Archivi categoria: A spasso tra i libri

Il Repertorio Etimologico Piemontese

an flanand tra le pagine del Catalogo storico del Centro Studi Piemontesi

Repertorio Etimologico Piemontese – REP

Direzione scientifica di ANNA CORNAGLIOTTI, Università di Torino
Redattori: LUCA BELLONE, ANNA CERUTTI GARLANDA, ANNA CORNAGLIOTTI, MARISA FALCONI, LAURA
PARNIGONI, GIOVANNI RONCO, CONSOLINA VIGLIERO
Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015. Pagg. CLXXXII-814 (2015)

Dopo quindici anni di lavoro di una équipe di studiosi sotto la direzione scientifica di Anna Cornagliotti, è uscito il monumentale Repertorio Etimologico Piemontese – REP: un “vocabolario” di grande formato di oltre 1.000 pagine che documenta la storia delle parole piemontesi dalla loro prima attestazione, con la ricerca dell’etimo, la registrazione delle varianti fonetiche e morfologiche e l’indicazione dei significati registrati fino a oggi. Due gli obiettivi dell’opera: “fornire uno strumento di facile consultazione per un pubblico non specialistico e, allo stesso tempo, permettere allo studioso di trovare tutte quelle indicazioni che qualificano l’opera come un serio contributo scientifico”.
Un’opera presente in tutte le più importanti Università e Biblioteche del mondo, che non dovrebbe mancare in ogni casa del Piemonte.

La nazione ebrea di nizza

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

SIMONETTA TOMBACCINI
La “Nazione Ebrea” di Nizza
Popolazioni, istituzioni, usi e costumi (1814-1860)

Premessa di Giuseppe Pichetto, Introduzione di Dario Disegni, Prefazione di Alberto Cavaglion. Con il contributo della Fondazione Guglielmo De Levy. Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2017. Pagg. XI-414, ill. a colori. ISBN 978-88-8262-266-4.

In epoca sabauda, la contea di Nizza ospitava una «nazione ebrea» di circa 300 persone. Alcuni vi dimoravano da vecchia data, soprattutto gli Hebrei nationali sudditi di casa Savoia, altri erano arrivati nel corso dei secoli, da contrade vicine e lontane. Una comunità dalle costumanze e idiomi eterogenei, costretta nel Settecento, e poi di nuovo negli anni della Restaurazione, a vivere nell’antica Giudaria, per quanto i membri più opulenti – dal banchiere Avigdor al negoziante Colombo – si guardassero dall’obbedire all’ingiunzione. Era là, nelle case prospicienti una sola strada, che la più parte dipanava il filo della propria esistenza. Là che gli adolescenti imparavano i rudimenti del sapere, che gli adulti si davano all’arte mercatoria e che tutti rispettavano le feste ebraiche. L’emancipazione del 1848 li troverà pronti ad impegnarsi nella vita pubblica, nazionale e locale, coronamento di un’integrazione nella società circostante che, tutto sommato, li aveva accolti con benevolenza.

Simonetta Tombaccini è archivista presso l’Archivio dipartimentale delle Alpi Marittime e in tale veste ha riordinato e inventariato diversi fondi archivistici del periodo sabaudo (senato, intendenza generale e consolato di mare di Nizza). Ha pubblicato articoli e saggi sul fascismo e sull’antifascismo italiano, tra cui La storia dei fuorusciti italiani in Francia. Si è dedicata in particolare allo studio della Restaurazione e del decennio antecedente la cessione della contea di Nizza alla Francia del 1860. Su questo periodo ha scritto articoli e saggi di storia sociale e un volume su La vie de la noblesse niçoise, 1814-1860, coedito dalla Acadèmia Nissarda e dal Centro Studi Piemontesi (2010). Collabora regolarmente alle riviste «Nice Historique» e “Studi Piemontesi”.

Silvio Curto, tra egitto e ricordi

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

Silvio Curto, Storia del Museo Egizio di Torino, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1976. 3° edizione riveduta e ampliata, pagg. VI-52, con 112 ill. b.n., 1990.

