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Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’inventore piemontese dei fiammiferi

Nel corso di molti secoli, a partire dal medioevo, chimici ed alchimisti hanno dato vita con i loro esperimenti a svariati precursori dei fiammiferi, tra loro diversissimi. Un’acquisizione fondamentale per lo sviluppo dei fiammiferi fu la scoperta del fosforo, ottenuto per la prima volta dal chimico amburghese Hennig Brandt nel 1669, anche se per oltre 150 anni nessuno pensò a sfruttarne le possibili applicazioni in questo campo, sia per motivi di costi sia per la pericolosità degli originari prototipi. Non si può parlare di una sola invenzione o di un solo inventore, poiché i primi bastoncini incendiari erano estremamente diversi tra loro. L’invenzione degli “zolfanelli” è quindi contesa tra vari paesi.

Con riferimento a un periodo d’immaturi tentativi tecnici e commerciali sono particolarmente vive le rivendicazioni della Francia, che attribuisce l’invenzione a G. Chancel, ideatore di bastoncini messi in vendita a Parigi verso il 1806 che, incendiandosi per reazione chimica, non avevano ancora nulla a che vedere con quelli di moderna concezione comparsi di lì a poco. Il salto di qualità si ebbe, infatti, sul finire degli anni venti dell’ ‘800 con l’ideazione dei fiammiferi a sfregamento. Di questi gli inglesi attribuiscono l’invenzione ad un droghiere di Stockton-on-Teese, John Walker, che vendette i primi il 7 aprile 1727, i tedeschi a Ludwig Kammerer, i francesi a J. F. Derosne.

E l’Italia? Comunemente si ricordano per l’epoca primitiva esperimenti risalenti al 1785 e un ruolo non secondario nelle prime fasi dell’accensione a sfregamento. Ciò nonostante pare che l’invenzione dei fiammiferi spetti proprio a un italiano, un piemontese, Ludovico Peyla di Avuglione, studioso di chimica completamente dimenticato, appartenente ad una nobile famiglia carmagnolese. I documenti non sembrano lasciare spazio a dubbi: lo storico Antonio Manno scrive di lui in un suo manoscritto (finalmente consultabile on-line –www.vivant.it- dopo essere rimasto inedito per quasi un secolo) “Potrebbe rivendicare l’invenzione dei fiammiferi che, colla forma di cannellini fosforici, presentò nel 1779 al Re di Francia a all’imperatore d’Austria e n’ebbe regali”.  Sarebbero dunque successivi, seppur di poco, gli esperimenti francesi risalenti al 1780. Anche in un “Dizionario dell’industria” pubblicato a pochi anni di distanza (1792) l’invenzione è attribuita in modo certo a Peyla.

E per quanto riguarda l’accensione a sfregamento? Anche in questo campo sono due piemontesi (semidimenticati essi stessi, all’insegna del consueto understatement) a rivendicare l’invenzione e i perfezionamenti che avrebbero consentito di avviare produzioni di massa. L’inventore sarebbe l’ebreo fossanese Sansone Valobra che, coinvolto nei moti del ’21, fuggì in Toscana, trasferendosi poi a Napoli dove, anteriormente al 1828, produceva fiammiferi con capocchia a base fosforica. La sua impresa non ebbe fortuna, ma i diritti di “primogenitura” sembrano spettargli. Autore di fondamentali perfezionamenti fu, invece, un compaesano di Luigi Einaudi, il farmacista Domenico Ghigliano (il fiammifero del quale fu brevettato nel 1832). Dopo di lui la diffusione dei fiammiferi fu straordinaria e, mentre in Europa e America si assisteva alla nascita di numerosi insediamenti produttivi, proprio il Piemonte confermò il proprio primato, divenendo sede di alcuni tra i più antichi stabilimenti mondiali, alcuni con enormi capacità di produzione. A Torino la prima fabbrica fu forse quella dei Fratelli Albani, sorta nel 1833 sulle sponde della Dora. Altri stabilimenti furono realizzati nella periferia torinese a Moncalieri, Trofarello e Piobesi. In quest’area nel 1875 se ne contavano una decina, tra i quali spiccavano quelli creati da Luigi De Medici (con circa 850 operai producevano giornalmente oltre 7 milioni di zolfanelli in legno e 4 milioni in cera, destinati ai mercati di tutto il mondo), Francesco Lavaggi ed Ambrogio Dellachà, che nel 1880 avrebbe creato anche un grosso stabilimento a Buenos Aires.

