Archivi categoria: Segnalazione

Addio a Domenico Bo

Salutiamo commossi e grati il professor Domenico Bo, decano dei Soci della nostra Ca dë Studi Piemontèis, mancato il 30 agosto. Da oggi riposa nella sua amata Garessio.

Per il Centro Studi Piemontesi ha pubblicato nel 2014 il volume Storia dalle origini ad oggi di Piazza Savoia e le sue quattro Isole nel terzo ingrandimento di Torino verso occidente, pagg. VIII-271, ill.

Così scriveva Elena Gianasso recensendo il volume in “Studi Piemontesi”, sul n. 1, 2014, vol. XLIII, pp. 196-197:
“Omaggio del Centro Studi Piemontesi alla carriera accademica del prof. Domenico Bo, già professore ordinario nelle Università di Roma “La Sapienza” e di Torino, il volume ripercorre le vicende storiche che hanno portato alla realizzazione di piazza Savoia, già piazza Susina, polo centrale di saldatura tra la «città vecchia» seicentesca e il terzo ampliamento della città. Spazio progettato in stretta relazione con lo stradone di Rivoli, tracciato nel 1711 da Michelangelo Garove, è delimitato da quattro isolati occupati da architetture prestigiose attentamente descritte nel libro. Le pagine di Bo si aprono con un capitolo che, sintetizzando la storia di Torino, introduce la figura di Vittorio Amedeo II e il suo importante impegno per la realizzazione dell’ingrandimento occidentale il cui «grande artefice», scrive l’autore, «fu Filippo Juvarra. […] Tutte le realizzazioni da corso Valdocco a Piazza Savoia, da via del Senato a via Milano, a Porta Palazzo riportano ancora oggi l’impronta urbanistica, che egli diede alla zona, anche se non riuscì a vederne l’intero compimento» (p. 24). Ideata di forma quadrata, luogo di raduno e di mercato, ha assunto prima la denominazione di piazza Susina, quindi piazza Paesana (dal nome di uno dei palazzi che vi si affaccia), poi piazza degli Stracci, in periodo napoleonico è place de France, quindi piazza Siccardi (1853-1860) e poi piazza Savoia. Intorno alla metà del XIX secolo, al centro della piazza è innalzato un monumento, l’obelisco, a ricordo dell’approvazione della legge sull’abolizione del foro ecclesiastico promulgata nel 1850 su proposta del ministro di Grazia Giustizia e Affari di Culto, senatore Giuseppe Siccardi. Nel Novecento, evidenzia puntualmente lo scrittore, la piazza è progressivamente riqualificata con nuovi negozi e piccole aree verdi.
Il libro, corredato di tavole che riproducono disegni, incisioni e fotografie del luogo, esamina quindi l’Isola di San Chiaffredo, “la più importante delle quattro” (p. 54) isole prospicienti la piazza, occupata da Palazzo Saluzzo Paesana. Costruito su disegno di Giacomo Plantery nel corso del Settecento, è descritto con rimando ai documenti d’archivio, esito di una ricerca attenta e meticolosa condotta dall’autore. Sono altresì riportati i dati del censimento napoleonico del 1802, fotografia dello stato della popolazione in periodo francese, completati da brevi profili biografici degli abitanti del palazzo.
L’Isola di San Dalmazzo, dal nome della chiesa che in parte la occupa, era posta all’estremità del settore occidentale della città ed era separata dalle mura dalla via singularis. Le vicende che interessano l’Isola sono definite dalle scelte dei Padri Barnabiti che officiano la chiesa già dal Seicento. Acquisti successivi garantiscono ai religiosi la proprietà di fabbricati a sud, a est e a nord dell’isolato, scelto come sede del loro Collegio. All’indomani della soppressione degli ordini religiosi, l’area è divisa in lotti esaminati in dettaglio da Bo che, per ognuno, ricorda gli acquirenti e i passaggi di proprietà. Scorrendo le pagine del libro si legge anche l’interessante storia della chiesa di San Dalmazzo fino agli ultimi anni del Novecento.
L’Orfanotrofio femminile, la cui esistenza è documentata da fine Cinquecento, e Palazzo Falletti di Barolo compongono l’Isola di Santa Brigida. Il primo, voluto forse dalla contessa Langosco di Stroppiana, è descritto con l’ausilio, oltre che della bibliografia, di fonti documentarie primarie conservate nei torinesi Archivio di Stato e Archivio Storico della Città. Il secondo, opera di Gian Francesco Baroncelli del 1692, è qui commentato attraverso le biografie dei suoi proprietari e abitanti perché, è già stato scritto, la biografia è strumento utile a comprendere le dinamiche storiche che hanno segnato le trasformazioni del costruito. Tra loro, è Giulia Vittorina Colbert a distinguersi per le sue doti di donna intelligente e colta, capace di sostenere e appoggiare alcune tra le più importanti attività filantropiche torinesi del XIX secolo.
L’ultimo capitolo è dedicato all’Isola San Dionigi dove sono il palazzo Martini di Cigala e il palazzo ex-Villata. Seguendo lo stesso iter di ricerca, Bo elenca i successivi acquirenti, con brevi note sulle famiglie tratte, ancora, da testi d’archivio e dai censimenti. Quadro di una interessante piazza torinese, il volume si chiude con l’indice delle tavole e un articolato indice generale”. Elena Gianasso