Silvio Curto (Bra, 20 agosto 1919 – Torino, 24 settembre 2015), insigne egittologo, sovrintendente per le antichità egizie di Torino, ha tracciato, con un esauriente studio sul palazzo guariniano che ospita le collezioni, una precisa e documentata storia del Museo di Torino dal nucleo iniziale di Vitaliano Donati, dalla grande collezione di Bernardino Drovetti, dai reperti di scavo di Ernesto Schiaparelli fino al dono da parte dell’Egitto di un tempio faraonico nubiano, acquisizioni tutte per cui il Museo Egizio di Torino risulta secondo soltanto a quello del Cairo.

Di Silvio Curto il Centro Studi Piemontesi ha pubblicato un volumetto di ricordi,
Bra Firenze Ravenna. Il volo di una braidese di primo Novecento. Pagg. 97 (2008)

La braidese del titolo si chiamava Margherita Siccardi, nata a Bra nel 1889. Nel 1905 andò a Firenze, capitale dell’arte nel mondo e della cultura umanistica in Italia, per diplomarsi al Magistero Superiore Femminile della SS. Annunziata. Fecero seguito un “Diploma di Laurea alla R. Università di Firenze” e un “Attestato di abilitazione all’insegnamento della Lingua Italiana in tutte le Scuole secondarie del Regno”. La neo-dottoressa si dedicò quindi all’insegnamento e fu destinata a Ravenna dove trascorse anni felici. Felici, anche perché conobbe l’uomo della sua vita, Carlo Curto, un istriano insegnante e letterato. Si sposarono ed ebbero un figlio, Silvio Curto, autore del libro. Intenzione dell’autore è fissare nello scritto la vicenda di Margherita Siccardi poiché rispecchia diversi aspetti di un secolo (1850-1950) di tanto simile al precedente, quanto diverso da quello in cui stiamo vivendo. La vicenda è ricostruita raccogliendo da una parte i ricordi fissati dall’autore bambino e dall’altra informazioni apprese dal medesimo fatto adulto. La narrazione è completata con Panorami delle città percorse nel “volo” e Finestre aperte sulla vita del tempo.

Bandiere e stendardi dell’Esercito Sardo

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

ENRICO RICCHIARDI
“Da cenci miei gloria maggior ritraggo”
Bandiere e stendardi
dell’Esercito Sardo. 1713-1802

Torino, Centro Studi Piemontesi – Regione Piemonte, 2006. Grande formato, pp. 262, 160 tavole a colori.

Nascosti in archivi, biblioteche, musei e castelli, documenti, drappi, disegni, spesso inediti, ci parlano delle straordinarie bandiere piemontesi del ‘700. Nel volume, di grande eleganza grafica, l’insieme di questi preziosi reperti è fedelmente ricostruito dall’autore in una narrazione che accompagna il lettore descrivendo l’evoluzione delle bandiere e degli stendardi dell’Esercito Sardo dal 1713 (anno in cui Vittorio Amedeo II divenne re di Sicilia) al 1803, quando Vittorio Emanuele I lasciò la penisola completamente occupata dai francesi per recarsi in Sardegna, dove rimase fino al 1814.
A differenza di quanto accade oggigiorno con il tricolore, bandiera unica per tutti, nel ‘700 ogni reparto di cavalleria e fanteria aveva proprie bandiere, una delle quali indicava l’appartenenza all’esercito sabaudo (la “colonnella”), le altre l’appartenenza alla provincia di reclutamento del reparto stesso. Simbologie che erano presenti anche sulle bandiere dei reggimenti svizzeri, tedeschi, italiani (di regioni non appartenenti al regno) che concorrevano con i sudditi alla difesa dello stato, o come si diceva all’epoca, degli “Stati del Re di Sardegna”.

Per informazioni, ordinazioni, acquisti: info@studipiemontesi.it – 011537486


edizioni del centro studi piemontesi

Il Centro Studi Piemontesi da più di 50 anni promuove lo studio del patrimonio storico, artistico e culturale del Piemonte in tutti i suoi aspetti: arte, letteratura, musica, storia, linguistica, dialettologia, poesia, con oltre 500 titoli in catalogo; dal 1972 pubblica la rivista interdisciplinare “Studi Piemontesi“.