G.M.N.

la via della montagna

Torino Sette, il settimanale de “La Stampa”, seppur ridimensionato perché privo di quella gran messe di appuntamenti che declinavano le nostre settimane torinesi e piemontesi, continua ad arrivare nelle nostre case, grazie a Cristina Caccia e Alma Toppino…

Pubblichiamo qui il testo di Albina Malerba, uscito venerdì 27 marzo 2020 nella rubrica “An piemontèis”, che segnala un volume molto denso e interessante La via della montagna, del filosofo piemontese Francesco Tomatis, pubblicato da Bompiani.

foto di Simon Matzinger – pexels.com

Ël lìber a s’ëntitola “La via della Montagna”, a l’ha scrivulo Francesco Tomatis, për le edission Bompiani (2019, pp. 686, € 20). Tomatis, anlev ëd Pareyson,  a l’é professor ëd filòsofia teoretica a l’Università ‘d Salerno, ma a l’é ‘d Carù, a l’é alpinista e “garante scientifico di Mountain Wilderness”. I na parloma ambelessì, nen mach përchè a l’é un lìber ch’a ven a taj lese an costi temp maleuros: “per volgere gli occhi lassù, ai monti e anche oltre cime, è necessario rallentare il passo, affinare sensi e pensieri, ascoltare con l’anima ogni respiro”,  ma përchè  ant ël percors dlë studi, s-ciass e apassionant, l’autor  – coma a scriv Giuseppe Goria ant la recension ch’a l’ha fàit an “Studi Piemontesi”, XLVIII, 2, 2019 – “conosce bene l’affermazione heideggeriana per cui ‘il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora’”, e a va a l’arserca ‘d poeta che con sò lengagi pì s-cet e genit an parlo ‘d montagna, e a scriv ëd poeta coma Barba Tòni Baudrier (Barba Tòni Bodrero), che “ha composto, nell’ascolto delle più remote voci degli avi…, un sogno multicolore e paradisiacamente bianco…”; ëd Remigio Bertolino, poeta ‘d Mondvì, “il maestro della montagna…che può ben additarsi quale ‘miglior fabbro del parlar materno’”, e ‘d tante vos dle valade ocitane e dël Piemont: Anghilante, Salvagno, Mariano… ma trovoma ‘dcò ‘d figure come Giorgio Maria Lombardi, Roberto Einaudi, Fredo Valla, Gianni Vattimo, j’alpinista pì avosà Bonatti, Messner, i Sacri Monti, artista come Ugo Giletta, musicista, ‘l CAI, tut un mond ch’a varda e a parla ‘d montagna, lesù e sentì con j’euj d’un filosof-poeta. Bianca Dorato a sarìa stàita franch bin an cost catalogh… Na letura nen sempia ma ch’an arpossa vers l’àut, ant l’abim dl’esistensa: “verticalità illimite e orizzonte finito, libertà e comunione, Deità e uomo, cura e natura”.

Suggeriamo l’ampia recensione dedicata al libro, a firma di Giuseppe Goria, pubblicata sulla rivista “Studi Piemontesi”, dicembre 2019, vol. XLVIII, numero 2, pp. 709-710.

Storia, storie, luoghi, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

CAROUGE

Gustavo Mola di Nomaglio

Il turista che percorrendo le strade di Ginevra attraversi il ponte sull’Arve in direzione di Carouge si trova improvvisamente proiettato in uno scenario urbanistico del tutto diverso da quello che si è lasciato alle spalle. A breve distanza dal centro ginevrino si aprono le lunghe vie rettilinee di quella che sembra, a prima vista, una cittadina piemontese con un incontaminato aspetto settecentesco. Qui, dal punto di vista architettonico, il tempo pare essersi fermato.         