Monopattino americano 1916!

Per gentile segnalazione (e dall’archivio) del consocio Giovanni Orso Giacone

Guglielmo Sandretto, di Onzino, frazione di Sparone, e la moglie Clarissa Orso Giacone, di Frassinetto Canavese, andarono a cercar fortuna nel tardo Ottocento in America, al pari di tanti altri emigranti piemontesi che hanno contribuito a fare grandi gli Stati Uniti, con le loro capacità, tenacia e inventiva. Si stabilirono a Evanston, Illinois (dove il cognome Sandretto risulta tuttora documentato negli elenchi telefonici).
Guglielmo, facendo tesoro delle proprie competenze, fondò una segheria e un mobilificio. Lo stabilimento doveva essere abbastanza distante dall’abitazione e la moglie, che un po’ si affaticava a pedalare per raggiungerlo, comprò una “bicicletta a motore”, come si legge nel testo della cartolina che ne contiene la fotografia:

Cari nipoti, spero che stiate tutti bene,
noi abbastanza [anche se] il lavoro scarseggia, la manodopera pure […]
la zia Clarissa si è comprata una bicicletta a motore […] per venir da me in segheria…
Saluti e baci, zio Guglielmo

E la bicicletta a motore, raffigurata nella cartolina inviata ai nipoti, altro non era se non un antenato del monopattino, forse per l’epoca straordinario e anche un po’ eccezionale dovevano essere agli occhi dei passanti le donne che lo guidavano, a Evanston come a Londra**!

**Nel fronte della cartolina inviata ai nipoti dal Sandretto con la pubblicità del monopattino per la quale si prestò Lady Florence Norman, una suffragetta londinese che lo utilizzava per raggiungere l’ufficio londinese in cui lavorava.

La Consolata/La Consolà

Il 20 giugno è per Torino la festa della Consolata, la Consolà.
Ricordiamo questo giorno con la poesia più conosciuta e amata dai torinesi.

E segnaliamo, per chi volesse approfondire, l’articolo di
GIULIANO GASCA QUEIRAZZA S.J.
La Consolà – La Consolata: il titolo caratteristico della devozione alla Madonna in Torino
pubblicato in “Studi Piemontesi”, vol. I, n. 2, novembre 1972, che invieremo in pdf a chi ce ne farà richiesta

e il libro di MARIA GRAZIA CERRI
Il campanile di Sant’Andrea alla Consolata. Percorsi di ricognizione intorno ad un’architettura benedettina
Pagg. 160, con 37 illustrazioni in b. e n. e tavole (1997)

Il campanile è testimone indenne, ed unico, del priorato benedettino torinese di Sant’ Andrea, che dipendeva dalle grandi abbazie di Novalesa e di Breme. Per chiarire il significato della sua costruzione e sottolinearne l’alta qualità, sono state sondate strade diverse, confrontando le fonti scritte con i dati forniti direttamente dal monumento e ricordando, insieme alle matrici del modo di costruire medievale, i personaggi che agivano sulla scena piemontese nei secoli intorno al Mille, ed i loro rapporti con ambiti territoriali più vasti. Il campanile è stato analizzato sottolineandone i dettagli costruttivi e le possibili derivazioni dei modelli anteriori. La ricerca, corredata da alcune indagini tecnologiche, ha permesso di avanzare un’ipotesi di datazione e di valutare il ruolo della cultura benedettina nel processo di evoluzione dell’architettura romanica.

