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i Pichetto dal Biellese a Torino: dall’arte della lana all’arte del ferro

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi
Famiglie imprenditoriali

I Pichetto dal Biellese a Torino: dall’arte della lana all’arte del ferro

I primi passi da imprenditore del “fabbro” Giuseppe Pichetto (1850-1922) – iniziatore nel secondo Ottocento di un’industria artistica a lungo ben conosciuta in Italia ed Europa – non sembrano differire da quelli di altri industriali e uomini d’affari piemontesi che, come Giovanni Agnelli, Luigi Rossi, Marcel Bich poterono contare, anteriormente ai loro exploit personali, su solide basi economiche.
Pichetto nacque a Veglio Mosso il 7 novembre 1850, da una vecchia famiglia locale, il cui cognome compariva da tempo tra quelli impegnati nell’industria laniera radicata nella zona: già nel 1775 Giovanni Battista e Dionigio Pichetto figuravano in Mosso nello “Stato de’ fabbricatori aventi lanifici in Biella e nelle terre della provincia”.

Giuseppe Pichetto, Ringhiera in ferro battuto e scolpito per Scalone Castello Reale di Racconigi.
Da: Cartella Persistenza delle opere in ferro di Giuseppe Pichetto senior. Sei tavole e sei fotografie offerte da Giuseppe Pichetto junior, Torino 1986.
Le tavole della Cartella “sono state riprodotte dall’album, Lavori in ferro, pubblicato nel 1911 dal Cavaliere del Lavoro Giuseppe Pichetto […]. L’album originale è composto di 100 tavole: ne sono state scelte sei […]. Progettazione, ricerche, ricognizioni dei luoghi e fotografie di Giorgio Avigdor, su idea di Giuseppe Pichetto”. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.

Giuseppe Pichetto compì i primi studi nel paese natale, forse sotto la guida di uno dei non rari sacerdoti appartenenti alla sua famiglia, ed iniziò, giovanissimo, un mestiere ben diverso da quello che l’avrebbe reso famoso tra i propri contemporanei, facendo lo scrivano a Veglio, presso il notaio Prina. Ben presto, appassionato di meccanica, lo troviamo però a Torino, a frequentare scuole tecniche. È poco più che un ragazzo quando, mettendo a frutto gli insegnamenti impartitigli nei momenti liberi dal “serruriere” di Mosso Santa Maria, Antonio Galoppo, inventa una cassaforte a cilindro ed un congegno per aprire porte e finestre a distanza.
Con l’intento di studiare l’evoluzione dell’industria metallurgica mondiale, Pichetto effettuò viaggi in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1879, al suo ritorno a Torino, fondò in corso Vittorio Emanuele II 21 un’“Officina per costruzioni in ferro”. In breve tempo aprì varie succursali in Italia e all’estero, dotando la propria fabbrica, secondo quanto si legge in un articolo del primo Novecento, «di ogni miglior macchina utensile e d’ogni moderno trovato della Scienza» e formando maestranze altamente specializzate.

Giuseppe Pichetto, Ringhiera per Scalone in ferro fucinato, Villa Boasso, Alba.
Da: Cartella Persistenza delle opere in ferro di Giuseppe Pichetto senior. Sei tavole e sei fotografie offerte da Giuseppe Pichetto junior, Torino 1986.
Le tavole della Cartella “sono state riprodotte dall’album, Lavori in ferro, pubblicato nel 1911 dal Cavaliere del Lavoro Giuseppe Pichetto […]. L’album originale è composto di 100 tavole: ne sono state scelte sei […]. Progettazione, ricerche, ricognizioni dei luoghi e fotografie di Giorgio Avigdor, su idea di Giuseppe Pichetto”. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.

Dalla fucina di Pichetto uscirono autentiche opere d’arte, che ne fecero il fornitore privilegiato della Casa Reale, della nobiltà e dell’alta borghesia. La sua opera fu richiesta anche all’estero, in Francia (dove operava la succursale di Parigi) e in altri paesi, non esclusa la Turchia, dove gli furono commissionati importanti lavori per il palazzo sultanale di Costantinopoli. Molte opere, nonostante le distruzioni dovute allo spasmodico bisogno di ferro dei periodi bellici, si conservano tuttora: basti ricordare gli splendidi Cancelli in ferro battuto con guarniture in bronzo del palazzo della Regina Margherita a Roma oppure, a Torino, la cancellata lungo l’ala nuova di Palazzo Reale, su via XX settembre e i cancelli della Mole antonelliana o, ancora, a Racconigi, la ringhiera in ferro battuto e scolpito per lo scalone del castello reale.

Giuseppe Pichetto, Cancelli in ferro battuto e guarniture in bronzo, Palazzo Margherita – Roma
Da: Lavori in ferro di Giuseppe Pichetto. L’architettura dei mestieri intelligenti. Sei fotografie di Giorgio Avigdor con un testo di Andreina Griseri, Torino 1987. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.

Di anno in anno il prestigio di Pichetto si accrebbe, al punto che nel 1908 fu creato Cavaliere del Lavoro, affiancandosi ai nomi di maggior prestigio dell’imprenditoria piemontese del tempo, come Giovanni Agnelli, Silvano Venchi, Vittorio Tedeschi, Giacomo Bosso, Teofilo Rossi, Felice Piacenza e Oreste Catella.
All’attività produttiva egli congiunse un impegno sociale e filantropico (fu tra l’altro consigliere e finanziatore delle Scuole-Officine serali, fondate nel 1887 e poste sotto la presidenza onoraria del Re) e svolse un ruolo attivo nelle organizzazioni che rappresentavano gli imprenditori, quali la Lega industriale, l’Associazione Generale fra Industriali e Commercianti e l’Associazione dell’Industria Meccanica ed Arti affini.

