Archivi categoria: storia

Vittorio Emanuele II- diretta streaming

Mercoledì 24 marzo 2021 alle ore 11.00

in diretta streaming sulla pagina Facebook Eventi Accademia Albertina di Belle Arti Torino

studiosi ed esperti ricordano la figura di Vittorio Emanuele II

Link per il collegamento:

https://www.facebook.com/events/1918095621675485/

160 anni di italia unita

ITALIA UNITA, L’IMPRESA DI 160 ANNI FA
di Adriano Monti Buzzetti

Servizio trasmesso da TG2 – Rai Dossier 14 marzo 2021

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Nel 2021 convergono tre anniversari per la Storia del nostro paese: i 160 anni della proclamazione del Regno d’Italia, i 150 anni di Roma capitale del nuovo Stato unitario, i 200 anni dalla nascita di Anita Garibaldi. Tg2 Dossier propone una puntata dedicata alla genesi della nuova entità istituzionale. Si ripercorrono i momenti-chiave e le principali battaglie dell’unificazione con storici come Silvia Cavicchioli, Pierangelo Gentile, Silvano Montaldo, Carmine Pinto, Andrea Ungari, esperti militari come Alberto Leoni e Sergio Valzania, ma soprattutto grazie all’eccezionale contributo di testimonial “genealogici” dell’epopea risorgimentale quali Costanza Ravizza Garibaldi, Giuseppe Garibaldi jr e Francesco Garibaldi Hibbert, discendenti di Giuseppe e Anita Garibaldi; Aimone di Savoia Aosta, discendente di Re Vittorio Emanuele II; Anna Maria Menotti, pronipote del patriota Ciro Menotti; Guido Palamenghi Crispi, discendente di Francesco Crispi; Ernesto Pisacane, pronipote di Carlo Pisacane; Nicolò San Martino d’Agliè di San Germano, parente ed erede di Camillo Benso di Cavour. Le loro voci si alternernano a quelle degli esperti per ricostruire il clima politico e sociale, ma anche ideale ed emotivo, della stagione che ha trasformato l’Italia, “espressione geografica” divisa e sfruttata da 14 secoli in una nuova realtà sovrana, protagonista della scena europea.

Fu vera gloria? Il mito degli studenti patrioti nel 1821

Dimostrazione studentesca a Torino nel Teatro d’Angennes, 11 gennaio 1821. Illustrazione: Figurine Lavazza serie n° 115

Da “Frida“, il Forum della ricerca d’ateneo dell’Università di Torino, riportiamo un racconto di Pierangelo Gentile sui moti studenteschi del ’21, esattamente 200 anni fa:

Duecento anni fa, nel gennaio 1821, a teatro, alcuni studenti dell’Università di Torino indossarono per goliardia la berretta rossa con fiocco nero, “divisa” dei carbonari, e furono arrestati. Da quell’episodio si scatenò la durissima repressione militare contro gli universitari, asserragliatisi in ateneo per chiedere la liberazione dei compagni. Da un conflitto di giurisdizione l’episodio si trasformò presto nel preludio della sommossa politica, alla luce anche dei moti costituzionali scoppiati nel marzo. Una lapide in rettorato ci ricorda ancora oggi quegli eventi.