Sul sito, alla voce catalogo sono presenti tutte le nostre edizioni suddivise per collana, scaricabile anche in pdf.

QUI invece una selezione dei volumi più recenti e significativi, suddivisi per argomento, che pensiamo possa di essere d’interesse per le biblioteche piemontesi e per tutti coloro che sono interessati ad approfondire temi culturali legati al territorio del Piemonte e degli antichi stati sabaudi.

I volumi possono essere richiesti direttamente alla segreteria o ordinati in libreria.

È uscito il volume XI dell’Epistolario di Massimo d’Azeglio

MASSIMO D’AZEGLIO
(24 ottobre 1798-15 gennaio 1866)
EPISTOLARIO (1819-1866)

volume XI (1° gennaio 1864 – 11 gennaio 1866)
a cura di GEORGES VIRLOGEUX
. Pagg. LVI-554.
ISBN 978-88-8262-295-4.

Le 482 lettere del volume con il quale si conclude l’epistolario (il XII sarà di supplementi) coprono gli ultimi due anni di vita e di attività di Massimo d’Azeglio, che muore il 15 gennaio del 1866. Questi due anni 1864 e 1865, tranne i mesi invernali trascorsi in Toscana, sono vissuti essenzialmente a Cannero sul lago Maggiore e dall’A. dedicati alla stesura dei Ricordi, iniziati nel 1863. La partecipazione alla vita pubblica non è peraltro totalmente assente. Da quando, nel 1852, aveva rifiutato di associarsi alla politica cavouriana nata dal connubio, fu una partecipazione calcolata, fatta di adesioni e di opposizioni, come la sintonia tra Le pape et le congrès di La Guéronnière e La politique et le droit chrétien nel 1860 o l’opposizione frontale delle Questioni urgenti nel 1861. Nel 1864 spicca il Discorso letto in Senato per il trasferimento della capitale, del 3 dicembre, tale da suscitare in Italia, secondo la stampa francese, “un mouvement d’opinion” e, per il successo riportato, l’ultima Lettera agli elettori del giugno 1865. Durante questi due ultimi anni di vita l’A. si dedicò con zelo allo spiritismo e con quale impegno e con quale risultato lo rivela l’inedita confessione spirituale costituita dalla lettera a don Giulio Ratti del 24 novembre 1865 con la quale si integrano e si concludono le non poche testimonianze sulla fede contenute nell’epistolario.

Gli anni scorsi mi vedevo invecchiare con tristezza e dicevo: Dio mio volete proprio che esca di questa vita senza esaudirmi, senza mandarmi un raggio che m’illumini? […] Ora Dio m’appare come un padre, un benefattore, lo amo, lo benedico, sento una fiducia consolata pensando al futuro. Sento un vero desiderio d’essergli grato e fare la sua volontà. […] mi sento un desiderio di riformarmi e ripulirmi, e tuttociò senz’ombra di tristezza, anzi con un’allegrezza interna di sentire che non sono derelitto, e che Dio pensa anche a me e mi ha finalmente data una guida. Non m’importa più d’invecchiare ora te l’assicuro io! […] Tutto questo ti parrà strano; ma lo pare anche a me: e certi momenti mi dico: mi sarebbe girata la boccia? Eppure sento che non m’è girata”.
L’ultima lettera del volume, diretta al vecchio amico francese Gustave de Reiset,
Massimo d’Azeglio non ebbe la forza di scriverla e chiese a Laura Zanucchi, la “consolatrice delle tarde ore grigie” (Ghisalberti), di farlo per lui : “lui, il est patient, serein, résigné à tout”.

Con questo volume si avvia a compimento la lunga “avventura” della pubblicazione del monumentale Epistolario azegliano, intrapresa dal Centro Studi Piemontesi per iniziativa di Renzo Gandolfo e di Carlo Pischedda nel 1985, frutto di un’imponente mole di lavoro, a cura di Georges Virlogeux, italianiste dell’Università di Aix-en-Provence, che ha censito, raccolto, ordinato, annotato l’intero materiale con filologica acribia e dedizione appassionata. Dal volume IV l’Epistolario si pubblica col fondamentale sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, nell’ambito del progetto: “Massimo d’Azeglio un torinese per l’Italia e per l’Europa”. Al volume XII, in preparazione, che si conta di pubblicare entro il 2020, saranno affidati i supplementi con le lettere ritrovate dopo la pubblicazione dei precedenti volumi, le lettere senza data, gli indici, ecc..).