Giuseppe Pichetto, Cancellata in ferro fucinato. Villino C. Dellachà – Torino
Da: Lavori in ferro di Giuseppe Pichetto. L’architettura dei mestieri intelligenti. Sei fotografie di Giorgio Avigdor con un testo di Andreina Griseri, Torino 1987. Torino, Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.
Archivio del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Torino
Archivio del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Torino

Allo scoppio della prima guerra mondiale il Genio militare arruolò la maggior parte degli operai delle Officine Pichetto: non era più il tempo di forgiare opere d’arte ma cannoni. L’azienda rimase praticamente paralizzata, sinché Giuseppe non fu costretto a cessare l’attività, cedendo successivamente la fabbrica. Ma l’avventura imprenditoriale della famiglia non finì qui. Dopo la sua morte (5 dicembre 1922) le tradizioni imprenditoriali furono continuate dai figli Antonio Virginio ed Angelo. Il primo, ingegnere, dopo esperienze in campo automobilistico in Italia divenne progettista di motori sportivi della Bugatti. Il secondo, studioso di chimica, allievo di Ponzio, compì ricerche che gli valsero premi importanti, alcuni conferitigli dall’Accademia dei Lincei. Negli anni Venti fondò l’Istituto Chimico Subalpino, acquistando qualche tempo dopo la F.lli Maraschi, un’importante ed antica azienda torinese produttrice di essenze, estratti ed aromi, tuttora operante (denominata attualmente Maraschi & Quirici, in seguito alla fusione con la Ercole Quirici) nel campo della chimica naturale. Questa tuttora legata al nome di un altro Giuseppe Pichetto, il Presidente del Centro Studi Piemontesi, anche lui Cavaliere del Lavoro e già, tra altri prestigiosi incarichi istituzionali, Presidente dell’Unione Industriale e della Camera di commercio di Torino il cui nome sottolinea la bisecolare continuità delle intraprese economiche familiari.

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Esposizione Italiana di Architettura, Torino 1890. Medaglia d’oro conferita a Giuseppe
Pichetto (1850-1923) per la realizzazione, nella sua fonderia, di uno splendido grifone

Da: Torino Internazionale. Le grandi Expo tra Otto e Novecento, catalogo della mostra del 2015 alla Biblioteca della Regione Piemonte, a cura di Albina Malerba e Gustavo Mola di Nomaglio, introduzione storica di Pier Luigi Bassignana, Torino, Collana “Mostre della Biblioteca della Regione Piemonte” n. 37, Torino, Consiglio regionale del Piemonte, 2015

Vittorio Emanuele e Rosin

Condividiamo l’intervento di Pierangelo Gentile, dell’Università di Torino e membro del Comitato Scientifico della nostra rivista interdisciplinare “Studi Piemontesi”, sulla storia d’amore tra Vittorio Emanuele II e la Bela Rosin. Pierangelo Gentile è tra i curatori della mostra su Vittorio Emanuele che verrà allestita alla Reggia di Venaria nel 2021.

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Cirio, le conserve più famose del mondo

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È cominciata in via Borgo Dora nel 1856
l’avventura straordinaria del piemontese Francesco Cirio, di Nizza Monferrato
Le conserve e i pelati più famosi nel mondo

As nature creates, Cirio preserves*
dallo slogan di una celebre campagna pubblicitaria internazionale della Cirio

Il 9 gennaio del 1900 moriva a Roma Francesco Cirio. A Torino lo ricorda e ne tramanda il volto una targa murata in Piazza della Repubblica 24. Il suo nome fu ed è sinonimo di industria conserviera. I contemporanei lo definivano «l’italiano più famoso del mondo». Era, perciò, anche il più famoso piemontese e torinese. Nacque a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836. Il padre era un piccolo commerciante con alle spalle qualche sfortunata iniziativa nel commercio delle granaglie. Che Cirio fosse piemontese – e che sia stato a lungo cittadino di Torino – dovrebbe essere arcinoto: ne hanno parlato i giornali, lo riferiscono le enciclopedie e numerosi autori. Eppure basta un rapido sondaggio per notare che molti continuano ad associarlo a Napoli e al meridione d’Italia, dove egli sviluppò grandiose imprese industriali ed agrarie, tuttora universalmente note e, superate burrascose vicissitudini, prospere.

Lavorando duramente sin da bambino per aiutare la famiglia, in difficoltà economiche, Cirio non poté studiare e, per questo vari biografi lo definiscono un semi analfabeta. In realtà fu un autodidatta di eccezionali capacità. Sterratore nella Cittadella di Alessandria, manovale a Genova, garzone in un pastificio di Torino, fissò la propria dimora nella capitale sabauda nel 1850. Dal 1847 commerciava ortaggi tra Nizza Monferrato e Fenestrelle, avendo quale mezzo di trasporto solo le proprie gambe. A Torino comprava pomodori e ortaggi a Porta Palazzo e li rivendeva in altre zone. Nei ritagli di tempo confezionava per conto terzi ceste destinate a Nizza Mare. A sera scaricava vagoni di frutta e verdura. Proprio Nizza Mare, ancora “piemontese”, e poi Parigi, furono sede di suoi commerci di una certa consistenza. Messo da parte un piccolo capitale, nel 1856 aprì a Torino, in via Borgo Dora 24, una fabbrica di conserve.