A Carouge i più antichi insediamenti umani risalgono all’epoca romana; il minuscolo abitato del paese sorgeva alla confluenza di quattro importanti strade dirette al ponte sull’Arve, verso Ginevra. Nell’alto medioevo il borgo è menzionato (nella forma <<Villa quadruvio>>) nel 516; in quell’anno Sigismondo, figlio di Gundobaldo, vi fu incoronato re di Borgogna. Solo a partire dal secolo XIII le notizie sul paese si fanno più precise. Entrato a far parte assai presto dei domini sabaudi con vaste zone circostanti il borgo ebbe per secoli un peso marginalissimo rispetto a quello di Ginevra, ma il suo destino cambiò quando i Savoia persero definitivamente il possesso della città. Sinché durarono le rivendicazioni sabaude sul Ginevrino (e con esse una sorta di guerra fredda tra il Piemonte e la repubblica calvinista) Carouge ebbe un ruolo eminentemente d’avamposto strategico.

Il trattato di Torino del 1754 riconoscendo finalmente la sovranità di Ginevra e fissando definitivamente i confini tra la Repubblica e la Savoia, fece nascere nel regno sardo la volontà di creare a ridosso del distretto ginevrino un importante centro sabaudo. Già da tempo in Piemonte si pensava a nuove strategie d’espansione a nord delle Alpi; Carouge ebbe in esse un ruolo centrale. Dal piccolo borgo originario fu quasi inventato dal nulla, in breve tempo, un insediamento con popolazione eminentemente cattolica (ma in cui si registrava una discreta apertura d’idee in materia di religione) in grado di creare una competizione politica, religiosa ed economica con la protestante Ginevra. Carlo Emanuele III nel 1740 favorì con franchigie fiscali l’insediamento di numerose industrie. Vittorio Amedeo III trasformò il paese in capoluogo di provincia, annettendo al suo distretto 42 villaggi separati dal Chiablese e dal Faucigny e concesse che si svolgessero due grandi fiere annuali. In pochi anni la popolazione crebbe da meno di 600 a quasi 5000 abitanti. Nel 1786 giunse la concessione del titolo di città.

Per sostenere una crescita tanto rapida furono formulati lungimiranti ed originali progetti urbanistici. Parecchi architetti piemontesi elaborarono per Carouge differenti piani regolatori. Geniale in particolare fu l’intervento di Filippo Nicolis di Robilant che si distinse dalle proposte in parte utopistiche dei suoi predecessori (Garella, Piacenza e Manera) per la sua concretezza. Robilant seppe inglobare senza sopprimerlo l’originale nucleo abitativo formatosi a cavallo della strada romana di Ginevra e diede prova –come rileva Augusto Cavallari Murat nella Storia del Piemonte pubblicata nel 1960 per iniziativa di Renzo Gandolfo- di una maturità urbanistica non comune, grazie alla quale la <<forma nuova>> si fece continuatrice della <<vecchia>> conferendo vitalità all’aggregato urbano. Il piano regolatore del Robilant può ancor oggi essere definito affascinante per la sua semplicità, chiarezza ed eleganza. I lavori per attuarlo procedettero rapidamente ma molte opere restarono incompiute a causa dell’occupazione da parte della Francia rivoluzionaria del 1792: non fu terminato un grande palazzo municipale, il palazzo reale rimase incompiuto (nel 1808 l’edificio divenne sede di una filatura che occupava seicento operai) e la stessa sorte ebbe l’albergo dei poveri.

Nel 1814 la cittadina fu restituita al Piemonte ma due anni, dopo in base al trattato di Torino del 16 marzo 1816, fu annessa a Ginevra. Probabilmente anche la perdita della testa di ponte sabauda di Carouge contribuì ad indirizzare sempre più le strategie d’espansione dei Savoia verso l’Italia.