I (gennaio 1819-dicembre1840). Pagg.LXXXV-533 (1987)
II (7 gennaio 1841-16 dicembre1845). Pagg.XXVII-480 (1989)
III (2 gennaio 1846-dicembre1847). Pagg.XXIX-601(1992)
IV (1°gennaio 1848 – 6 maggio 1849). Pagg.XLI-441 (1998)
V (8 maggio 1849 – 31 dicembre 1849). Pagg.LI-551 (2002)
VI (2 gennaio 1850 – 13 settembre 1851). Pagg.XLVII-591(2007)
VII (19 settembre 1851-4 novembre 1852). Pagg.LVIII-490 (2010)
VIII (4 novembre 1852 – 29 dicembre 1856). Pagg.LVI-590 (2013)
IX (2 gennaio 1857-27 dicembre 1859). Pagg.LVIII-526 (2016)
X (2 gennaio 1860 – 31 dicembre 1863). Pagg.LXVIII-810 (2019)
XI (1° gennaio 1864 – 11 gennaio 1866). Pagg.LVI-556 (2020)
XII (supplemento con le lettere ritrovate dopo la pubblicazione
dei precedenti volumi, e le lettere senza data). In corso di pubblicazione.

GIUSEPPE LAVINI (1857-1928)

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

GIULIA AJMONE MARSAN

ALL’OMBRA DI NOTABILI ED EROI
GIUSEPPE LAVINI (1857-1928)

PREFAZIONE DI DAVID CHIPPERFIELD
TORINO, CENTRO STUDI PIEMONTESI, 2014, PAGG. 226, ILL. ISBN: 978-88-8262-212-1

La trasformazione di Torino da Capitale in capitale industriale dava opportunità a giovani idealisti e intraprendenti di dare un contributo alla loro città. Uno di questi era Giuseppe Lavini: proveniente da una famiglia di seri professionisti, si innamorò dell’arte e dell’architettura a cui si dedicò quale critico d’arte, segretario dell’Accademia Albertina, attivissimo socio del Circolo degli Artisti e Consigliere Comunale. Forte di queste esperienze, intraprese dalle pagine di quotidiani e riviste, in particolare l’«Architettura Italiana», campagne per valorizzare l’architettura italiana e influire positivamente sullo sviluppo urbanistico di Torino. Un notabile oggi poco conosciuto, affascinante per la sua lungimiranza e schiettezza.

“Pagine intense della storia di Torino tra Ottocento e Novecento, fogli di vita di una persona e di una famiglia che è rimasta a lungo celata, All’ombra di notabili ed eroi. Giuseppe Lavini (1857-1928) propone al lettore carte inedite, utili a comprendere a fondo società e cultura del periodo in cui la città si trasforma da capitale politica a capitale industriale. Il nuovo libro pubblicato dal Centro Studi Piemontesi, scritto dalla lucida penna di Giulia Ajmone Marsan, si colloca tra le monografie dedicate a critici e letterati che, nel corso della loro esistenza, discutono di architettura e di urbanistica all’indomani dell’Unificazione nazionale. […]. Poggiandosi su uno studio profondo, l’autrice indaga il milieu culturale dell’epoca, evidenziando l’importante partecipazione di Lavini al dibattito artistico cittadino dalle sale del Circolo degli Artisti, dove è segretario della Sezione di Architettura. Sono gli anni della prima Esposizione italiana di Architettura (1890) e della prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa e Moderna (1902), inizialmente discusse proprio all’interno dello stesso Circolo. […].