Già i Lancia, prima delle loro avventure nel mondo dell’automobile, di qui si erano affermati in campo conserviero in Europa. Cirio, partendo dalle loro intuizioni, inventò nuovi metodi di conservazione (sostenendo nel 1869 controversie contro Luigi Dompé, che accampava diritti di priorità di cui non fu riconosciuto il fondamento). In breve fondò uno stabilimento di contenitori capaci di conservare inalterati ortaggi freschi, carni, caffè ed altri alimenti che le sue aziende inscatolavano a ritmi sempre più vertiginosi, spedendoli in tutto il mondo.

Fu anticipatore ed iniziatore della bonifica dell’agro romano, mise a coltura intensiva nel sud Italia migliaia di ettari di terre in completo abbandono, promosse lo sviluppo della rete ferroviaria, procurò lavoro e benessere a tanti italiani, offrendo loro un’alternativa all’emigrazione. Il successo fu tale da procurargli l’accusa di essere un vero monopolista. Le sue aziende italiane producevano ed esportavano, in effetti, ogni anno migliaia di vagoni in più rispetto a tutte le altre concorrenti messe insieme, milioni e milioni di scatole partivano in ogni direzione. Anche con esse il nome di Torino, prima di quello di Napoli, ha attraversato, associato a quello di Cirio, il mondo.

Gustavo Mola di Nomaglio

Chocolat Cicolata Cioccolato e … Nocciole

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Nel secondo volume del Dictionnaire historique e biographique de la Suisse (Neuchatel, 1924) si legge, alla voce “Chocolat”, che il padre dell’industria cioccolatiera svizzera, François-Louis Cailler, trasse l’ispirazione per fondare la sua impresa da due italiani. In effetti Cailler, ebbe l’idea di fabbricare cioccolato in grande durante un soggiorno in Piemonte, attorno al 1818. Qui ebbe modo di vedere all’opera non soltanto i piccoli artigiani che lavoravano manualmente cacao e zucchero, ma anche già uno stabilimento industriale con qualche inizio di meccanizzazione. Non per caso Torino è sempre stata considerata la capitale europea del cioccolato e anche oggi, pur essendo gli svizzeri a farla da padroni in questo campo, la città ne rimane l’indiscussa capitale storica, mentre permangono in esercizio alcuni insediamenti produttivi di assoluta eccellenza. Pare che il primo a portare con sé una certa quantità di cacao in Piemonte sia stato, a metà ‘500, Emanuele Filiberto, al rientro nei suoi Stati dopo l’esilio. In breve l’uso della cioccolata si diffuse a Torino, dapprima sotto forma di bevanda. La “bavareisa”, antenata del “bicerin”, era già largamente consumata (quanto meno nei caffè e nelle famiglie abbienti) nel primo ‘700.

Una grande novità, destinata a rafforzare la supremazia di Torino e a gettare le basi di straordinari successi commerciali, risale agli anni napoleonici, quando i cioccolatieri torinesi, di fronte alla penuria di cacao (Napoleone e i suoi seguaci non si accontentavano di trafugare le opere d’arte) iniziarono a mescolare con esso piccole quantità di polvere di nocciole. Il pubblico apprezzò la miscela, economica e squisita, premiando i produttori con consumi sostenuti. Il primo a produrre il nuovo cioccolato a livello industriale fu, negli anni venti dell’800, Michele Prochet: in società con Caffarel (entrambi appartenevano a famiglie del Pinerolese dal quale più tardi sarebbe giunto a Torino per fabbricare cioccolato anche Talmone) diede vita al “Gianduja”, mille volte imitato, ma mai eguagliato fuori dal Piemonte.

Il nocciolo aveva precedentemente avuto in terra subalpina un’importanza marginale rispetto ad altri alberi da frutto, come il castagno, in primis, e il noce. In breve tempo esso si trasformò per il Piemonte (habitat di cultivar capaci di dare, ancor prima che l’intervento degli agronomi ne migliorasse ulteriormente le caratteristiche, un prodotto di sapore e resa eccezionali) in una sorta di gallina dalle uova d’oro. A qualcuno sembrò naturale, poiché, da sempre, al legno del nocciolo ed ai suoi semi e frutti, si accompagnavano leggende e credenze che gli conferivano un’aura di beneaugurante magia e mistero. Non per caso col legno di questa pianta erano preferibilmente fatte anche le bacchette divinatorie utilizzate per cercare acqua, miniere, oro o tesori nascosti. Originario probabilmente dell’Asia Minore, il nocciolo (o còrilo, o avellano, traendo nome dalla città campana di Avella, dove si coltivava in tempi remoti) era già noto agli antichi romani, che usavano donare i suoi rami fruttiferi quale augurio di felicità. Per i popoli germanici la nocciola era simbolo di fecondità, tanto che sappiamo di matrimoni nel corso dei quali i partecipanti gridavano “nocciole, nocciole” agli sposi; tre giorni dopo la moglie avrebbe distribuito a tutti alcuni di questi frutti, segno che il matrimonio era stato consumato. Ma l’uso della nocciola quale simbolo di fertilità ricorre in molti altri luoghi. In Normandia, durante il medioevo si usava, ad esempio, dare alle vacche tre colpi con una bacchetta di nocciolo per propiziare un’abbondante produzione di latte.
La nocciola (avellana) è anche una figura dell’araldica, chiamata a rappresentare amore segreto o virtù nascoste, ad eccezione della croce avellana (fatta di quattro nocciole) che campeggia sopra il globo imperiale: in cui principalmente si deve leggere l’usuale auspicio di fertilità e benessere.