La Consolà
di Nino Costa
(1886 –1945)

A randa dij rastei dla Tor roman-a
-ultim avans d’un’epoca dëstissa –
con n’aria ‘d serietà tuta nostran-a
la Consolà l’é lì: bassa e massissa:

sensa spatuss: come na brava mare
ch’a l’ha ‘d fastidi gròss për la famija
e a ten da cont le soe memòrie care,
ma veul nen esse ‘d pì che lòn ch’a sia.

Davanti a chila j’é ‘d masnà ch’a coro,
d’ovriere ch’a passo e ‘d sartoirëtte;
pòver ch’a ciamo; preive ch’a dëscoro,
e le veje ch’a vendo le candlëtte.

Sò cioché, lì davsin, – ombra severa
dle glòrie dle passion d’un’autra età –
ch’a l’ha goernà la Cros e la bandiera,
fedel come ‘n tropié dij temp passà,

adess ch’a l’è vnù vej, tut-un a manda
dsora dël mond ël son dle soe campan-e
come na vos ch’a prega e as racomanda
për tute quante le miserie uman-e,

e sla piassëtta, con sò cit an brass,
la Madonin-a bianca sla colòna,
goardand an giù la gent ch’a fa ‘d fracass
a l’ha ‘n soris da mama e da Madòna.
Ma pen-a intrà ‘nt la bela cesa, as resta
come sesì da ‘n sens ëd confussion:
n’odor d’incens e ‘d fior ch’a dà a la testa,
n’aria ‘d lusso, ‘d misteri e ‘d divossion.

As torna sente an fond a la cossiensa –
për tant si pòch che la superbia an chita –
ch’a j’é quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa
ch’a j’é quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita.

Is ricordoma ‘l nòstr bel temp lontan
quand ch’a në mnavo sì a benedission,
che nòsta mama a në tnisìa për man
e, sotvos, an fasìa dì j’orassion,

e come ‘nlora, ‘nt la capela sombra
lagiù, lagiù, trames a doi ciairin
në smija ch’as senta ciusioné, da ‘nt l’ombra,
le doe regin-e anginojà davsin.

Oh! Come a resto le memòrie fisse
dj’impression e dij seugn dla prima età!
J’é tante fiame ch’a son già dëstisse,
ma col ciairin, lagiù ‘s dëstissa pà.

E parèj dël gognin ch’a së strensìa
tacà la mama – pià da sburdiment –
e a spalancava j’euj quand ch’a vëdìa
la Madòna vestìa d’òr e d’argent

l’òm d’adess, ch’ a l’é franch e dësgenà,
a goarda con l’antica meravìa
le richësse e ij tesòr dla gran sità
posà davanti a l’umiltà ‘d Maria.

Ma ‘l cheur dla pòvra gent faita a la bon-a,
dle coefe ‘d lan-a e dij paltò ‘d coton
ch’a diso da stërmà la soa coron-a
e, quand ch’a prego, a prego ‘nt ij canton,
a l’é nen sì; l’é là ‘nt ij coridor
sota le vòlte freide e patanuve,
l’é sle muraje sensa gnun color
trames ai “vot” dle grassie ricevuve.

Pòvri quadret dla pòvera galeria!
stòrie ‘d maleur, d’afann e dë spavent
ch’ i seve brut e pien ëd poesìa
ch’i seve gòff e pien ëd sentiment,

sota le vòstre plancie primitive,
j’é pì ‘d bon sens che drinta ij lìber gròss
j’é la speransa ch’an dà fòrsa a vive
fin ch’i restoma su cost mond balòss

.…….
Ave Maria… quand che nòst cheur at ciama
e ij sangiut a fan grop drinta la gola,
ti, Madòna ‘d Turin, parèj ‘d na mama
it ses cola ch’an pasia e ch’an consola.