È gelido quel pomeriggio dell’11 gennaio 1821, ma gli studenti non sentono freddo. È tempo di carnevale, vogliono svagarsi in attesa degli esami. Sono lì, accalcati all’ingresso del Teatro d’Angennes: spettacoli decenti, prezzi popolari. Quel giorno però non è come tutti gli altri: in cartellone c’è la celebre attrice Carlotta Marchionni. Quando alle 16 in punto si aprono le porte della piccola sala, gli studenti sciamano in platea ad accaparrarsi i posti migliori. Chi spinge, chi sgambetta, chi ride, chi si arrabbia… Quattro studenti non fanno in tempo a sistemarsi nelle prime file; sono costretti ad accontentarsi di una panca, in fondo alla sala: sono Albino Rossi, 21 anni, di medicina; Carlo Maoletti, 18 anni, di legge; Luigi Chiocchetti, 22 anni, anche lui di legge; Angelo Biandrini, 23 anni, di chirurgia.
Quel giorno sembrano tutti su di giri; e difatti, una volta sistemati, i quattro cominciano ad attirare l’attenzione del pubblico. Estraggono dalla tasca un curioso berretto… et voilà! Ecco dei bei bonnets rouges con un fiocco nero! In sala il chiasso e le risate aumentano, ma niente lascia presagire il peggio. Poco lontano da lì, al caffè Fiorio, il commissario di polizia Ferrarotti si sta gustando in santa pace la sua tazza di cioccolata, quando, senza volerlo, le sue orecchie “allenate” intendono questo sussurro: «Andiamo al d’Angennes a vedere i carbonari!». Ferrarotti non può far finta di nulla; si mischia ai curiosi ed entra in sala restando di sasso: il berretto della rivoluzione francese con i colori della carboneria, la setta segreta che cospira contro i sovrani, vola da una parte all’altra del teatro! Informa subito il suo superiore, l’ispettore Torrazzo; il quale a sua volta relaziona al governatore di Torino, Ignazio Thaon di Revel. Il generale non esita un istante: manda i soldati; parapiglia: chi scappa di qua, chi di là… tutti riescono a mettersi in salvo, tranne uno: Albino Rossi, che viene messo agli arresti. I compagni non ci stanno; fuori dal teatro protestano perché lo lascino libero: c’è un antico privilegio che salvaguarda gli studenti dal fermo della polizia. Ma Revel non va per il sottile: Rossi viene interrogato e spiffera i nomi dei complici; gli altri vengono presi nella notte dai carabinieri. Sono spaventati: sostengono di aver comprato i berretti sulle bancarelle di via Po e di averli abbelliti con il fiocco nero al solo scopo di divertirsi. Il ministro della polizia non ci crede: quella è una divisa carbonara proibita dalla legge! Che i rei vengano messi in prigione!

È allora che cominciano i tumulti in università. I compagni degli arrestati occupano l’ateneo (l’attuale rettorato) e non vogliono smobilitare fino alla loro liberazione. Vane sono le parole del ministro dell’istruzione, già rettore, Prospero Balbo, che invita alla calma. Revel è stanco degli studenti riottosi. E così i granatieri in quattro e quattr’otto sgombrano le barricate, inseguono gli studenti sul loggiato, e con i fucili a baionetta inastata picchiano duro… «Prendi, questa è per te, balosso! Quest’altra è per te, canaglia!». Solo Cesare Balbo, figlio del ministro e ufficiale dell’esercito, riesce a calmare la furia militare. Per Revel la rivoluzione è sventata. Ma fu vera rivoluzione? Certo, due mesi dopo sarebbero scoppiati i moti politici che avrebbero portato un altro giovane, Carlo Alberto di Savoia, a concedere la costituzione di Spagna. Ma di quegli universitari non c’era più traccia. A fianco del ribelle capitano Vittorio Ferrero che insorgeva a San Salvario l’11 marzo, c’erano gli studenti universitari del Collegio delle Province, i borsisti fuori sede che dai loro maestri avevano imparato veramente cosa fosse la libertà. In un’epoca di monarchia assoluta, forte era il desiderio di una costituzione, di una carta che sancisse i diritti.