Un benessere di cui per tanti corilicoltori piemontesi i noccioli non sono stati avari. Oggi in Piemonte si contano circa ventimila ettari di terreno coltivati a nocciolo (con un fortissimo incremento negli ultimi dieci anni). Le aziende impegnate sono ben oltre 3000, con forte concentrazione nelle Langhe che producono, complessivamente, oltre 240.000 quintali di frutti caratterizzati da profumo, sapore e, in generale, qualità senza concorrenti. Un’altissima percentuale dell’intera produzione è certificata Igp, costituendo una delle ricchezze tipiche della regione.
gmn

Per la storia recente di produzione cioccolato con le nocciole cfr. Renata Allìo, Cioccolatieri senza cacao. Note sui problemi dell’industria dolciaria torinese nel 1946, in “Studi Piemontesi”, giugno 2002, vol. XXXI, fasc. 1.

pro-memoria degli articoli pubblicati da marzo

Disegno di Daniela Rissone realizzato per il Centro Studi Piemontesi – 2020

Storia e percorsi della Sindone

La lavanda dei piedi del giovedì santo: una tradizione non solo religiosa

Ramoliva, poesia di Nino Costa

Una poesia di Giovanni Tesio dedicata a questi difficili giorni

Ant j’ore, poesia di Gianrenzo Clivio

Callisto Caravario, martire salesiano in Cina (G. Mola di Nomaglio)

Primavera, poesia di Pinin Pacòt

La Consolà, poesia di Nino Costa

Luna nuova: tradizioni e letteratura (A. Malerba)

Nen ëd richëssa, poesia di Armando Mottura

I Bich: non solo la “leggenda della penna a sfera”

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

Gustavo Mola di Nomaglio

Sul finire del maggio 1994 i quotidiani di tutto il mondo diedero, alcuni con molto risalto, la notizia della morte, a Parigi, di Marcel Bich, un «audace aristocratico -secondo un’espressione di Le Monde- smarritosi nell’industria». Bich era nato a Torino il 29 luglio 1914 da una famiglia valdostana. I titoli dei giornali lo definirono, riferendosi alle origini nobiliari e alla sua creatività, il “barone-inventore”, oppure, richiamandosi ai suoi straordinari successi imprenditoriali, la “leggenda della penna a sfera”, il “signore delle sfere”, il “profeta dell’usa e getta” e in tanti atri modi, suggeriti da una vita fuori dall’ordinario.

Quella dei Bich è forse la famiglia della nobiltà sabauda più famosa del pianeta, anche se non sono certo in molti a ricordarne le origini subalpine. Ogni giorno decine di milioni di persone ne pronunciano il nome per acquistare biro, accendini, rasoi. Il padre di Marcel, Amato Raoul, ingegnere minerario, nato nel 1882 dal secondo matrimonio di Claudio Nicola (magistrato e storico ben noto in Val d’Aosta, autore con Amé Gorret di una pregevolissima guida della Valle d’Aosta edita nel 1876 e di altri analoghi studi) con Maria Teresa Vialet de Montbel si era stabilito in Francia nel primo dopoguerra ed era stato naturalizzato francese nel 1930. Marcel esordì come imprenditore giovanissimo, occupandosi di penne stilografiche e di inchiostri. All’inizio degli anni Cinquanta del Novecento perfezionò l’invenzione di Lazlo Josif Biro -un’intuizione geniale, la cui realizzazione pratica aveva però, sino a quel momento, difetti e problemi funzionali- creando, con la società che portava il suo nome (seppur privato della <h> finale, eliminata per conservare anche in Francia il suono duro che caratterizzava il cognome o per altri motivi fonetici) una penna a sfera quasi perfetta che, fabbricata con sofisticati macchinari appositamente progettati, durava a lungo, non sbavava e riusciva ad utilizzare un inchiostro quasi inodore. Il successo clamoroso trasformò la Bic in una grande multinazionale e la portò ad occuparsi di tempo in tempo di numerosi altri prodotti, non solo legati al concetto dell’usa e getta, come nel caso dei windsurf Bic.

Gabriella Bich, nata Mola di Nomaglio (Torino, 26 agosto 1838-10 aprile 1877)

Marcel ereditò il titolo di Barone solo nel 1956, quando morì, celibe e senza discendenza, il fratellastro del padre, Emanuele (Lino) che era nato il 5 aprile 1877 dal primo matrimonio del già nominato Claudio Nicola con Gabriella Mola di Nomaglio. Lino Bich (nato nel 1876) fu un personaggio noto e molto amato nella società torinese. Conseguito il diploma di musica in Germania divenne musicista e musicologo, dedicando alla musica, si può dire interamente, la propria vita. L’illustre storico e studioso valdostano Lin Colliard, recentemente scomparso, scrive di lui che fu uno «spirito avventuroso e originale». Uno scarso senso pratico – che peraltro ben si conciliava con una personalità da gran signore e da artista – e la completa distruzione del suo appartamento torinese, in piazza San Martino 3 (oggi piazza XVIII dicembre) distrutto completamente da un incendio provocato dai bombardamenti anglo-americani dell’ultima guerra, lo portarono a trovarsi in precarie condizioni economiche. Poté salvare alcuni ricordi e, quasi miracolosamente, il suo prezioso pianoforte. Col quale andò ad abitare in via Verdi 16 presso la Caserma Arimondi, dove nel 1968 sarebbe stato costruito il Centro di Produzione della RAI su progetto di Umberto Cuzzi. Nonostante le difficoltà non fu facile per nessuno convincerlo ad accettare un aiuto qualsivoglia, sicché Colliard può concludere una sua nota biografica, nel volume Familles nobles et notables du Val d’Aoste (Aosta, 1984; 2a ed. 1985) con alcune toccanti espressioni: «Ce grand seigneur doublé d’artiste, qui conservait encore de touchant souvenirs de sa jeunesse aostoise, mourut en 1956 à Turin, dans un état proche de la gêne, après avoir passé sa vie entière dans le célibat. Le 31 mars 1955, il avait été nommé membre de l’Académie St-Anselme».