Tuti i vnoma da ti – pòver e sgnor,
ignorant e sapient, giovnòt e vej –
quand che l’ombra dla mòrt ò dël dolor
an fa torné, për un moment, fratej.

It mostroma, an puiorand, le nòstre cros,
it contoma ij maleur dle nòstre ca
për chi t’an giute con tò cheur pietos,
ò Vergine Maria dla Consolà.

E ti, Madòna, stèila dla matin,
confòrt ai disperà, mare ‘d Nosgnor
t’i-j das a tuti na fërvaja ‘d bin
na spluva dë speransa e ‘n pòch d’amor.

A treuvo ajut an ti, quand ch’a t’invòco
-con le lagrime a j’euj, sensa impostura –
tant la paisan-a ch’a rabasta ij sòco,
come la sgnora ch’a ven sì ‘n vitura.

A s’inginojo sì, sl’istessa banca,
e t’i-j goarde con l’istess sorìs
la “monigheta” con la scufia bianca,
e la “còcòtte” con jë scarpin ëd vernis,

e as racomando a ti ‘nt’j’ore ‘d tempesta
-quand che la ciòca dël maleur a son-a –
la verdurera con la siarpa ‘n testa
e la regin-a con la soa coron-a.

Ave Maria…da le ciaborne veje
ch’a saro le Ca neire e ‘l Borgh djë strass,
dai bej palass ch’a goardo ‘nvers le leje,
da ‘n Valdòch, dal Seraglio e dai Molass;

dal Borgh ëd Pò fin-a a le Basse ‘d Dòra,
da la Crosëtta al parch dël Valentin
j’é tut Turin ch’a prega e ch’a t’adòra
j’é tut Turin ch’at conta ij sò sagrin…

O protretris dla nòsta antica rassa,
cudiss-ne ti, fin che la mòrt an pija:
come l’acqua d’un fium la vita a passa
ma ti, Madòna, it reste…Ave Maria.