Per saperne di più si segnala:

Luciano Tamburini, Carouge “città inventata”, in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno, a cura di Gianrenzo P. Clivio e Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1975, pp.195-209, ill.

una poesia per questi giorni

GIOVANNI TESIO: Professore, critico letterario, studioso di letteratura italiana con una gran messe di saggi su poeti e scrittori italiani e piemontesi. Da alcuni anni si dedica con impegno alla poesia. Citiamo soltanto i due libri di Sonetti, pubblicati per le edizioni del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Stantesèt sonèt, Prefazione di Lorenzo Mondo, postfazione di Albina Malerba (Pagg. IX-108, 2015); e Vita dacant e da canté, Prefazione di Pietro Gibellini (Pagg. XIII-380 ,2017).

Pubblichiamo qui un suo sonetto inedito dedicato a questi nostri difficili giorni.

                      S’a-i é chi a canta da pogieuj e fneste

                      i veuj pa dì ch’a l’abio nen le teste

                      combin ch’i treuva che fé festa ai mòrt

                      a sia ‘n po’ da mat o spirit fòrt.

                      La nav dij fòj ch’ambarca ‘l pess ëd noi

                      con l’ilusion ëd fé na còsa bon-a

                      e noi tuj lì a remé, o che brajoma,

                      për nen pensé che soma ‘n t’un garboj.

                      Mi penso ai mòrt ch’i peuss nen compagné

                      ai mòrt ch’a van da soj drinta la neuit

                      e a cole file ‘d bare sensa deuit.

                      E treuvo che al doman va bin pensé

                      e penso ch’a sia bel fin-a canté

                      ma riesso nen a varì ‘n mi col veuid.

Traduzione

Se c’è chi canta da balconi e finestre/ non voglio dire che non abbiamo le teste/ benché io trovi che far festa ai morti/ sia un po’ da matti o da spiriti forti.// La nave dei folli che imbarca il peggio di noi/ con l’illusione di fare una cosa buona/ e noi tutti lì a remare, o che gridiamo,/ per non pensare che siamo in un groviglio.// Io penso ai morti che non posso accompagnare/ ai morti che vanno da soli nella notte/ e a quelle file di bare senza grazia.// E trovo che al domani va bene pensare/ e penso che sia bello anche cantare/ ma non riesco a guarire in me quel vuoto.

G.F. Fiochetto, archiatra di Casa Savoia e protomedico durante la peste del 1630 a Torino

Su “La Stampa” di oggi, l’articolo di Giorgio Ballario sulla peste del 1630 a Torino fa riferimento al protomedico Giovanni Francesco Fiochetto, autore dell’allora molto innovativo “Trattato della peste e del pestifero contagio”, stampato nel 1631.

Ci fa piacere segnalare che il Centro Studi Piemontesi, nel 2010, ha pubblicato una esauriente biografia del Fiochetto, autrice Maria Teresa Reineri: Dal secolo d’oro al flagello nero. L’archiatra di Casa Savoia Giovanni Francesco Fiochetto (Vigone 1564-Torino 1642)(pagg. 442), presente in tutte le più importanti biblioteche, non solo piemontesi.

La biografia di un personaggio dalla vita straordinaria è di per sé un “romanzo” e tale può definirsi questo libro che narra, con penna leggera ma storicamente documentata, la vita di Giovanni Francesco Fiochetto. Nato nel 1564 a Vigone da un notaio di provincia dimostra fin dalla gioventù che non avrà un’esistenza banale. Studia medicina alla Sorbona, si laurea a Torino dove esercita con sapienza così da essere, in breve, chiamato ad insegnare all’Università, nominato archiatra di Carlo Emanuele I e pedagogo dei suoi figli che poi segue alla corte di Filippo III di Spagna. Per più di quindici anni Fiochetto vive il “secolo d’oro”: alterna i soggiorni alla corte madrilena con i viaggi attraverso il Mediterraneo sulle navi spagnole comandate da Emanuele Filiberto, terzogenito del duca, e infine risiede in Sicilia con lui, creato viceré. Fino alla morte del Principe nel 1624.
Fedeltà e conoscenza gli sono riconosciute: nominato protomedico del ducato sabaudo si prodiga durante l’infuriare della peste (il “flagello nero”) del 1630 che descrive nel ben noto Trattato della peste.
Ammirevoli i rapporti familiari che mantiene, pur lontano. Elegge la natia Vigone sede del suo sepolcreto (portandovi ad operare Carlo di Castellamonte e le sue maestranze) e depositaria dei tanti lasciti caritatevoli.
Il libro segue con appassionata attenzione le vicende private e pubbliche lungo l’intera vita di Fiochetto fino alla morte, avvenuta nel 1642, raccontandone anche il sogno ambizioso ma vano, faro dell’intera sua esistenza: far vivere nella discendenza il nome a cui ha dato così grande lustro.
Le sue opere, in latino e in volgare, sono testimonianza della scienza, modernità, erudizione di un uomo, un grande piemontese, di altissima statura morale.