I Bich hanno alle spalle una storia suggestiva. Una leggenda li vorrebbe originari dell’Inghilterra, ma le tradizioni familiari ripetono piuttosto l’ipotesi di un’origine toscana, a somiglianza di un’altra celebre famiglia valdostana, quella dei Passerin d’Entrèves: i Bich sarebbero diramazione dei Bichi senesi e i Passerin dei Passerini di Firenze, rifugiatisi ai piedi del Cervino al tempo delle sanguinose lotte civili trecentesche tra guelfi e ghibellini. Qualunque siano le origini, le più antiche notizie di entrambe le famiglie s’incontrano, quasi a sottolineare l’esistenza di un remoto legame, nel XV secolo, a Valtournanche. Più recentemente il cognome è documentato in varie località valligiane. Ai rami minori del ceppo insediato a Valtournanche (occorre dire che gli esatti agganci genealogici tra il ramo principale della famiglia e quelli di minore momento non sono noti) appartennero in tempi recenti numerosi personaggi interessanti, tra i quali possono essere ricordate alcune guide alpine, e in particolare Jean Baptiste (1837-1909) che fu, tra l’altro, protagonista, con Jean Antoine Carrel, della “conquista” del versante italiano del Cervino.
Il ceppo principale dei Bich s’insediò nel XV secolo a Châtillon, dove se ne hanno notizie certe a partire dal 1497. Di qui in avanti i personaggi notevoli furono parecchi. A livello locale possono essere citati, a puro titolo d’esempio, un Pantaleone, sindaco di Châtillon nel 1578 o Giovanni Giuseppe, parroco nel 1716 (è probabile che sia di questa linea anche Giambattista, parroco di Challant nel 1679-80), merita però in particolare di essere ricordato per il suo ruolo nel gettare le basi della futura importanza della famiglia, Pantaleone (1720-1801). Questi, seguendo l’esempio dato dai Challant e da altre grandi famiglie feudali che traevano parte della loro ricchezza dallo sfruttamento minerario, fondò o acquistò fabbriche di ferro con o senza altoforno a Châtillon, Verrès, Challand e per alimentarle comprò o affittò alcune miniere, iniziando ad esportare i suoi prodotti in tutto lo Stato sabaudo. L’impulso all’industria valdostana, sotto la spinta del suo attivismo, fu enorme, con importanti benefici per le popolazioni. A fine Settecento i Bich erano una tra le più ricche famiglie non solo della Valle ma dell’intero Stato sabaudo. Nel loro palazzo di Châtillon, trovarono ospitalità personaggi famosi: San Benedetto Labre, in viaggio verso Roma, vi si fermò attorno al 1770; al tempo della Rivoluzione Francese furono ospitati il duca e la duchessa del Chiablese e vari emigrati transalpini. Poi fu la volta di ospiti che per una famiglia fermamente legittimista erano probabilmente assai meno graditi, come Murat e Bonaparte, ricevuti tra le mura di palazzo Bich rispettivamente il 24 e il 25 maggio del 1800.

Marcel Bich

Pantaleone diede origine dal suo secondo e terzo matrimonio a due distinte linee, la prima soprattutto fu importante nella storia valdostana. Ad essa appartenne tra gli altri Emanuele, figlio di Gian Giacomo Pantaleone e di Filippina Passerin d’Entrèves, nato a Châtillon il 25 dicembre 1800 (nonno dell’ideatore della celebre penna). Laureatosi in medicina nel 1823 nell’Università di Torino, Emanuele si perfezionò a Parigi. Dopo essere stato per qualche tempo medico nell’Ospedale Mauriziano di Aosta fu nominato protomedico del Ducato. Lasciò notevoli studi scientifici quale l’Aperçu sur la fièvre tiphoïde qui règne épidémiquement à Aoste et aux environs, en automne 1843 et en hiver 1844, oppure il Rapporto e osservazioni intorno alla cura dei fanciulli cretini, ricoverati nell’ospizio Vittorio Emanuele II nella città di Aosta… (Torino, 1854). Fu membro dell’Accademia di Medicina e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Il 13 luglio 1841 fu creato barone da Re Carlo Alberto «anche in considerazione della civilissima famiglia». Già da secoli i Bich facevano parte dei ceti dirigenti della Valle d’Aosta e contraevano alleanze matrimoniali con famiglie nobili locali e il titolo, seppur preceduto dalla nobilitazione, sembrò semplicemente sancire uno stato di fatto. Emanuele ebbe anche incarichi politici ed amministrativi: fu sindaco di Aosta dal 1838 al 1841 (si deve a lui la costruzione del bellissimo palazzo civico) e deputato liberale al parlamento subalpino nella VII legislatura.

