana di Letteratura piemontese moderna n. 22 del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Na lòsna an fior

Poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio

 a cura di Albina Malerba e Dario Pasero

Versione in lingua inglese di Celestino De Iuliis

Prefazione di Giovanni Tesio

 Il volumetto raccoglie le poesie in lingua piemontese di Gianrenzo P. Clivio (Torino 1942-Toronto 2006), accompagnate dalla traduzione in italiano e in inglese.

Filologo, Professore all’Università di Toronto, tra i fondatori del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, autore di molti studi su temi di linguistica e letteratura piemontese, Clivio è stato anche poeta per un breve segmento della sua vita, forma letteraria in cui amava utilizzare anche termini ed espressioni del piemontese antico, ormai in disuso nel XX secolo. I testi sono collocati secondo la cronologia della loro edizione nelle varie riviste che li hanno ospitati, mantenendone la grafia, peraltro perfettamente aderente alla “Pacotto-Viglongo”, al cui perfezionamento lui stesso aveva collaborato negli anni Settanta. “Tutt’altro che un esercizio a latere – scrive Giovanni Tesio nella Prefazione – è la poesia di Gianrenzo P. Clivio. Non numerosa, no, ma solida e profonda, sicuramente lirica, tendenzialmente poematica, ossia non frammentistica, e meno che mai frammentaria. Clivio porta nella sua poesia la sua passione di studioso…”.   Il libro, pubblicato nella ricorrenza dei cinquant’anni di fondazione della Ca dë Studi Piemontèis, vuole essere una testimonianza di gratitudine, di affetto, di continuità. “Le paròle ‘d poesìa sono la pera ch’a dura e nel ricordo di rinnova”.

Proseguendo nel percorso della nostra piccola antologia di poesie in piemontese, tratta da Na lòsna an fior, proponiamo la poesia

Ant j’ore

di Gianrenzo P. Clivio

Ant j’ore ch’a men-o an tormenta l’arbeuj ëd la vita,

la scòrsa dura dël nòst cheur a smija che a casca

com un ariss antorn a na castagna mura:

e a no parëss antlora che ant l’aria diversa

d’un mond sensa pressa

a canta e a piora mës-cià për mascarìa

tuta la gòj e tut ël mal dla vita,

tuta la blëssa ’d n’aragnà ‘nt ël sol,

tut lë sgiaj ëd na lòdola

sfrisà al vòle da na reusa ‘d piomb.

(1968)

Nelle ore. Nelle ore che trasformano in tormenta il ribollire della vita,/ la scorza dura del nostro cuore sembra che cada/ come un riccio intorno ad una castagna matura:/ e ci sembra allora che nell’aria diversa/ di un mondo senza fretta/canti e pianga mescolandoli per stregoneria/ tutta la felicità e tutto il male della vita,/ tutta la bellezza di una ragnatela nel sole,/ tutto il ribrezzo di una allodola/ fatta a pezzi al volo da una rosa di piombo.

In the Hours. In the hours that transform into a tempest the bustle of life,/ the hard rind of our hearts seems to fall/ like a husk around a ripe chestnut:/ then it seems to us that in the different air/ of an unhurried world/ there sings and weeps, mingling them through magic,/ all the happiness and all the evil of life,/ all the beauty of a spider’s web in the sunlight,/ all the horror of a skylark/ shredded in mid-flight by a spray of lead.

la via della montagna

Torino Sette, il settimanale de “La Stampa”, seppur ridimensionato perché privo di quella gran messe di appuntamenti che declinavano le nostre settimane torinesi e piemontesi, continua ad arrivare nelle nostre case, grazie a Cristina Caccia e Alma Toppino…

Pubblichiamo qui il testo di Albina Malerba, uscito venerdì 27 marzo 2020 nella rubrica “An piemontèis”, che segnala un volume molto denso e interessante La via della montagna, del filosofo piemontese Francesco Tomatis, pubblicato da Bompiani.

foto di Simon Matzinger – pexels.com

Ël lìber a s’ëntitola “La via della Montagna”, a l’ha scrivulo Francesco Tomatis, për le edission Bompiani (2019, pp. 686, € 20). Tomatis, anlev ëd Pareyson,  a l’é professor ëd filòsofia teoretica a l’Università ‘d Salerno, ma a l’é ‘d Carù, a l’é alpinista e “garante scientifico di Mountain Wilderness”. I na parloma ambelessì, nen mach përchè a l’é un lìber ch’a ven a taj lese an costi temp maleuros: “per volgere gli occhi lassù, ai monti e anche oltre cime, è necessario rallentare il passo, affinare sensi e pensieri, ascoltare con l’anima ogni respiro”,  ma përchè  ant ël percors dlë studi, s-ciass e apassionant, l’autor  – coma a scriv Giuseppe Goria ant la recension ch’a l’ha fàit an “Studi Piemontesi”, XLVIII, 2, 2019 – “conosce bene l’affermazione heideggeriana per cui ‘il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora’”, e a va a l’arserca ‘d poeta che con sò lengagi pì s-cet e genit an parlo ‘d montagna, e a scriv ëd poeta coma Barba Tòni Baudrier (Barba Tòni Bodrero), che “ha composto, nell’ascolto delle più remote voci degli avi…, un sogno multicolore e paradisiacamente bianco…”; ëd Remigio Bertolino, poeta ‘d Mondvì, “il maestro della montagna…che può ben additarsi quale ‘miglior fabbro del parlar materno’”, e ‘d tante vos dle valade ocitane e dël Piemont: Anghilante, Salvagno, Mariano… ma trovoma ‘dcò ‘d figure come Giorgio Maria Lombardi, Roberto Einaudi, Fredo Valla, Gianni Vattimo, j’alpinista pì avosà Bonatti, Messner, i Sacri Monti, artista come Ugo Giletta, musicista, ‘l CAI, tut un mond ch’a varda e a parla ‘d montagna, lesù e sentì con j’euj d’un filosof-poeta. Bianca Dorato a sarìa stàita franch bin an cost catalogh… Na letura nen sempia ma ch’an arpossa vers l’àut, ant l’abim dl’esistensa: “verticalità illimite e orizzonte finito, libertà e comunione, Deità e uomo, cura e natura”.