Il libro, completo di un repertorio iconografico in gran parte inedito e di un indice dei nomi, dei luoghi e delle riviste citate, presenta e discute per la prima volta una personalità complessa, difficile da sintetizzare, ma sapientemente indagata nel volume. Scritto quale esito di ricerche puntuali in due nazioni, sette località, otto archivi e sedici biblioteche, riunisce scientificamente più tasselli in un testo unitario che, dopo la biografia, si articola seguendo Passioni e battaglie dello stesso Lavini. I temi fondamentali sono qui ripresi – afferma David Chipperfield, architetto, nella Prefazione – «in modo esauriente e perspicace» (p. IX) dall’autrice che, scegliendo tra i tanti, evidenzia gli apporti allo studio di questioni concernenti le Belle Arti e l’Antichità, l’architettura e l’urbanistica tra Eclettismo, Art Nouveau e Razionalismo” (dalla recensione di Elena Gianasso pubblicata in “Studi Piemontesi”, 1, XLII (2014), p. 193).

Guida letteraria di Torino

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

Pier Massimo Prosio
Guida letteraria di Torino

Terza edizione ampliata e aggiornata. Pagg. 253, con ill. e cartine (2005). ISBN 88-8262-037-9

La prima guida storico-artistica della città di Torino, con una serie di itinerari in cui di zona in zona, di via in via, sono messi in rilievo i siti della città che danno occasione a ricordi letterari. Non si tratta quindi di una storia letteraria di Torino, né di un’antologia di brani su Torino; oggetto del libro è la città letteraria vista attraverso i siti che di questo passato letterario recano memoria: sia per motivi biografici (perché autori vi hanno soggiornato, vi sono nati, vissuti o morti), sia perché tali siti sono stati argomento o sfondo di pagine letterarie. Sono presi in considerazione poeti, narratori, drammaturghi, memorialisti, ma anche filosofi, saggisti, critici, ecc. Torino non godeva una grande fama di città “letteraria”, questo libro dimostra che anche lungo le strade della città dei Savoia e della Fiat l’uomo di cultura può rinvenire numerose e notevoli tracce di un importante e suggestivo passato letterario.

“Strade, piazze, viali, infernotti, vicoli della capitale che fu, della capitale che naturalmente Torino è […]. È ormai un classico la Guida di Pier Massimo Prosio. Per coloro che sanno, per coloro che vogliono affermare il tono subalpino, per gli ammalati di curiosità. […]. Una flânerie suprema è il teatro arredato da Pier Massimo Prosio. Sette itinerari, una carovana (una deamicisiana carrozza) affollata di egregi cocchieri, da Massimo d’Azeglio a Giuseppe Baretti, da Vittorio Bersezio a Piero Gobetti, da Cesare Pavese a Massimo Mila, da Maupassant a Tolstoj, da Erasmo a Melville, da Dumas a Larbaud, all’inarrivabile dandy, alias Antonicelli…Una giostra nei secoli. Un mappa (il tesoro è un’identità cosmopolita, alfierianamente spiemontizzata, e dunque piemontese, torinese) a prova di tempi moderni e postmoderni, di avventure virtuali” [dalla recensione di Bruno Quaranta, pubblicata in “Studi Piemontesi”, XXXV, 1 (2006), pp. 170-171].

Massimo d’Azeglio

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

Mentre segnaliamo che sta per uscire
MASSIMO D’AZEGLIO,
Epistolario (1819-1866), vol. XI (1° gennaio 1864 – 11 gennaio 1866), a cura di GEORGES VIRLOGEUX. Pagg. LVI-554. ISBN 978-88-8262-295-4
raccomandiamo la lettura della biografia di Massimo d’Azeglio, per conoscere la figura di un piemontese europeo di grande attualità

GIORGIO MARTELLINI, MARIA TERESA PICHETTO

Massimo d’Azeglio. Un artista in politica

Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis. Pagg. 304, ill., 2016. ISBN978-88-8262-249-7