Plan de la Vallée d’Aoste, 1795

In conclusione meritano di essere ricordati ancora alcuni rappresentanti della linea cadetta dei Bich, discendenti dal terzo matrimonio di Pantaleone con Giuseppina Cacchiardi de Montfleury (discendente da una delle principali famiglie del Nizzardo e, come si legge nella storia della nobiltà nizzarda del De Orestis, la prima di Breglio «soit par son ancienneté, soit par sa notoire distinction»). Vittorio Giuseppe (nato il 20 febbraio 1782), che sposò Carlotta Christillin, figlia dell’avvocato Giovanni e di Teresa Mazé de la Roche, si laureò in legge ed esercitò per qualche tempo la professione di avvocato. In seguito fu costretto, sia da una malattia che lo rese sordo, sia dal cattivo andamento delle fabbriche e miniere ereditate dal padre, ad occuparsi dell’azienda di famiglia, ma dedicandosi in realtà soprattutto ad interessi che lo attraevano maggiormente, quali la letteratura tedesca, la poesia e la musica, lasciando varie opere a stampa e manoscritte. L’imperizia mercantile e avverse vicissitudini di Vittorio Bich portarono questo ramo, cui si attribuiva all’inizio del XIX secolo un patrimonio superiore a un milione di Lire (una cifra davvero ingente) ad impoverirsi completamente. E quasi in completa povertà furono ridotti alla sua morte la moglie Carlotta (che dovette trovare rifugio presso l’asilo delle vedove nobili di St-Benoît de Chambéry) e i figli maschi Felice Pantaleone (1815-1882) e Claudio Francesco (1817-1888), autore di una notevole storia dei Bich e delle Mémoires historiques sur Châtillon et le Mandement ai quali Lin Colliard dedica queste suggestive espressioni che, ai nostri occhi, li rendono personaggi fascinosi, dei quali la memoria merita di restare viva: «Hommes de grande probité morale, traditionalistes convaincus, partisans aveugles du Trône et de l’Autel, ils n’ont rien de banal, de théâtral dans leur gêne extrême; au contraire ils surent conserver, même dans la détresse, des sentiments delicats, un jugement impartial et une piété qui les honore».

La peste a Torino

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La peste a Torino tra Cinque-Seicento: le preghiere alla Consolata, a San Valerico e l’esempio di padre Gualteron

Daniele Bolognini

Durante la pestilenza del 1599 la devozione dei torinesi si rivolse, come in passato, alla Vergine Consolata, la cui venerata icona era custodita nell’antica chiesa benedettina di Sant’Andrea (odierno santuario). Preghiere e suppliche furono però anche rivolte a San Valerico abate, le cui reliquie – in città fin dal 906 – non erano distanti dal quadro della Madonna. L’anno precedente era stato eletto Compatrono di Torino e papa Clemente VIII, con una bolla, ne aveva approvato il culto. Di fatto era già venerato tale, gli Ordinati del Comune lo menzionano per la prima volta il 24 novembre 1450. Nel 1599 fu realizzato un nuovo altare di patronato municipale, l’anno successivo si commissionò la pala ad Antonio Parentani come ex voto per la peste. Valerico fu invocato, insieme a san Rocco, quando la peste tornò a mietere vittime nel secolo successivo.


Le vicende di questo santo francese ci portano nell’alto medioevo, quando monasteri e abbazie costituivano un riferimento non solo religioso, ma anche sociale, economico e politico. Valerico (Walaricus in latino, Valéry in francese) nacque nel 565 in una famiglia di pastori nell’Auvergne, una regione montuosa del centro della Francia. Si fece monaco e si stabilì nel 594 a Luxeuil (Borgogna) in un’abbazia in cui vivevano circa duecento monaci guidati dal celebre san Colombano. Tappa successiva fu il monastero di Fontaine, dove conquistò con la sua saggezza l’amicizia del re Teodorico. Evangelizzò la Neustria (tra Aquitania e il Canale della Manica), su invito di Clotario II, giungendo fino ad Amiens, dove compì numerose conversioni per contrastare i culti pagani ancora praticati. Amava però anche il silenzio di un ritiro vicino al mare alla foce del fiume Somme, dove in una boscaglia fondò un nuovo cenobio. Predicò nei villaggi vicini, mentre il monastero si ingrandiva divenendo la nota abbazia di Leuconay. Valerico morì il 12 dicembre 622 in un luogo solitario, in cui sarebbe sorta la cittadina di Saint-Valéry-sur-Somme. Le sue reliquie furono da subito oggetto di venerazione e Carlomagno ne trasferì alcune all’abbazia di Novalesa. Come leggiamo nel Chronicon Novaliciense (1060 circa) i Benedettini, abbandonando il loro monastero non più sicuro nel 906, le portarono a Torino dapprima presso la chiesa dei Ss. Andrea e Clemente presso Porta Segusina e, nel 929, nella non distante chiesa di Sant’Andrea, l’odierno santuario della Consolata. Le successive fasi di ampliamento del santuario fecero migrare l’altare di S. Valerico in posizioni diverse, fino all’attuale.