La Consolata. Accanto ai cancelli della Torre romana/ – ultimo resto di un’epoca spenta – /con un’aria di serietà tutta nostrana/ la Consolata è lì: bassa e massiccia:// senza sfarzo: come una buona mamma/ che ha grossi problemi per la famiglia/ e tiene con cura le sue memorie care,/ ma non vuole essere più di quel che è.// Davanti ci sono bambini che corrono,/ operaie che passano e sartine;/ poveri che chiedono l’elemosina; preti che discorrono,/ e le vecchie che vendono le candelette.// Il suo campanile, lì vicino, – ombra severa/ delle glorie delle passioni di un’altra età -/ che ha custodito la Croce e la bandiera,/ fedele come un soldato dei tempi passati, [il Campanile della Consolata era una delle sette torri che anticamente proteggevano la città]// adesso che è diventato vecchio, manda tuttavia/ sopra il mondo il suono delle sue campane/ come una voce che prega e si raccomanda/ per tutte quante le miserie umane,// e sulla piazzetta, con il suo piccolo in braccio,/ la Madonnina bianca sulla colonna, /guardando giù la gente che fa baccano,/ ha un sorriso di mamma e di Madonna.// Ma appena entrati nella bella chiesa, si resta/ come frastornati da un senso di confusione:/un odore di incenso e di fiori che dà alla testa,/ un’aria di lusso, di mistero e di devozione.// Si sente dinuovo in fondo alla coscienza – / per poco che la superbia ci abbandoni – / che c’è qualcuno più in su del nostro sapere/ che c’è qualcuno più in su della nostra vita.// Ci ricordiamo del nostro bel tempo lontano/ quando ci portavano qui a benedizione,/ e la nostra mamma ci teneva per mano/ e, sottovoce, ci faceva dire le preghiere,// e, come allora, nella cappella buia/ – laggiù, laggiù – tra due lumini – // ci pare si senta bisbigliare, nell’ombra, / le due regione inginocchiate accanto.// Oh! Come restano le memorie impresse/ delle sensazioni e dei sogni della prima età!/ Molte fiamme sono già spente,/ ma quel lumino, laggiù, laggiù, non si spegne.// E come il bambinetto che si stringeva/ accanto alla mamma – preso da spavento – / e sgranava gli occhi quando vedeva / la Madonna vestita d’oro e d’argento// l’uomo di oggi, che è sicuro e disinvolto,/ guarda con l’antico stupore/ le ricchezze e i tesori della gran città/ posati davanti all’umiltà di Maria.// Ma il cuore della povera gente fatta alla buona/ dai veli di lana e dai cappotti di cotone / che recitano di nascosto il rosario/ e, quando pregano, pregano negli angoli,// non è qui; è là nei corridoi/ sotto le volte fredde e nude,/ è sui muri senza nessun colore / tra gli ex-voto delle grazie ricevute.// Povere tavolette della povera galleria!/ storie di disgrazie, d’affanni e di paure/ che siete brutti e colmi di poesia/ che siete goffi e colmi di sentimento,// sotto le vostre tele primitive,/ c’è più buon senso che sui grandi libri/ c’è la speranza che ci dà la forza di vivere/ fin che restiamo su questo mondo birbante.// Ave Maria… quando il nostro cuore ti chiama/ e i singhiozzi fanno nodo in gola,/ tu, Madonna di Torino, come una mamma/ sei quella che ci calma e ci consola.// Tutti veniamo a te – poveri e signori,/ ignoranti e sapienti, giovani e vecchi – quando l’ombra della morte o del dolore / ci fa tornare, per un momento, fratelli.// Ti mostriamo, piangendo, le nostre croci, / raccontiamo a te le sfortune delle nostre case/ perché tu ci aiuti con il tuo cuore pietoso,/ o Vergine Maria della Consolata.// E tu Madonna, stella del mattino,/ conforto ai disperati, mamma del Signore/ dai a tutti una briciola di bene / una scintilla di speranza e un po’ d’amore.// Trovano aiuto in te, quando t’invocano/ – con le lacrime agli occhi, senza inganno – / tanto la contadina che trascina gli zoccoli, / come la signora che viene qui in carrozza.// Si inginocchiano qui, sullo stesso banco,/ e tu le guardi con lo stesso sorriso / la monachina con la cuffia bianca, / e la cocotte con le scarpette di vernice, // e si raccomandano a te nelle ore di tempesta – quando la campana della sfortuna suona – / la venditrice d’ortaggi con la sciarpa in testa / e la regina con la sua corona. / Ave Maria…dai vecchi tuguri / che cingono le Case nere e il Borgo degli stracci,/ dai bei palazzi che si affacciano sui viali,/ da in Valdocco, dal Serraglio e dai Molassi;// dal Borgo di Po fino alle Basse di Dora, /dalla Crocetta al parco del Valentino /c’è tutta Torino che ti prega e che ti adora, / c’è tutta Torino che ti confida le sue pene…// O Patrona della nostra antica stirpe/ abbi Tu cura di noi, fin che la morte ci colga: / come l’acqua di un fiume la vita passa, / ma tu, Madonna, resti…Ave Maria.

Filippo Juvarra regista di corti e capitali dalla Sicilia al Piemonte all’Europa – autunno 2020

Nell’anno che il Piemonte dedica al Barocco, la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, in collaborazione con diversi altri enti e istituzioni e con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, inaugura in autunno la mostra “Filippo Juvarra regista di corti e capitali dalla Sicilia al Piemonte all’Europa” che presenta, per la prima volta nella sua interezza, il Corpus Juvarrianum, il più consistente fondo di disegni del grande architetto e dei suoi collaboratori.

Dopo l’ouverture, ecco la prima delle suggestioni virtuali che, su musiche di Vivaldi tratte dai manoscritti conservati nella Nazionale, ci accompagneranno all’appuntamento autunnale: dal volume q.VII.4 alcune visioni architettoniche di Juvarra tra cui l’elegante progetto della facciata della chiesa di Santa Cristina di piazza San Carlo

ABNUT: info@abnut.it e www.abnut.it/juvarra
Biblioteca Nazionale Universitaria: bu-to@beniculturali.it e www.bnto.librari.beniculturali.it – 011 8101113
Centro Studi Piemontesi – Ca dë Studi Piemontèis: info@studipiemontesi.it e www.studipiemontesi.it e 011537486