A ricordare gli eventi c’è oggi in rettorato una lapide, che ha costruito il mito della sollevazione di gennaio. Nel 1849, grazie alla penna di Angelo Brofferio, l’insurrezione studentesca del d’Angennes, scoppiata due mesi prima dei moti politici del Ventuno, era diventata il preambolo del Risorgimento. Anche Garibaldi, in visita a Torino nel 1867, aveva salutato quel giovanile afflato rivoluzionario. Cosicché nel 1883 gli studenti raccoglievano i fondi per ricordare l’evento. L’epigrafe era affidata a Giovanni Bovio, docente a Napoli e repubblicano, che dettò un testo troppo democratico per quei tempi monarchici. Gli organi di ateneo non la presero bene. E gli studenti, una sera, si fecero chiudere dentro al rettorato per affiggere la lapide per i loro eroi. Tutti puniti; la lapide finita in cantina. Dopo appelli e interrogazioni parlamentari, sarebbe stato necessario aspettare il quinto centenario di fondazione dell’università, nel 1904, perché la targa trovasse ufficialmente posto nella galleria delle glorie. Il mito diventava realtà: di berretti frigi, vibranti proteste e presunta cospirazione non c’era più nulla. Solo il desiderio di fare di tutti gli studenti torinesi del Ventuno i primi martiri della patria.

Fu dunque vera gloria? A duecento anni da quegli eventi, sopiti gli animi, cambiati i quadri istituzionali, lo storico è chiamato in causa, tornando in archivio a studiare sui documenti, per capire non solo come andarono i fatti, ma anche come quei fatti vennero interpretati: così, se all’Archivio di Stato di Torino le carte dei processi agli studenti ci permettono di ricostruire passioni e paure, nell’Archivio storico del nostro ateneo non mancano le fonti sulla controversa “memoria” degli universitari ventunisti.

Ed entrando in rettorato si potrà alzare lo sguardo alla lapide di Bovio. Un po’ più consapevoli.

Giorgio siboni e gustavo mola parlano di “studi sabaudi”

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Giorgio Federico Siboni, con Gustavo Mola di Nomaglio, presenta il suo libro Studi Sabaudi, una raccolta di saggi su temi legati alla storia sabauda dell’Otto e Novecento (ed. Gammarò, 2020)

“Interpretare l’arte. Raccontare gli artisti”. Appuntamento a Moncalvo per il Premio Guglielmo e Orsola Caccia

È la scrittrice e giornalista Graziella Riviera, con il volume La Strada del Fiammingo. Dal Brabante al Monferrato: i Tabachetti di Fiandra (edizioni Centro Studi Piemontesi), la vincitrice della V edizione dei Premi Guglielmo e Orsola Maddalena Caccia. L’altro vincitore è Marco Di Capua, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Sabato 3 ottobre 2020 a partire dalle 15,30, a Moncalvo (At) nella Chiesa Parrocchiale di San Francesco, si terrà la V edizione della Giornata dedicata a Guglielmo e Orsola Caccia, con la consegna dei premi intitolati ai due grandi artisti. Il Premio è nato nel 2016 per iniziativa del Parroco di Moncalvo, don Giorgio Bertola, e dell’Associazione Guglielmo e Orsola Caccia, rivolto a storici, storici dell’arte, studiosi, e a enti o imprenditori che abbiano contribuito con i loro studi e il loro lavoro alla valorizzazione del territorio. Tra i premiati delle passate edizioni l’illustre storico dell’arte Giovanni Romano; l’imprenditrice Maria Luisa Cosso, Antonella Chiodo (che ha trovato l’atto di nascita di Orsola Maddalena, scoprendone il vero nome: Teodora), Mons. Timothy Verdon, Fulvio Scaglione, ecc.

Nel rispetto delle regole Covid la giornata è aperta a tutti, con il seguente programma:

Ricordiamo a chi fosse interessato il libro vincitore del Premio:

GRAZIELLA RIVIERA
La strada del Fiammingo
Dal Brabante al Monferrato:
i Tabachetti di Fiandra

Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, pagg. VI-358, ill. a colori
ISBN 978-88-8262-267-1