Ai Benedettini nel 1589 subentrarono i Cistercensi, con il ramo riformato dei Foglianti, sino alla soppressione napoleonica. Il termine “Foglianti” deriva dall’abbazia di Notre-Dame di Feuillant (Tolosa), in cui visse Jean Baptiste De la Barriére, il padre della riforma. A Roma grazie all’importante protezione della famiglia Caetani fu loro affidato il monastero di S. Pudenziana, da cui partirono i monaci destinati a Torino. Quando nel 1599 la peste nuovamente colpì la neoeletta capitale sabauda, i monaci si distinsero per il soccorso spirituale, ma anche materiale, verso il popolo. Loro guida fu il priore padre Giovanni Gualteron (Gualteronio), di cui abbiamo notizie dalle monografie sul Santuario e da un inedito manoscritto in latino conservato alla Biblioteca Civica Centrale di Torino. Esercitava la professione forense quando decise di farsi monaco. Professò tra i Cistercensi nel 1581, assumendo il nome di Giovanni di S. Girolamo. Fu in diverse case dell’Ordine prima di Torino, inviato nel 1596 per rivitalizzare il monastero. Rinunciò alla parrocchia – aveva 500 parrocchiani – affinché la Consolata fosse solo “un centro di preghiera, comune a tutti i cittadini”. Durante la pestilenza del 1599 padre Gualteron fu stimolo ed esempio per i confratelli. Il manoscritto recita: “Volle farsi grande di fronte al Signore, in quel tempo in cui presagi funebri squassavano Torino e in quella città orrida morte percuoteva equamente i palazzi dei ricchi e i tuguri dei poveri, tirando fuori e trasportando per vicoli e piazze la moltitudine di cadaveri putrefatti dalla peste che riempivano l’aria di fetore e producevano la maggior causa di pestilenza ai poveri. […] Ma non fece così Giovanni mentre instancabile nella cura di tutti correva per la città, consolava coloro che soccombevano al morbo portando il dono della pietà e carità e amministrava a coloro che incontrava ciò che era necessario al sostentamento della vita […].
Memorabile, l’anno seguente, la testimonianza di fede in occasione della festa del Corpus Domini. Poiché per le morti o le fughe di molti sacerdoti era a rischio la tradizionale processione, Gualteron e i confratelli, a piedi scalzi e in abito penitenziale, portarono in loro vece la SS. Eucaristia dal Duomo lungo le strade limitrofe. In pochi li seguirono, per paura del contagio, molti si affacciarono alle finestre, piangendo con le braccia incrociate al petto. Nessun monaco fu colpito dalla peste che, da quel giorno, dicono le cronache, cominciò a declinare.
Padre Gualteron visse a Torino, saltuariamente, fino al 1619. In quegli anni si abbellì l’altare della Consolata e la cappella sotterranea delle Grazie nel 1608, e si fondò il convento della Visitazione a Mirafiori per volontà del principe Vittorio Amedeo di Savoia. Sul finire del 1619 decise di ritirarsi a Roma, visitando nel tragitto i confratelli di Vicoforte e pregando Maria Regina Montis Regalis. Giunse a destinazione allo stremo delle forze: morì infatti il 10 gennaio 1620.

Giovedì Santo: la tradizione della “lavanda dei piedi”

Storia, storie, luoghi, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’uso della “lavanda dei piedi” nella liturgia della Chiesa cattolica nelle funzioni del giovedì santo è assai noto. Nel corso dei secoli i vescovi e i superiori di gerarchie ecclesiastiche hanno ripetuto ogni anno il gesto del lavaggio dei piedi a tredici poveri. A questa consuetudine rituale non si sono sottratti gli stessi Pontefici, lavando nel giorno che commemora l’Ultima Cena i piedi di tredici sacerdoti di varie nazioni, vestiti da apostoli. Assai meno noto è il fatto che nel giorno del giovedì santo anche i sovrani europei rammentavano a se stessi il dovere dell’umiltà, lavando con le proprie mani, nel corso di una cerimonia complessa e ricca di atti suggestivi e simbolici, i piedi a tredici poveri.

Pietro Lorenzetti, La lavanda dei piedi. Basilica inferiore di San Francesco, Assisi (1310-1319)

I Savoia non facevano eccezione, anzi tenevano in modo particolare a mantenere viva questa tradizione. Alla corte sabauda la cerimonia, che era denominata Lavabo (con termine mutuato, nel nome ma non nei contenuti, dal rituale di purificazione delle mani del sacerdote nel corso della Messa) non si svolgeva soltanto il giovedì santo ma anche in occasione dell’ostensione della Sindone. Al Lavabo seguiva la cerimonia della Cena Domini, in cui il sovrano, il principe ereditario e gli altri “Signori del sangue” servivano a tavola i tredici poveri. Un minuzioso cerimoniale regolava lo svolgimento del Lavabo e della Cena Domini. Dopo la scelta dei poveri da parte dell’Elemosiniere si svolgeva in San Giovanni una Messa solenne. Di qui si passava a palazzo reale, dove era allestita una grande sala, predisposta tanto per il lavaggio quanto per il pranzo. Prima dell’inizio della cerimonia uno dei cappellani di corte distribuiva a S.A.R. e a quanti gli prestassero aiuto delle tovaglie da usarsi come grembiuli, poi si provvedeva alla “lavanda” e al dono di vestiti nuovi di “color argentino” ad ogni povero presente.
Nella parte della sala in cui si svolgeva il banchetto tutto era allestito con gran “magnificenza e solennità”, nella stessa forma adottata nei conviti solenni. Qui veniva preparata una tavola ad imitazione di quella dell’Ultima Cena. Il sovrano, in piedi, a capo scoperto, cinto da un “bianchissimo lino di tela finissima d’Olanda” serviva ad uno ad uno i poveri versando ad ognuno di loro il vino. I piatti gli venivano porti da grandi funzionari della Corona, dai principi del Sangue e dai cavalieri della SS. Annunziata. A mano a mano che i poveri finivano di mangiare ciascuna delle tredici portate previste, le abbondanti rimanenze venivano poste in grandi ceste appositamente preparate, già contenenti piatti e tovaglioli di cui si faceva omaggio ai parenti dei poveri intervenuti, onde potessero portare il tutto alle loro case. Ogni povero riceveva inoltre un’elemosina di una moneta d’oro.