CALLISTO CARAVARIO PROTOMARTIRE SALESIANO

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

CALLISTO CARAVARIO PROTOMARTIRE SALESIANO

Gustavo Mola di Nomaglio

Nella storia delle missioni cattoliche la Cina ha un posto importante. All’inizio del XIX secolo la Chiesa di Roma vi era presente con due diocesi (Macao, e Pechino) e tre vicariati apostolici (Su-tchuen, Fo-kien e Chan-si) con circa 187.000 fedeli. Il numero non era insignificante ma, rispetto al ‘700 – quando i cataloghi dei Gesuiti contavano quasi 800.000 cristiani- era diminuito in modo impressionante. Le autorità avevano combattuto l’opera missionaria, minacciando i cinesi convertiti ed istigando il popolo a sterminare “i diavoli stranieri”. Durante l’800 i missionari ebbero vita meno difficile e riuscirono a portare in seno alla religione cristiana oltre 500.000 fedeli. Sembra un numero considerevole, tuttavia rispetto alla popolazione complessiva non vi era che un cristiano su ottocento, ancora troppo poco per potersi sentire al sicuro da nuove persecuzioni e repressioni. Queste giunsero, più terribili che mai, nel 1900 con la rivolta contro gli stranieri e i cristiani indigeni (protetta, per non dire istigata, da ambienti governativi) dei Boxers. Si registrarono impressionanti eccidi. Dal giugno al dicembre 1900 furono uccisi “fra inauditi tormenti” – si legge nel Lessico ecclesiastico pubblicato da Vallardi poco dopo i fatti – 25.000 cristiani cinesi, 6 vescovi, 28 missionari di varie nazionalità e 17 suore. Sfuggì per poco al massacro lo stesso vicario apostolico di Pechino, Monsignor Favier, liberato dalle truppe internazionali, insieme a 3000 cristiani, dopo un assedio durato 76 giorni che stava ormai divenendo insostenibile. Alcune testate giornalistiche della sinistra europea tentarono di giustificare le stragi compiute dai Boxers, accusando i missionari di avere provocato la reazione dei cinesi “disprezzandone le secolari costumanze”. Molte voci si alzarono però a favore dei religiosi, anche tra i cinesi non cristiani, e le accuse furono tacitate.

Nel corso dei secoli le regioni subalpine diedero alle missioni cinesi un degno contributo di uomini. La partecipazione piemontese divenne particolarmente significativa nei primi decenni del ‘900 con l’apporto dei Salesiani. San Giovanni Bosco nel proprio testamento spirituale aveva antiveduto, con frasi che si situavano a metà strada tra l’auspicio e la premonizione, la presenza dei propri discepoli in terra cinese, prevedendo che i Salesiani avrebbero potuto fare molto “a beneficio dei fanciulli poveri e abbandonati”. La cristianizzazione della Cina era nei programmi del Santo e anche nei suoi sogni. Qualche tempo prima di morire, egli narrò di avere sognato, in relazione alla presenza salesiana nel lontano impero, due calici che contenevano sangue dei suoi discepoli. Nonostante i presagi di Don Bosco e le terribili carneficine subite dai cristiani i Salesiani non si tirarono indietro e iniziarono una lenta opera di espansione nel territorio cinese.