Dinant-sur-Meuse, 8 luglio 1587. Orfano e privo di mezzi, ricco solo di talento e di tenacia, Jean de Wespin detto Tabaguet lascia a vent’anni il natìo Brabante per imboccare la strada che porta a sud, verso le Alpi e l’Italia. È l’inizio di una lunga avventura che dalle rive della Mosa lo condurrà al Po, al Monferrato e alla Valsesia, fino a Varallo e a Crea, dove più tardi lo raggiungerà il fratello Nicolas. Lassù il giovane si rivelerà presto come uno dei più significativi artisti dei Sacri Monti piemontesi fra Cinque e Seicento. Ma prima dovrà superare drammi familiari, guerre e malattie, e soprattutto affrontare la sfida più importante, quella per ottenere la vittoria contro se stesso e l’amore pieno della sua donna.
Costruita sulle basi di una rigorosa documentazione storica, ma raccontata con i criteri della narrazione romanzesca, la vicenda si muove dai capolavori della scultura mosana e della pittura fiamminga al fervore artistico promosso dalla Chiesa della Controriforma in Piemonte e Lombardia; dalle grandi processioni figurate dei Paesi Bassi ai nuovi itinerari di cappelle sulle boscose colline nostrane, affollate di gruppi statuari evocatori dei Misteri del Rosario e della Passione di Cristo.
I due fratelli protagonisti, conosciuti in Italia come Giovanni e Nicola Tabachetti, attraversano le guerre di Fiandra e del Monferrato, vivono assedi, epidemie, conflitti religiosi. Nel loro percorso, fra realtà e immaginazione, incontrano la regina Margot di Navarra, sfiorano la visita a Varallo di Carlo Emanuele I di Savoia con l’Infanta Catalina Micaela e il viaggio nuziale sul Po della loro figlia Margherita, sposa di Francesco Gonzaga di Mantova.
Dai traffici internazionali del porto di Anversa ai microcosmi vivaci e laboriosi di Crea e Varallo, Moncalvo e Casale, Salabue, Forneglio, Costigliole d’Asti: Jean e Nicolas firmano contratti con Priori e canonici, si immergono nella vita quotidiana di cantieri e mercati, infondono nelle loro composizioni di argilla un’originale vena nordica, drammatica ed emozionante.
Li accompagna in controluce la figurina svelta e vivace della piccola Theodora Caccia, figlia del pittore Guglielmo e sensibile interprete, come il padre, della fede del territorio. Sullo sfondo la presenza costante del Gran Teatro dei Sacri Monti, spettacolare pietrificato scenario di devozione subalpina; respiro potente di sacralità mistica e misteriosa.
“La vicenda – scrive l’autrice – è nota agli studiosi ma sconosciuta al grande pubblico. Ho pensato valesse la pena di raccontarla, immergendola nel suo tempo e nei suoi paesaggi”.

Graziella Riviera: Torinese di radici monferrine ha lavorato alla RAI come autrice e regista realizzando numerosi programmi televisivi e radiofonici: fra questi i telefilm Lunedì dell’Angelo; Un sogno a Colonia, in collaborazione con la WDR; gli sceneggiati Guido Gozzano; La Signora dei Misteri (Carolina Invernizio); e il pluriennale programma in diretta Colloqui per RadioDue. In qualità di giornalista ha curato servizi di arte, musica e spettacoli per il settore Cultura del TGR Piemonte, collaborando con le testate nazionali e le trasmissioni Bellitalia e TG Leonardo. Appassionata di storia e folklore, continua ricerche e studi sul territorio.

Bandiere e stendardi dell’Esercito Sardo

An flanand tra le pagine del
Catalogo storico delle edizioni del Centro Studi Piemontesi

ENRICO RICCHIARDI
“Da cenci miei gloria maggior ritraggo”
Bandiere e stendardi
dell’Esercito Sardo. 1713-1802

Torino, Centro Studi Piemontesi – Regione Piemonte, 2006. Grande formato, pp. 262, 160 tavole a colori.