“È nato seducente” disse di Massimo d’Azeglio il suocero Alessandro Manzoni. Di D’Azeglio, l’aristocratico, il dandy, il pittore, lo scrittore, il politico, lo statista (precursore di Cavour), Giorgio Martellini e Maria Teresa Pichetto hanno proposto in una prima edizione del 1990 (per Camunia), una biografia completa fondata su una documentazione di prima mano, resa accattivante da una scrittura narrativa ritmata da pertinenti e impertinenti citazioni dai ricordi e dalle lettere del protagonista. A distanza di quasi trent’anni, nell’anno del 150° della scomparsa di Massimo d’Azeglio, il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis (editore del monumentale Epistolario azegliano, curato da Georges Virlogeux, giunto al decimo volume, dei dodici previsti) propone la ristampa aggiornata dell’opera: il racconto del percorso (1798-1866) di un uomo di successo, anticonformista e amabilmente autoironico, di affascinante versatilità. Pitor ëd mësté, come amava autodefinirsi, autore di fortunati romanzi come l’Ettore Fieramosca, politico lungimirante e onesto, D’Azeglio visse romanzeschi amori (con Carolina Morici, Giulia Manzoni e Luisa Maumary Blondel); ebbe duraturi sodalizi di amicizia e stima con Cesare Balbo, Tommaso Grossi e Carlo Alberto; fu protagonista di conflitti e contestazioni con Pio IX, Gioberti, Guerrazzi e Giusti; e si trovò ad essere attore spregiudicato e spettatore disincantato di più di cinquant’anni di vita delle città italiane (Torino, Roma, Milano, Bologna, Firenze, Genova, Napoli) che furono l’epicentro dei grandi cambiamenti politici e sociali dell’Ottocento.

Liriche dell’Antica Provenza

An flanand tra le pagine del Catalogo Storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

MARCO PICCAT
Donne piemontesi e corti d’amore
Una raccolta di liriche dell’antica Provenza

Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2016. Pagg. 360, ill. ISBN: 978-88-8262-250-3 .

I trovatori provenzali sono stati gli autori, tra XII e XIII secolo, delle prime canzoni d’amore composte in uno dei linguaggi che, sostituitisi al latino, innovarono profondamente e la tradizione linguistica e la cultura letteraria dei popoli di tutta Europa.
Dalla loro terra d’origine, alcuni di questi poeti si mossero ad esportare il loro nuovo messaggio, intrecciato di parole, musiche e gesti, in due opposte direzioni: da una parte verso le regioni catalano-aragonesi, e dall’altra verso il Piemonte. Qui, in particolare, essi trovarono accoglienza e ospitalità presso alcune corti, da quella potente e ricca come quella dei Marchesi di Monferrato, a quella in lenta ma graduale espansione quale quella dei Conti di Savoia, e ancora in quella piccola ma orgogliosa e tenace come quella dei Marchesi di Saluzzo; nonostante la difficoltà di linguaggio, le differenze dei costumi, il proverbiale riserbo per le novità, in queste tre aree, nel corso di pochi decenni, il canto provenzale riuscì non solo a trovare occasioni o radici, ma persino a far attecchire tradizioni del tutto inedite ed inusuali nei luoghi. La nomea del marchese Bonifacio del Monferrato, grande protettore e mecenate, costituì un esempio di accoglienza per giullari e poeti migranti, che ricambiarono con l’’invenzione di una poesia cantata e musicata, a metà tra propaganda politica e vanto del sentimento amoroso, tra abbandono sensuale e nostalgia ‘guerriera’, tra folle avventura cavalleresca e rigorosa osservanza di un codice d’onore”. Poco alla volta, nomi di figure femminili, quali quelli di Beatrice di Monferrato, della Contessa di Piemonte o della Marchesa di Saluzzo, cominciarono a comparire come destinatarie dei canti, o comunque celebrate al loro interno, con sottolineature ripetute, per le sembianze e per la ‘cortesia’: da queste prime, leggiadre quanto delicate immagini della ‘dama di Piemonte‘, scrittori come Boccaccio o Petrarca trassero ispirazione per descrivere a loro volta le ‘gesta’ di nobili eroine. Nei loro percorsi in Piemonte, i provenzali portarono quello che era il loro repertorio poetico classico, con quello che vi era di sentimentale, di polemico, di provocatorio, di cortese e di ironico, di sublime e di volgare, rivisitandolo, alla luce di una diversa situazione politico-culturale e di una nuova stagione culturale.
Il libro, dopo una premessa relativa alle ‘corti’, raccoglie, presentandole per la prima volta in modo completo e organico, le composizioni per le dame d’origine ‘piemontese’, facendo emergere frammenti di temi, moduli e stili di una poesia senza frontiere.