Suggeriamo l’ampia recensione dedicata al libro, a firma di Giuseppe Goria, pubblicata sulla rivista “Studi Piemontesi”, dicembre 2019, vol. XLVIII, numero 2, pp. 709-710.

Storia, storie, luoghi, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

CAROUGE

Gustavo Mola di Nomaglio

Il turista che percorrendo le strade di Ginevra attraversi il ponte sull’Arve in direzione di Carouge si trova improvvisamente proiettato in uno scenario urbanistico del tutto diverso da quello che si è lasciato alle spalle. A breve distanza dal centro ginevrino si aprono le lunghe vie rettilinee di quella che sembra, a prima vista, una cittadina piemontese con un incontaminato aspetto settecentesco. Qui, dal punto di vista architettonico, il tempo pare essersi fermato.         

A Carouge i più antichi insediamenti umani risalgono all’epoca romana; il minuscolo abitato del paese sorgeva alla confluenza di quattro importanti strade dirette al ponte sull’Arve, verso Ginevra. Nell’alto medioevo il borgo è menzionato (nella forma <<Villa quadruvio>>) nel 516; in quell’anno Sigismondo, figlio di Gundobaldo, vi fu incoronato re di Borgogna. Solo a partire dal secolo XIII le notizie sul paese si fanno più precise. Entrato a far parte assai presto dei domini sabaudi con vaste zone circostanti il borgo ebbe per secoli un peso marginalissimo rispetto a quello di Ginevra, ma il suo destino cambiò quando i Savoia persero definitivamente il possesso della città. Sinché durarono le rivendicazioni sabaude sul Ginevrino (e con esse una sorta di guerra fredda tra il Piemonte e la repubblica calvinista) Carouge ebbe un ruolo eminentemente d’avamposto strategico.

Il trattato di Torino del 1754 riconoscendo finalmente la sovranità di Ginevra e fissando definitivamente i confini tra la Repubblica e la Savoia, fece nascere nel regno sardo la volontà di creare a ridosso del distretto ginevrino un importante centro sabaudo. Già da tempo in Piemonte si pensava a nuove strategie d’espansione a nord delle Alpi; Carouge ebbe in esse un ruolo centrale. Dal piccolo borgo originario fu quasi inventato dal nulla, in breve tempo, un insediamento con popolazione eminentemente cattolica (ma in cui si registrava una discreta apertura d’idee in materia di religione) in grado di creare una competizione politica, religiosa ed economica con la protestante Ginevra. Carlo Emanuele III nel 1740 favorì con franchigie fiscali l’insediamento di numerose industrie. Vittorio Amedeo III trasformò il paese in capoluogo di provincia, annettendo al suo distretto 42 villaggi separati dal Chiablese e dal Faucigny e concesse che si svolgessero due grandi fiere annuali. In pochi anni la popolazione crebbe da meno di 600 a quasi 5000 abitanti. Nel 1786 giunse la concessione del titolo di città.

Per sostenere una crescita tanto rapida furono formulati lungimiranti ed originali progetti urbanistici. Parecchi architetti piemontesi elaborarono per Carouge differenti piani regolatori. Geniale in particolare fu l’intervento di Filippo Nicolis di Robilant che si distinse dalle proposte in parte utopistiche dei suoi predecessori (Garella, Piacenza e Manera) per la sua concretezza. Robilant seppe inglobare senza sopprimerlo l’originale nucleo abitativo formatosi a cavallo della strada romana di Ginevra e diede prova –come rileva Augusto Cavallari Murat nella Storia del Piemonte pubblicata nel 1960 per iniziativa di Renzo Gandolfo- di una maturità urbanistica non comune, grazie alla quale la <<forma nuova>> si fece continuatrice della <<vecchia>> conferendo vitalità all’aggregato urbano. Il piano regolatore del Robilant può ancor oggi essere definito affascinante per la sua semplicità, chiarezza ed eleganza. I lavori per attuarlo procedettero rapidamente ma molte opere restarono incompiute a causa dell’occupazione da parte della Francia rivoluzionaria del 1792: non fu terminato un grande palazzo municipale, il palazzo reale rimase incompiuto (nel 1808 l’edificio divenne sede di una filatura che occupava seicento operai) e la stessa sorte ebbe l’albergo dei poveri.

Nel 1814 la cittadina fu restituita al Piemonte ma due anni, dopo in base al trattato di Torino del 16 marzo 1816, fu annessa a Ginevra. Probabilmente anche la perdita della testa di ponte sabauda di Carouge contribuì ad indirizzare sempre più le strategie d’espansione dei Savoia verso l’Italia.

Per saperne di più si segnala:

Luciano Tamburini, Carouge “città inventata”, in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno, a cura di Gianrenzo P. Clivio e Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1975, pp.195-209, ill.