Nascosti in archivi, biblioteche, musei e castelli, documenti, drappi, disegni, spesso inediti, ci parlano delle straordinarie bandiere piemontesi del ‘700. Nel volume, di grande eleganza grafica, l’insieme di questi preziosi reperti è fedelmente ricostruito dall’autore in una narrazione che accompagna il lettore descrivendo l’evoluzione delle bandiere e degli stendardi dell’Esercito Sardo dal 1713 (anno in cui Vittorio Amedeo II divenne re di Sicilia) al 1803, quando Vittorio Emanuele I lasciò la penisola completamente occupata dai francesi per recarsi in Sardegna, dove rimase fino al 1814.
A differenza di quanto accade oggigiorno con il tricolore, bandiera unica per tutti, nel ‘700 ogni reparto di cavalleria e fanteria aveva proprie bandiere, una delle quali indicava l’appartenenza all’esercito sabaudo (la “colonnella”), le altre l’appartenenza alla provincia di reclutamento del reparto stesso. Simbologie che erano presenti anche sulle bandiere dei reggimenti svizzeri, tedeschi, italiani (di regioni non appartenenti al regno) che concorrevano con i sudditi alla difesa dello stato, o come si diceva all’epoca, degli “Stati del Re di Sardegna”.

Per informazioni, ordinazioni, acquisti: info@studipiemontesi.it – 011537486


IL PRIMO ESPERIMENTO DI POSTA AEREA

Nell’aprile 1917 il ministero delle Poste del Regno d’Italia istituì una commissione incaricata di realizzare un servizio postale aereo nazionale. Il primo risultato dei lavori della commissione fu, dopo meno di un mese, l’organizzazione del primo volo sperimentale ufficiale italiano, da Torino a Roma. La Stampa si sofferma sull’esperimento il 20 maggio di quell’anno, annunciando in un articolo intitolato Il primo viaggio della posta aerea: “Stamane, alle ore 6, partirà dallo stabilimento Pomilio, salvo circostanze impreviste, l’aeroplano che eseguirà il primo esperimento di posta aerea fra Torino e Roma”.
Le circostanze “impreviste” in grado di impedire la partenza non si fecero attendere. Il numero del 21 maggio 1917 del quotidiano torinese, sotto il titolo “La posta aerea e il maltempo”, spiega quali furono: “La pioggia dirottissima ha impedito ieri mattina il primo esperimento di posta aerea Torino-Roma, guastando la mattutina cerimonia inaugurale…”. Una fitta nebbia, oltre alla pioggia, avrebbe reso estremamente problematico il sorvolo degli Appennini. Il rinvio fu di brevissima durata. Il giorno seguente l’aeroplano progettato da Ottorino Pomilio, affidato al pilota Mario De Bernardi, ventitreenne asso dell’aviazione militare italiana, poté decollare regolarmente.

Dall’Archivio del socio Giovanni Orso Giacone

Pomilio, tecnico e pilota dalla personalità vulcanica, era nato a Chieti nel 1887, si era laureato in ingegneria a Napoli nel ‘911 e perfezionato a Parigi all’École Superiéure de Constructions Aéronautiques l’anno seguente. Nel 1913 aveva conquistato col pilota Pettazzi il primato italiano di altezza. A Torino, già punto di riferimento dell’aeronautica italiana e sede di alcune tra le principali industrie del settore, egli trovò un contesto favorevole per impiantare, nel 1916, una grossa attività produttiva (qualche anno dopo con sede a Roma) che, a quanto risulta, giunse a sfornare nei primi due anni di vita circa 1.500 aerei complessivamente, tra i modelli da caccia e quelli da ricognizione veloce. In seguito all’incoraggiamento del governo americano, Pomilio si trasferì per qualche tempo negli Stati Uniti dove realizzò, ad Indianapolis, un altro importante impianto per la costruzione di aerei da bombardamento diurno. Rientrato in Italia si dedicò all’elettrochimica e alla produzione della cellulosa dalla paglia delle graminacee, sfruttando un procedimento da lui ideato e brevettato.