Rompicapo matematico

GIOCHIAMO con la COLOMBA
Un gioco per Grandi e Piccoli

Progetto e realizzazione di Daniela Rissone

La Colomba fuggita dal libro del Centro Studi Piemontesi è stata avvistata per pochi attimi, molto vicina alla finestra della stanza … con uno sguardo tra l’incuriosito e il perplesso …
D’altra parte l’immagine della “nuova” Colomba tutta viola, a prima vista, può anche lasciare interdetti.
Questa colomba, però, nasce da un “rompicapo matematico” le cui origini non sono recenti: si tratta del “Tangram ovale” che esiste anche di forma quadrata, o rotonda, ecc.
Questo gioco, a prima vista, può sembrare difficile ma, se avete un po’ di pazienza, il divertimento è assicurato e, inoltre, il Tangram aiuta grandi e piccoli a sviluppare la fantasia, l’intuizione e il colpo d’occhio.

Se volete cimentarvi nella costruzione dell’uovo, seguite l’ordine delle lettere alfabetiche e avete tutti i passaggi geometrici.

Se, invece, preferite subito “giocare”, ritagliate le 9 forme geometriche elementari di colore nero, con cui potrete realizzare tante figure di uccelli … dal Tangram ovale, infatti, “nascono” solo immagini di questo tipo! Le figure conosciute sono almeno un centinaio ma se ne aggiungono sempre delle nuove.

Siamo in un gioco molto particolare che comprende anche tanta fantasia artistica: molte figure, infatti, sono “interpretate” e somigliano poco agli originali viventi, ci sono, ad esempio strane galline che sembrano uccelli preistorici e viceversa la Colomba viola nella sua semplicità è anche raffinata!

In un certo senso, le figure create con questo Tangram per la loro “espressività“ ricordano i giochi d’ombre fatti con le mani” che fanno parte del Pre-Cinema.

Scegliendo una delle figure disegnate e osservandone i dettagli e le rispettive proporzioni, il gioco consiste nel trovare la giusta collocazione delle 9 forme geometriche, in modo che il risultato sia uguale al disegno di partenza.

Al centro vedete la Colomba e alcune “amiche”, con le relative soluzioni …

Il gioco si svolge sempre sul piano, le forme possono essere ruotate, traslate e ribaltate, cioè disposte in modi diversi e, per semplificare il gioco, dovrebbero avere lo stesso colore sul fronte e sul retro.
Le forme, invece, non possono essere sovrapposte e ogni figura deve essere costruita usando sempre tutte le 9 forme.

In librerie, negozi di gadget, ecc. potete trovate dei libricini con le figurine (che si vedono anche in Internet) quasi sempre di colore nero, da cui scegliere quella che volete costruire.
Ecco alcuni esempi, ovviamente senza le relative soluzioni … perché tocca a voi trovarle!

Le forme possono essere di plastica, o di carta plastificata o di cartoncino, ecc. ed è meglio che siano di colore scuro, o nero perché favorisce il colpo d’occhio, mentre i colori chiari visivamente tendono a “dilatare” le dimensioni.

Le forme possono anche essere in legno, come il “mio” Tangram – uovo, personale!
Decenni fa, con molta pazienza, il prof Silvio Valente lo ha realizzato appositamente per me nelle ore dedicate al suo hobby preferito: il traforo, con cui costruiva anche bellissimi modellini di navi, molto rifiniti nei minimi dettagli …

L’origine di questo gioco è generalmente attribuita ai Cinesi ma per alcuni studiosi potrebbe essere di origine greca. La moda del Tangram in Europa e in America risale agli anni in cui nascono i solitari con le carte: siamo all’incirca nel secondo decennio dell’Ottocento.

In un articolo su questo argomento di Giampaolo Dossena, pubblicato nel 1986 su La Stampa – Tuttolibri che ancora conservo, si accennava “al sig. Francesco Boglietti di Torino che, fra gli oggetti cari al di lui nonno paterno, ing. Francesco Boglietti, lascatigli in eredità dal padre Giuseppe, c’era una scatoletta contenente figure geometriche fatte in terracotta, con un libricino anonimo di dimensioni cm 9,5 x 7,5, in lingua francese e tedesco che ne insegnava l’uso e si intitolava L’Oeuf de Colomb”.