Il dinamismo sabaudo nel campo della beneficenza e della sperimentazione e diffusione di primigenie forme assistenziali ad ampio raggio è cosa ben conosciuta e non bisogna credere che il Lavabo e la Cena Domini fossero soltanto gesti d’ostentazione o di degnazione fini a se stessi. Non per caso una tra le massime cariche dello Stato era, per volontà dei Savoia, quella del Primo Elemosiniere, che certo non si limitava a distribuire le elemosine del giovedì santo o del giorno della SS. Annunziata (quando quindici ragazze povere – cui venivano lavati i piedi da Madama Reale – ricevevano in dono dal sovrano vestiti e una dote di 200 Lire ciascuna da utilizzarsi al momento del loro matrimonio) ma doveva erogare elemosine ai carcerati, valutare le richieste d’aiuto economico che giungevano dagl’indigenti, sovrintendere all’ospedale dei poveri di Torino “acciò detto ospedale e li poveri che vivono in esso abbiano chi li assista ed invigili sopra tutto ciò che può occorrere”. Con la Lavanda dei piedi ai poveri erano perciò ben lungi dall’esaurirsi gli impulsi caritativi dei sovrani sabaudi, per i quali la cerimonia rappresentava semplicemente un alto momento simbolico.
GMN

L’invenzione del fiammifero

Storia, storie, figure del Piemonte e degli antichi Stati Sabaudi

L’inventore piemontese dei fiammiferi

Nel corso di molti secoli, a partire dal medioevo, chimici ed alchimisti hanno dato vita con i loro esperimenti a svariati precursori dei fiammiferi, tra loro diversissimi. Un’acquisizione fondamentale per lo sviluppo dei fiammiferi fu la scoperta del fosforo, ottenuto per la prima volta dal chimico amburghese Hennig Brandt nel 1669, anche se per oltre 150 anni nessuno pensò a sfruttarne le possibili applicazioni in questo campo, sia per motivi di costi sia per la pericolosità degli originari prototipi. Non si può parlare di una sola invenzione o di un solo inventore, poiché i primi bastoncini incendiari erano estremamente diversi tra loro. L’invenzione degli “zolfanelli” è quindi contesa tra vari paesi.

Con riferimento a un periodo d’immaturi tentativi tecnici e commerciali sono particolarmente vive le rivendicazioni della Francia, che attribuisce l’invenzione a G. Chancel, ideatore di bastoncini messi in vendita a Parigi verso il 1806 che, incendiandosi per reazione chimica, non avevano ancora nulla a che vedere con quelli di moderna concezione comparsi di lì a poco. Il salto di qualità si ebbe, infatti, sul finire degli anni venti dell’ ‘800 con l’ideazione dei fiammiferi a sfregamento. Di questi gli inglesi attribuiscono l’invenzione ad un droghiere di Stockton-on-Teese, John Walker, che vendette i primi il 7 aprile 1727, i tedeschi a Ludwig Kammerer, i francesi a J. F. Derosne.

E l’Italia? Comunemente si ricordano per l’epoca primitiva esperimenti risalenti al 1785 e un ruolo non secondario nelle prime fasi dell’accensione a sfregamento. Ciò nonostante pare che l’invenzione dei fiammiferi spetti proprio a un italiano, un piemontese, Ludovico Peyla di Avuglione, studioso di chimica completamente dimenticato, appartenente ad una nobile famiglia carmagnolese. I documenti non sembrano lasciare spazio a dubbi: lo storico Antonio Manno scrive di lui in un suo manoscritto (finalmente consultabile on-line –www.vivant.it- dopo essere rimasto inedito per quasi un secolo) “Potrebbe rivendicare l’invenzione dei fiammiferi che, colla forma di cannellini fosforici, presentò nel 1779 al Re di Francia a all’imperatore d’Austria e n’ebbe regali”.  Sarebbero dunque successivi, seppur di poco, gli esperimenti francesi risalenti al 1780. Anche in un “Dizionario dell’industria” pubblicato a pochi anni di distanza (1792) l’invenzione è attribuita in modo certo a Peyla.

E per quanto riguarda l’accensione a sfregamento? Anche in questo campo sono due piemontesi (semidimenticati essi stessi, all’insegna del consueto understatement) a rivendicare l’invenzione e i perfezionamenti che avrebbero consentito di avviare produzioni di massa. L’inventore sarebbe l’ebreo fossanese Sansone Valobra che, coinvolto nei moti del ’21, fuggì in Toscana, trasferendosi poi a Napoli dove, anteriormente al 1828, produceva fiammiferi con capocchia a base fosforica. La sua impresa non ebbe fortuna, ma i diritti di “primogenitura” sembrano spettargli. Autore di fondamentali perfezionamenti fu, invece, un compaesano di Luigi Einaudi, il farmacista Domenico Ghigliano (il fiammifero del quale fu brevettato nel 1832). Dopo di lui la diffusione dei fiammiferi fu straordinaria e, mentre in Europa e America si assisteva alla nascita di numerosi insediamenti produttivi, proprio il Piemonte confermò il proprio primato, divenendo sede di alcuni tra i più antichi stabilimenti mondiali, alcuni con enormi capacità di produzione. A Torino la prima fabbrica fu forse quella dei Fratelli Albani, sorta nel 1833 sulle sponde della Dora. Altri stabilimenti furono realizzati nella periferia torinese a Moncalieri, Trofarello e Piobesi. In quest’area nel 1875 se ne contavano una decina, tra i quali spiccavano quelli creati da Luigi De Medici (con circa 850 operai producevano giornalmente oltre 7 milioni di zolfanelli in legno e 4 milioni in cera, destinati ai mercati di tutto il mondo), Francesco Lavaggi ed Ambrogio Dellachà, che nel 1880 avrebbe creato anche un grosso stabilimento a Buenos Aires.

G.M.N.