 Il primo gruppo di Missionari Salesiani partì da Torino nel gennaio 1906, guidato da Don Luigi Versiglia (che, nato nel 1873 ad Oliva Gessi, nel Pavese, era entrato dodicenne nell’Oratorio torinese di Valdocco, per pronunciarvi, al termine degli studi, voti solenni). La prima sua istituzione in Cina fu un orfanotrofio. Nel giro di pochi anni, tra mille avversità, riuscì a dare vita a numerose case, ospizi, lazzaretti. Nel 1912, divenuto uno dei punti di riferimento del mondo cristiano cinese, fu consacrato vescovo. Tra i tanti che da Torino si recarono a svolgere la propria opera nell’impero celeste, giunse, nel 1924,   anche Don Callisto Caravario, un giovane sacerdote nato a Cuorgnè ventun anni prima. Divenuto segretario di Mons. Versiglia, nel 1930 lo accompagnò, con alcuni catechisti e catechiste, in un viaggio a Linchow. Lungo la strada li attendeva la morte che li avrebbe fatti divenire i primi martiri Salesiani. La barca con cui viaggiavano sul fiume del Linchow fu fermata da un gruppo di persone armate. Non era più il tempo dei Boxers ma i cattolici avevano ora nei “bolscevichi”, guidati, sotto la regia russa, da Chong-Fat-Kwai, nemici non meno feroci. Difficile dire se Versiglia e Caravario potevano cavarsela pagando una taglia. Di certo facendo scudo col proprio corpo alle maestre cinesi che li seguivano (e che di lì a qualche giorno sarebbero state fortunosamente salvate da forze di polizia) suggellarono il loro destino. Dopo percosse e torture furono fucilati. I corpi dei martiri giunti dal Piemonte, ritrovati da alcuni confratelli, furono sepolti, dopo solenni funerali, nella città di Shiu-chow.

Il papa e la consolata

Riproponiamo la poesia di Nino Costa, “La Consolà“, citata dal Papa nell’intervista a Papa Francesco di Domenica Agasso, su “La Stampa” del 20 marzo 2020.

A randa dij rastei dla Tor roman-a

-ultim avans d’un’epoca dëstissa –

con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a

la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare

ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija

e a ten da cont le soe memòrie care,

ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,

d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;

pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,

e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa

dle glòrie dle passion d’un’autra età –

ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,

fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda

dsora dël mond ël son dle soe campan-e

come na vos ch’a prega e as racomanda

për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,

la Madonin-a bianca sla colòna,

goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass

a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.

Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta

come sesì da ‘n sens ëd confussion:

n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,

n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –

për tant si pòch che la superbia an chita –

ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa

ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan

quand ch’a në mnavo sì a benedission,

che nòsta mama a në tnisìa për man

e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra

lagiù, lagiù, trames a doi ciairin

në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,

le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse

dj’impression e dij seugn dla prima età!

J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,

ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa

tacà la mama – pià da sburdiment –

e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa

la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,

a goarda con l’antica meravìa

le richësse e ij tesòr dla gran sità

posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,

dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton

ch’a diso da stërmà la soa coron-a

e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,

a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor

sota le vòlte freide e patanuve,

l’é sle muraje sensa gnun color

trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!

stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent

ch’ i seve brut e pien ëd poesìa

ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,

j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss

j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive

fin ch’i restoma su cost mond balòss.

…….

Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama

e ij sangiut a fan grop drinta la gola,

ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama

it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,

ignorant e sapient, giovnòt e vej –

quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor

an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,

it contoma ij maleur dle nòstre ca

për chi t’an giute con tò cheur pietos,

ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,

confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor

t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin

na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco

-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –

tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,

come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,

e t’i-j goarde con l’istess sorìs

la “monigheta” con la scufia bianca,

e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta

-quand che la ciòca dël maleur a son-a –

la verdurera con la siarpa ‘n testa

e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje

ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,

dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,

da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,

da la Crosëtta al parch dël Valentin

j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra

j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,

cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:

come l’acqua d’un fium la vita a passa

ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo  il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti… Ave Maria.