Sempre nell’articolo si diceva che le figure fatte in terracotta corrispondevano esattamente a un gioco in plastica che, in realtà, era un Tangram Ovale!

Purtroppo non sono mai riuscita a vedere, anche solo in foto, questo oggetto ma non ho ancora perso la speranza …

I “cultori” di questo gioco sono tanti, alcuni anche famosi, come Edgar Allan Poe e Lewis Carroll che raffigura con il Tangram anche i principali personaggi di Alice nel Pese delle Meraviglie … e chissà che si appassioni a questo gioco anche qualcuno che segue “Giochiamo con la Colomba” …

Copyright del Testo e delle Immagini: Centro Studi Piemontesi – Daniela Rissone


La mostra, allestita nella Galleria di Ponente, è accessibile gratuitamente a tutti i visitatori della Palazzina; vi si accede dalla Cappella di Sant’Uberto. E’ stato e rimane l’unico evento organizzato in Italia per celebrare il bicentenario della nascita di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 14 marzo 1820 a Torino.

Il bicentenario della nascita del primo Re d’Italia è un evento internazionale, che è già stato preannunciato a Solferino e San Martino il 24 giugno 2019, nel 160° anniversario della battaglia vinta dalle truppe di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III.
La mostra offre documenti originali: quadri, decreti, fotografie, lettere, decorazioni etc.
Sono previste visite guidate, a cura di Maura Aimar, con il Centro Studi “Principe Oddone”, oltre ad “Approfondimenti in mostra”, per tutta la durata dell’esposizione e nel rispetto delle norme sanitarie e di sicurezza nazionali e piemontesi.

Giochiamo con la Colomba

GIOCHIAMO con la COLOMBA
Un gioco per Grandi e Piccoli

Progetto e realizzazione di Daniela Rissone

La “Colomba di carta” si è moltiplicata, cambiando anche i colori!
Dopo avere osservato, la volta scorsa, la sua precisa geometria, adesso, se volete, impariamo a costruirla e vedrete che può anche diventare un oggetto utile, in modi diversi …
La base di partenza è un foglio di carta sottile o spessa, anche di giornale, di qualsiasi colore e dimensione, purché di “forma quadrata”!
Come “Guardiana” della mia porta di casa, io ho una colomba di cartoncino alta 70 cm … ma, se qualcuno di voi è al primo esperimento di Origami, o quasi, consiglio un lato del quadrato di circa 15 cm.

Ecco i vari passaggi …

1 – Piegate le diagonali del quadrato, poi stendetelo nuovamente … Schiacciate sempre bene le pieghe

2 – Voltate il quadrato e ripiegate verso il centro i quattro angoli

3 – Senza aprire le pieghe, voltate nuovamente il foglio e ripiegate gli angoli verso il centro

4 – Aprite il foglio che adesso dovrebbe avere tutte queste pieghe …

5 – Alzate e piegate i lati, come vedete nell’immagine

6 – Abbassate e schiacciate due punte laterali

7 – Piegate al centro, in verticale, così costruite le zampe della Colomba

8 – Manca solo la testa della colomba che, secondo me, può essere fatta in due modi: o piegando semplicemente la parte in alto verso destra o verso sinistra, oppure piegando la punta lentamente in avanti, come indica la freccia del disegno, in modo da capovolgerla

Ed ecco altre mie idee e suggerimenti …

Se volete la Colomba accovacciata, piegate in fuori le due zampe … Se poi volete usare la Colomba come “contenitore”, vi consiglio di inserire una graffetta, come nell’immagine in basso.
La Colomba, realizzata in carta un po’ spessa e di giusta dimensione, può, infatti contenere, come nel disegno a colori, le punte da disegno, o le pastiglie di zucchero e di cioccolato, i petali secchi di rosa e profumati, i becchi d’oca per i capelli, i vetrini raccolti in spiaggia … bottoni, nocciole, perline, ecc …

La Colomba, accovacciata su un cartoncino rettangolare, avvolta nel cellophane e con un bel fiocco in cima, può anche diventare una confezione regalo molto “chic” o, come diceva mia nonna, … “parla pà che spatuss”!
Buon divertimento!

Copyright del Testo e delle Immagini: Centro Studi Piemontesi – Daniela Rissone