Il “Pomilio” usato per il primo esperimento di aviospedizione postale era dotato di un motore in grado di erogare una potenza di 200 cavalli che consentiva di raggiungere una velocità di poco inferiore ai 200 chilometri all’ora. A bordo furono caricati circa due quintali di giornali, corrispondenze private, messaggi ufficiali, indirizzi di saluto ad associazioni ed agenzie giornalistiche, personalità e enti romani. Il cardinale di Torino, Richelmy, affidò al velivolo un messaggio per il Pontefice, in ringraziamento della beatificazione del Cottolengo, decretata il 29 aprile precedente. Forse, congettura Padre Candido Bona in un articolo su questo evento, sull’aereo viaggiò anche una missiva indirizzata al Papa dal canonico Giuseppe Allamano. Le Poste, per iniziativa del comitato torinese del Circolo Filatelico Italiano di Torino, emisero un francobollo commemorativo, costituito dal venticinque centesimi “espresso”, con sovrastampata la dicitura: “Espresso Posta Aerea – Maggio 1917 – Torino-Roma – Roma-Torino” che, pur essendo stato riprodotto in numerosi esemplari, suscita l’interesse dei collezionisti, in quanto è considerato il primo francobollo aereo emesso al mondo.

Dall’Archivio del socio Giovani Orso Giacone

Il “Pomilio” si staccò da terra dal campo di aviazione di corso Francia, alla volta di Roma, alle 11.25, sotto una pioggia ancora battente ma con visibilità, lungo il percorso, accettabile. De Bernardi sorvolò, fuori programma, Savona e raggiunse Roma verso le 15.30, accolto da personalità e curiosi. Durante l’atterraggio una forte raffica di vento provocò danni al velivolo che impedirono il viaggio di ritorno. Il pilota tornò a Torino in treno ed effettuò nuovi viaggi, nei giorni immediatamente successivi, che non furono privi di imprevisti e disavventure. In un tentativo di rientro a Torino, respinto da una violenta bufera, fu costretto a cercare un atterraggio di fortuna lungo le coste liguri, trovando una spiaggia adatta a Lavagna, dove fu accolto trionfalmente dalla popolazione.

In breve il servizio di Posta aerea divenne una realtà quotidiana. La prima regione a beneficiare di un servizio regolare fu la Sardegna, mentre a Torino le industrie aeree si preparavano ad incrementare la propria produzione anche in relazione alle nuove esigenze postali.

G.M.N.

nino costa racconta la resistenza

Martedì 8 settembre 2020, alle 21

al Polo del Novecento

Libero adattamento di Marco Gobetti e Beppe Turletti dal volume “Tempesta – (1939-1945) – Poesie Piemonteise” (Torino, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori) e da altre opere di Nino Costa, con riferimenti a testimonianze e dichiarazioni rilasciate da Cesare Alvazzi

recitazione Marco Gobetti
musiche originali e canto Beppe Turletti
allestimento Simona Gallo
co-direzione S. Gallo, M. Gobetti, B. Turletti
immagini Domenico Sorrenti
supervisione e consulenza scientifica Corrado Borsa, Andrea Spinelli
supervisione filologica e consulenza bibliografica Giovanna e Franca Viglongo

Riallestimento 2020 / prima realizzazione 2014

spettacolo promosso da Consiglio Regionale del Piemonte – Comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana
realizzato da Associazione culturale Compagnia Marco Gobetti
in collaborazione con Andrea Viglongo & C. Editori, Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus
e con la collaborazione di Centro Studi Piemontesi – Ca dë Studi Piemontèis, Fondazione Enrico Eandi, Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare
con il Patrocinio di Città di Torino, Comune di Ciriè, Comune di Pragelato, ANPI Comitato regionale del Piemonte

Lo spettacolo

Nino e Mario Costa, padre e figlio, sono seppelliti uno accanto all’altro nel cimitero di Ciriè. Mario, partigiano in Val Chisone, il 2 agosto 1944 assalta armato di bombe a mano un fortino occupato dal nemico durante la tremenda battaglia sul monte Génévris, nel territorio di Pragelato: colpito alla fronte, muore sul colpo, all’età di 19 anni. Nino Costa, poeta, fra i maggiori esponenti della letteratura piemontese, nell’ultima sua raccolta, “Tempesta”, evoca la Seconda guerra mondiale, con l’interruzione della pace, il crollo delle illusioni e le speranze tradite; la paura durante i bombardamenti, la risorsa – per lui preziosa – della fede religiosa di fronte al pericolo e alle avversità, l’antifascismo e la nascita della Resistenza. Sino alla morte in combattimento del figlio Mario, che con la sua benedizione era diventato partigiano. Il poeta canta intensamente il proprio dramma, calandolo nella tragedia collettiva che aveva colpito milioni di persone. Nel suo essere irreparabilmente sopraffatto dal dolore, trova infatti la forza per raccontare la libertà conquistata e la speranza restituita. Morirà poco dopo suo figlio, nel novembre del ’45, non ancora sessantenne.

I versi del poeta, provenienti soprattutto dalla raccolta “Tempesta”, sono alternati alla narrazione della guerra e della Resistenza; fondamentale, nella costruzione del testo, la diretta testimonianza di Cesare Alvazzi, che fu partigiano in Val Chisone e che conobbe sia Mario che Nino Costa. Lo spettacolo evoca così due “storie”: la storia italiana della metà del secolo scorso e una storia italiana, quella di un padre e di un figlio, di Nino e di Mario Costa.

Scriveva Luigi Einaudi: «Poeta piemontese Nino Costa? Sì, se “poeta piemontese” vuol dire cantare quel che gli uomini, che non sono capaci ad esprimersi col canto, sentono quando guardano con gli occhi intenti a quel che accade intorno ad essi e cercano di comprendere quel che veramente dicono le stelle, le piante, la terra, le bestie, gli uomini. (…) Spontaneamente, istintivamente egli ha cantato in piemontese, perché questa era la sua lingua. Non un dialetto destinato a essere a poco a poco obliterato; ma vera e propria lingua».

scarica la scheda dello spettacolo

via del Carmine 14
Cortile di Palazzo San Daniele
(in caso di mal tempo, l’evento sarà svolto al chiuso) Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria

PRENOTA QUI

Pierangelo gentile presenta alcune pubblicazioni sul risorgimento

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Pierangelo Gentile racconta il Risorgimento visto dai tanti libri pubblicati dal Centro Studi Piemontesi su questo tema.

1815: l’unione della Liguria al Regno di Sardegna

Il Centro Studi Piemontesi racconta…

Gustavo Mola di Nomaglio racconta le vicende dell’unione della Liguria al Regno di Sardegna nel 1815.

Al volume hanno collaborato:
Giuseppe Pichetto, Genova Sabauda, finalmente
Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio, L’unione liguro-piemontese: una storia sinuosa
Andrea Pennini, Egemonia ed Equlibrio. Il Regno di Sardegna nel “concerto europeo” di Vienna
Stefano Monti Bragadin, Riunione degli Stati di Genova a quelli di S.M. Sarda
Alberto Conterio, Il valore della storia e l’onestà d’informazione. Lo sguardo di un giornalista
Mario Riberi, Il sistema giudiziario in Liguria durante l’età napoleonica
Marcello Marzani, “Vegliare alla conservazione della pubblica, e privata sicurezza”. Istituzioni di polizia civili nei territori di terraferma del Regno di Sardegna all’indomani della Restaurazione
Elena Gianasso, Progetti e piani per Torino e per Genova negli anni della Restaurazione
Luciano Garibaldi, Presenze sabaude a Genova, pagine di cronaca. Le personalità di Casa Savoia maggiormente legate a Genova
Massimo Mallucci de’ Mulucci, Influenza ed azione delle famiglie genovesi nell’ambito del Regno di Sardegna
Fabrizio Marabello, Antiche relazioni dei Savoia col Finale: da Worms ai De Raymondi
Arabella Cifani, Franco Monetti, La Liguria e il Piemonte attraverso la pittura dei bamboccianti: il caso di una inedita veduta di Genova, capolavoro di Pietro Maurizio Bolckman